Gli effetti della guerra d’Ucraina incidono sempre più sulla struttura istituzionale dell’Unione europea, sulla sua politica, sull’aequis comunitario, sui suoi valori, corrodendo dall’interno l’Unione con la stessa virulenza di un virus pandemico che ne prepara l’annientamento. Fino ad ora abbiamo sostenuto il progetto di costruzione dell’Unione europea, pur consapevoli del fatto che essa era una struttura economico-politica gestita dall’ordoliberismo imperante in Europa, ma eravamo disposti a pagare il prezzo, costituito dall’adesione al progetto del capitale industriale e finanziario franco-renano, nell’illusione di veder scomparire dal territorio europeo la guerra tra i popoli che fanno parte del continente, che ha dilaniato le carni degli abitanti dell’Europa durante due guerre mondiali devastanti. Individuavamo in questo obiettivo una precondizione per rilanciare la difesa degli interessi delle classi subalterne, le cui capacità di emancipazione sono state stroncate spingendole al reciproco massacro in nome del nazionalismo. I nuovi equilibri scaturiti dalla seconda guerra mondiale avevano aperto la strada alla crisi del colonialismo mettendo in crisi gli stati europei, sempre più privi di risorse.
Ci siamo illusi: avremmo dovuto capirlo fin da quando la Germania riunificata, con il supporto del Papa polacco scatenò la guerra che portò alla dissoluzione dell’ex Jugoslavia. Come al solito, nella storia europea, i Balcani hanno fatto dal luogo di sperimentazione dei futuri destini d’Europa, anticipando ciò che sarebbe accaduto su scala maggiore e con una forza ben più devastante successivamente. Il progetto sembrava coerente e possibile, perché si basava sul mutuo interesse economico e sembrava corrispondere ad una fase di sviluppo coerente dei processi produttivi e dell’accumulazione capitalistica: per la prima volta si dava vita ad una compagine statale non su base etnica, né linguistica, ne storica, ma confidando nell’oggettività del comune interesse economico e sulla possibilità di ricostruire le filiere produttive di alcuni settori economici essenziali per la vita del continente e puntando sul mercato agricolo comune, individuato come comparto produttivo nel quale era più facile e strategico trovare un coordinamento. Col piano si cercava di dar vita ad un aggregato politico che aveva come cardine il pluralismo culturale, religioso ed etnico, fondendo esperienze storiche diverse. Eravamo convinti che, in una logica capitalistica, era l’interesse a tenere insieme la nuova formazione politica, piuttosto che astratti ideali, ma l’elemento di compattezza dell’aggregazione, essenziale al successo del progetto, è venuto meno già nel 2004 con un eccessivo allargamento dell’Unione, sponsorizzato, non a caso, dalla Gran Bretagna che aveva aderito alla UE dopo una prima fase di profonda avversione, nella convinzione che era più facile minarla dall’interno e, facendo agio sulla sciocca convinzione di una classe politica europea che sembrava aver fretta di
inglobare i paesi prima egemonizzati da Mosca, anticipava i tempi nell’eventualità che la Russia potesse riprendersi economicamente e politicamente e proiettare nuovamente la sua egemonia verso questa parte dell’Europa.
Così l’ingorda UE ha ingoiato i paesi baltici, e la politica tedesca che aspirava a dirigere l’Unione ne ha fatto i propri proxi utilizzandoli come teste di legno per attuare le sue strategie, non rendendosi conto che questi ultimi avrebbero preso in mano le redini dell’Unione europea, prova ne sia che politici provenienti dalla Lituania, dalla Lettonia e dall’Estonia controllano oggi rispettivamente la politica della difesa, quella dell’economia, la politica estera, con il risultato che la difesa comune praticamente non esiste, che l’economia è sempre più un disastro, e che la politica estera, affidata a Kaya Kretina Kallas è totalmente inesistente.
Se poi a questa banda di incompetenti si aggiunge il contributo di Ursula von der Stupid, un personaggio di sicura inadeguatezza e di dubbia onestà (lo provano le tante inchieste a riguardo del suo operato, mai concluse) nello svolgimento del suo incarico e di un’oca giuliva, come Roberta Metsola che presiede il parlamento dell’Unione, il quadro è tragicamente completo e le dimensioni del disastro diventano manifestamente epocali.
Vista la struttura istituzionale dell’Unione il Consiglio dei capi di Stato e di governo avrebbe potuto riequilibrare la situazione, ma di esso fanno parte Emmanuel Macron, un politico decotto che si avvia ad imboccare il cammino del cimitero degli elefanti, senza lasciare rimpianti; un politico come Mertz già servo di Blackrock e di interessi del tutto estranei a quelli del paese che dirige, titolare di uno dei governi più impopolari della storia tedesca; mentre alla guida della Gran Bretagna – che di fatto dirige e orienta la politica europea pur standone fuori – si alternano con ritmo forsennato figuri inconsistenti, inefficaci, fatiscenti; con un premier polacco come Donal Tush, affiancato da un losco figuro come il ministro degli esteri Sikorski, che guida un paese che si candida all’egemonia militare in Europa e che si distingue per un riarmo che ha come obiettivo tenere a bada alleati e nemici. Che dire poi del Governo Meloni che si distingue per un totale immobilismo, per una gestione regressiva dell’economia, del mercato del lavoro, del problema migratorio, lasciando andare in rovina quel che resta del welfare, a partire dalla sanità e dalla scuola, senza piani di investimenti per l’economia e senza idee e prospettive per consentire la tenuta del sistema produttivo del paese, che lascia i giovani abbandonare il paese per disperazione.
