Dalla corrispondenza con alcuni nostri lettori emergono perplessità sulle nostre posizioni a proposito della guerra in Ucraina, al punto che alcuni di loro ritengono le nostre posizioni come russofone. Pensavamo, erroneamente, di essere stati chiari nei nostri articoli riferiti alla guerra, ma, evidentemente, così non è. E allora è in caso di chiarire ancora una volta il nostro punto di vista.
Dopo quando è emerso sui fatti di piazza Maidan, su quanto la CIA ha messo in atto per provocare quegli eventi che hanno portato al colpo di Stato nazionalista in Ucraina, sulla realizzazione nel paese di ben 12 basi segrete della CIA, sui precedenti della cosiddetta “operazione speciale“, è evidente che la retorica dell’Ucraina aggredita non convince più nessuno, e che, comunque, l’aggressione non basta a giustificare la difesa del paese aggredito, prova ne sia che nessuno ha proposto di accorrere in aiuto dell’Iran.
Va ricordato, inoltre, che la guerra in Ucraina, iniziata nel 2014, è anche guerra civile tra una parte della popolazione sarrussofono del paese e un’altra, nazionalista, xenofoba, nazista, è una guerra per procura, condotta e voluta dal mainstream occidentale, utilizzando gli ucraini come carne da cannone, per perseguire l’obiettivo politico che fu di Kissinger e di Brezinskij di dissoluzione dello Stato russo, per banchettare sulle sue rovine, la nostra scelta di campo non poteva che osservare e commentare quanto avveniva guardando agli eventi dal punto di vista degli interessi del proletariato italiano.
Pur non avendo alcuna simpatia per il regime politico che governa attualmente la Russia e non condividendo nulla della visione sociale che contraddistingue Vladimir Putin e nessuna simpatia politica per il suo regime di governo e avendo chiaro che quello della Russia è un interesse imperiale, teso a dare una casa comune a tutte le popolazioni di lingua e cultura russa, non potevamo che guardare a quanto avveniva, muovendo dalla difesa degli interessi del proletariato, e quindi con un’ottica di classe.
Considerato che la guerra sarebbe stata economicamente sostenuta dagli Stati dell’Europa e che l’interruzione delle relazioni economiche con la Russia avrebbe danneggiato l’economia europea, avvantaggiando gli Stati Uniti e gli altri competitors a livello internazionale delle economie europee, producendo un arretramento delle condizioni di benessere dei popoli d’Europa e rischiando di portare il proletariato europeo alla guerra, non potevamo non opporci al sostegno alle politiche dello Stato ucraino e confidare in una totale e radicale sconfitta dell’Ucraina per evitare che le risorse dei paesi europei fossero convogliate nello sforzo bellico, a tutto detrimento del welfare e del funzionamento delle economie europee.
La nostra è una posizione internazionalista e di classe, contraria alla guerra, anti imperialista e anticoloniale viste le mire della Gran Bretagna sui territori della Russia, il revanscismo anti russo dei Paesi Baltici che ambiscono rivalersi sui russi, loro storici nemici e utilizzano gli altri europei paesi come servi sciocchi del loro disegno.
Affrontando il problema dal punto di vista e con gli strumenti del materialismo storico ben sapevamo che l’Ucraina orientale, corrispondente ai territori detti oggi della Novorossija è stata la culla di una delle componenti più avanzate del proletariato russo, luogo d’emigrazione verso le Americhe, attraverso il porto di Odessa, territorio che ha ospitato molti dei russi scacciati dagli Stati Uniti a seguito della grande repressione del 2017 del movimento sindacale negli Stati Uniti. Sapevamo che in quei territori sono nate le formazioni maknoviste che ebbero il merito di opporsi ai governi liberali nazionalisti Petljura e contrastarono i tentativi controrivoluzionari di Wrangel e di Denikin e di Judenič che presero le mosse proprio da quei territori finanziati. E non a caso dagli inglesi. Riconoscevamo quindi alle popolazioni del Donbass e territori limitrofi, per altro dediti all’attività di minatori, di operai e piccoli contadini una genuina collocazione di classe e perciò la nostra solidarietà non poteva che andare a questa parte del paese.
Sul piano storico avevamo piena conoscenza che l’Ucraina attuale, nella sua configurazione territoriale di Stato, comprendeva la Crimea, la cui amministrazione era stata conferita al paese grazie al fatto che molti dei dirigenti vecchio Partito Comunista Sovietico erano di origine Ucraina, come Krusciov, che dispose il trasferimento amministrativo affidando la Crimea all’Ucraina nel 1956; che i territori della Volinia, della Transcarpazia e dell’oblast di Treviri erano stati un “gentile omaggio” di Stalin allo Stato ucraino e che il nucleo centrale del paese si poneva in una posizione coloniale nei confronti degli altri territori. Da qui nessun sostegno “all’integrità” dell’Ucraina e l’aspettativa che prima o poi queste popolazioni possano ritornare ad unirsi ai loro paesi di origine. La costruzione nazionalista dell’Ucraina, realizzata su base etnica, sostenendo la discendenza finnica dai mercanti del Nord Europa dalle popolazioni genuinamente ucraine che percorrevano i grandi fiumi del paese e che dettero vita ai primi aggregati urbani ci appare come una costruzione artificiosa, xenofoba, nazionalista e razziale che si prefigge di imporre l’uso della lingua al resto della popolazione e che cerca di creare una narrazione edulcorata della storia per costruire intorno a Kiev una nazione.
Constatavamo inoltre che l’Ucraina attuale ha introdotto un insieme di leggi che discriminano sulla libertà religiosa, che reprimono i diritti linguistici e delle minoranze, negano i diritti fondamentali, che hanno instaurato la censura dei partiti di opposizione, conferendo il potere ad una classe di oligarchi in nulla dissimile da quella russa, anzi profondamente connessa ad essa, per pratiche di governo, esercizio del potere, interessi, costruendo un paese con uno dei più alti tassi di corruzione del mondo: un insieme del tutto contrario all’aequis comunitario che rende incompatibile l’Ucraina con gli altri paesi europei e ne pregiudica l’ingresso dell’Unione.
I nostri auspici di una totale disfatta militare dell’Ucraina, che quando prima avviene meglio è per gli interessi del proletariato degli altri paesi europei, di una sua sconfitta sul campo di battaglia che porterebbe alla salvezza di molti ucraini, con la fine delle ostilità sono del resto confermati dall’andamento della guerra sul fronte e nelle sue retrovie. Uno dopo l’altro inevitabilmente le città fortificate dell’Ucraina Orientale cadono davanti all’avanzata delle truppe russe, provocando la distruzione di strutture industriali, logistiche e strutture economiche a causa dei bombardamenti, mentre le terre vengono inquinate, la popolazione decimata otre che dalla guerra, dall’esodo verso Occidente, alimentando una diaspora già presente e paradossalmente da un esodo ben 8 milioni di ucraini che hanno trovato rifugio in Russia, paese nemico.
Creiamo ce ne sia abbastanza per considerare la propaganda filo-ucraina come un prodotto malato di un Occidente malato che non ha perso l’abitudine all’imperialismo e al colonialismo.
La Redazione