Nella guerra del 1967, meglio conosciuta come “guerra dei sei giorni”, Israele aggredì Egitto e Giordania estendendo il proprio controllo su Gerusalemme est e la Cisgiordania sottratta all’amministrazione della Giordania. Mentre la fine delle ostilità sancì la definitiva acquisizione del Sinai, iniziata con la guerra del 1956, stabilì l’estensione del controllo israeliano alle alture di Golan, sottratte alla Siria. Questi territori non furono giuridicamente annessi a Israele, prova ne sia che la Corte Suprema dello Stato non ha mai dichiarato né Gaza né la Cisgiordania facenti parte del territorio israeliano: da qui la definizione di “territori occupati” che indica l’amministrazione israeliana, che dovrebbe essere temporanea. L’Onu e per quel che contano, la Corte internazionale dell’Aia e il diritto internazionale, considerano questi territori in regime di occupazione “temporanea”, in attesa di una regolamentazione giuridica.
Fin da subito Israele ha condotto una politica di occupazione e insediamento in questi territori, istituendo colonie e favorendo piani di acquisizione di terre e insediamenti edilizi, e creando un reticolo di strade che li collegano, percorribili solo dagli israeliani, concepite in modo strategico, così da isolare progressivamente il territorio trasformando quello occupato dai palestinesi, abitanti autoctoni in enclave sempre più isolate.
Nei territori occupati e nelle colonie edificate si sono trasferiti progressivamente un numero crescente di cittadini israeliani, provenienti dalle grandi città, attirati da abitazioni a basso costo e più spaziose, con costo della vita più basso, grazie ai lauti finanziamenti statali o di gruppi ebraici internazionali, che si traducono in incentivi finanziari e sgravi fiscali. Molti di loro si trasferiscono per motivi ideologici e vedono la Cisgiordania, chiamata Giudea e se Samaria, secondo la dizione biblica, come la terra promessa al popolo ebraico.
Una quota significativa di costoro è di origine straniera e provengono in decine di migliaia dagli Stati Uniti, dalla Francia, dalla Russia e da altri paesi occidentali o dall’ex Unione Sovietica, molti di costoro posseggono la doppia cittadinanza e si trasferiscono per motivi ideologici, religiosi o economici. Molti di costoro arrivano in Israele tramite l’Aliyah (il diritto al ritorno per gli ebrei della diaspora) e decidono di stabilirsi direttamente negli insediamenti della Cisgiordania, spinti da visioni fondamentaliste o messianiche che li inducono a considerare quei territori come la terra promessa, dando vita a comunità a forte caratterizzazione ideologica e estremamente coese.
Tutto ciò avviene malgrado che la Convenzione internazionale di Ginevra vieti alla potenza occupante di trasferire la propria popolazione civile nei territori occupati. Per questo motivo la comunità internazionale, inclusa l’Unione europea e l’Onu, a parole, considerano tutte le colonie di Cisgiordania, indipendentemente dalla provenienza originaria dei singoli residenti, illegali, secondo il diritto internazionale. In realtà il senso di vergogna per l’Olocausto, ma ancor più profondi e radicati, interessi economici che legano gli Stati a Israele, le pressioni delle lobby ebraiche economicamente potentissime e politicamente radicate nelle istituzioni degli altri Stati, assicurano una tolleranza complice e il disinteresse per i diritti violati dai palestinesi che vedono le loro terre occupate, rase al suolo, che vengono i palestinesi repressi e uccisi dai militari come dai coloni e la costruzione abusiva di insediamenti, sempre crescente, finalizzati alla loro espulsione dal loro territorio.
Un piccolo ostacolo a tutto questo sembra essere stato costituito da un’abitazione presa di mira dai coloni che hanno tagliato luce e gas e impedito il rifornimento di acqua e di viveri a una famiglia e dal fatto che il proprietario dell’immobile assediato è un palestinese con doppia cittadinanza: possiede infatti anche quella statunitense. Questo dato di fatto ha costituito la pietra dallo scandalo, introducendo perfino il sionista
ambasciatore USA in Israele a protestare vivacemente col Governo per il diritto violato, a dimostrazione della sacralità dei cittadini statunitensi che prevale sull’imperativo messianico.
Al di là della soluzione che verrà data al caso specifico resta è il fatto che questi criminali, con la complicità attiva dell’esercito israeliano, stanno mettendo in campo l’espulsione della popolazione autoctona per consentire a dei fanatici millenaristi di espropriare un intero popolo dei suoi diritti, tutto questo nel silenzio complice del mondo che guarda indifferente a quanto sta venendo.
Come dimostrano le grandi manifestazioni di massa a favore di Gaza e della Palestina, in difesa dei diritti degli abitanti della Cisgiordania occupata se gli Stati tacciono, la coscienza dei popoli è vigile e ha interiorizzato la profonda sofferenza e le violenze nei confronti dei palestinesi, acquisendo la consapevolezza che nulla è ingiustificato, da ora in poi, in risposta a questo sopruso.