Sola eccezione fra i governi d’Europa quello spagnolo che tenta faticosamente di condurre una politica ragionevoli e oculate, che hanno portato il paese a crescere più di ogni altro in Europa, che ha posizioni dignitose in politica estera e tenta di sperimentare soluzioni innovative per elevare i livelli produttivi spagnoli, stabilizzare e il suo mercato del lavoro interno, intervenendo sulla regolamentazione dell’emigrazione.
Gli esiti della guerra d’Ucraina
Guardando ciò che avviene sui campi di battaglia, anche gli osservatori più ottusi comprendono benissimo che la sconfitta dell’Ucraina è nei fatti e, perché venga formalizzata, è solo questione di tempo.
Solo le false informazioni provenienti dal fronte e dall’interno del paese, possano far illudere ancora i politici che si nutrono e si convincono scambiando la propria propaganda per la realtà e sostenendo lo storytelling di una guerra dagli esiti ancora aperti e ancor più la tesi che l’Ucraina stia vincendo sul campo di battaglia. Il fronte avanza inesorabilmente da est verso ovest ed ora le richieste della Russia non si fermano più alla Crimea ai quattro oblast originari ma comprendono anche gli oblast di Kharkiv, Dnipropetrovsk, Sumy, e perché no Odessa. Il peso della pace sarà duro quanto più tempo si darà alla guerra, perché il prezzo di sangue pagato dalla Russia esigerà una maggiore tutela della sua sicurezza. In questa prospettiva, recuperare attraverso il territorio di Odessa un collegamento con la Transnistria e precludere l’accesso al mare dell’Ucraina, costituisce la più sicura garanzia per la Russia di trasformare lo Stato ucraino, in quanto privo di accessi al mare in una enclave, mortificarne l’economia con la mutilazione territoriale dei territori più produttivi e ricchi di materie prime. Inoltre non è improbabile che una sconfitta sul campo dell’Ucraina riattivi gli appetiti mai realmente sopiti di Romania, Polonia e Ungheria, desiderose di recuperare il controllo su quelle parti del territorio ucraino attualmente in disponibilità di Kiev che ospitano popolazioni appartenenti a questi rispettivi Stati, ridimensionando ulteriormente l’Ucraina, la cui popolazione è peraltro distrutta, prova ne sia che è prevista la sua riduzione entro il 2050 8 milioni, per l’incremento della diaspora, per la diminuzione delle nascite, per la perdita di territorio e di consistenza economica del paese. Del resto la situazione demografica dell’Ucraina è già tragica prima della guerra e si caratterizzava per una diaspora di carattere economico che dipendeva dalla struttura sociale delle famiglie, con un’altra diffusione dell’alcolismo ed una tendenza diffusa nella popolazione femminile soprattutto dell’Ucraina occidentale ad emigrare all’estero per svolgere il lavoro di badanti e incrementare i magri bilanci familiari. Non bisogna dimenticare che nell’Ucraina prebellica la perdita del mercato russo per le merci ucraine a causa del suo avvicinamento all’Occidente aveva prodotto la crisi della sua industria e quella del settore minerario.
Lo sforzo bellico nella quale l’Unione europea si è impegnata la sta frantumando dall’interno, allontanando i popoli dal consenso all’edificazione di una struttura politica istituzionale comune, tanto più che i decantati fondamenti dell’aequis comunitario vengono tranquillamente violati, consentendo una metamorfosi degli ordinamenti di molti paesi già aderenti, come quelli baltici, accettando come leciti le scelte istituzionali ucraine in materia di xenofobia, libertà religiosa, repressione delle minoranze linguistiche, mancato riconoscimento delle radici culturali e identitarie. e ancor più assumendo nell’ordinamento comunitario comportamenti liberticidi che riguardano le persone e la libertà di pensiero e di critica.
Certamente allo sviluppo di questo processo potrà contribuire l’esito della tornata elettorale che si svolgerà in molti paesi dell’Unione europea, prime fra tutti l’Italia e la Francia nel prossimo anno, ma determinante sarà l’esito disastroso della guerra e il peso della sconfitta che lascerà sulla classe dirigente attuale dell’Unione europea un’onda di vergogna e la consapevolezza della sua inconsistenza ed incompetenza. Una volta che sono ammessi di fronte alla realtà i popoli non perdonano.
Gianni Cimbalo