Fin dal 12 marzo 2023, quando fu eletta segretaria del Pd, Elly Schlein si è posta il problema di come ripulire il partito da quel ciarpame accumulatosi dalla sua fondazione e aumentato esponenzialmente con la gestione Renzi della segreteria, che ha imbarcato la feccia del qualunquismo, proveniente dalle “zone TL” e che nel partito è rimasto per poter essere rieletto. La Schlein aveva capito che questa era una questione di vita o di morte, poiché alla “corrente riformista” che ne radunava la gran parte, facevano capo quei sommovimenti periodici che hanno reso deboli i segretari del partito e contribuito all’instabilità della segreteria politica. Uno scontro diretto con questa componente, molto forte e radicata nella struttura burocratica e nelle amministrazioni, avrebbe certamente significato la sfiducia della segreteria alla prima occasione: da allora l’alleanza, o forse sarebbe meglio dire, il Patto di convivenza con Stefano Bonaccini, esponente principale della componente degli amministratori del PD, inamovibili.
Sfruttando la regola dell’alternanza nelle cariche e nelle candidature, la segreteria Schlein, con lentezza e prudenza, ha provveduto a candidare al Parlamento europeo un insieme di personaggi, relegando i superstiti, anche se eletti in Parlamento, ad un ruolo di minore esposizione mediatica e facendo passare questa strategia come una lotta ai cacicchi del partito. Così una serie di personaggi sono finiti nel cimitero degli elefanti, costituito dal Parlamento europeo, sperando che in quella sede potessero fare meno danni ed altri, pur se parlamentari come la Guelmini, sono precipitati nell’oblio e oscurati.
Si è trattato di un calcolo solo parzialmente giusto, in quanto, molti di costoro si sono inseriti in lobby politico-affaristiche sperimentate, venendo colti con le mani nel sacco, come è avvenuto con l’inchiesta Qatar-gate, mentre altri, più avveduti, hanno scelto l’ultra atlantismo della Commissione europea, per dare sfogo a tutto il marciume che avevano dentro, distinguendosi per le loro posizioni illiberali, e servili, concretizzatesi in un sostegno senza se e senza ma dell’Ucraina, e un ancora più forte sostegno ad Israele, sponsorizzando l’adozione di sanzioni nei confronti della Russia, ma facendo argine all’adozione di qualsiasi sanzione nei confronti di Israele. Alfiere di questa componente Pina Picierno, affiancata da Gori e da tanti altri meno noti ma non meno disgustosi.
La strategia della segretaria verso costoro è stata quella di lasciarli fare e tacere, aspettando che le loro iniziative illiberali, il loro livore anti-russo e anti-palestinese si manifestasse in ogni modo e in ogni occasione, producendo il discredito e soprattutto l’allontanamento e l’isolamento da quegli elettori, o almeno della gran parte di quelli, che li avevano votati. Le posizioni canagliesche assunte da costoro, la proiezione della loro attività, tesa a dimostrare alle lobby che li sponsorizzano, di rispondere efficacemente al mandato ricevuto e alla funzione assunta, di essere servili, si sono concretizzate nel sostegno alle ruberie della Commissione e nel fare da sponda ai ladroni di Kiev che hanno fatto la cresta ai finanziamenti concessi all’Ucraina, coprendone le malefatte e capitalizzando i profitti.
Con il passare del tempo la posizione di costoro si è sempre di più indebolita, al punto che con l’avvicinarsi della scadenza della legislatura in Italia e il consolidarsi della segreteria Schlein, che si è dimostrata capace di costruire alleanze elettorali e che soprattutto promette di non andare alle prossime elezioni in ordine sparso, molti di loro hanno deciso di lasciare volontariamente il partito, vedendo ridursi il loro spazio di manovra.
All’interno del partito lo spazio politico per loro si è ridotto quanto più hanno funzionato le alleanze a livello locale fra i partiti della sinistra che hanno portato a sostanziali successi nelle elezioni amministrative, dimostrando che un’alternativa è possibile e che le nefandezze di Letta non si sarebbero ripetute.
La linea del PD e la politica internazionale
Se si guarda alla linea politica del partito, possiamo riconoscere la capacità della Schlein di trovare un accordo elettorale con 5 Stelle e Sinistra/verdi sulle questioni di politica interna, molto importanti, che vanno dal salario minimo ad una politica salariale diversa, ad una riforma radicale della tassazione dei redditi, adottando aliquote più eque, a interventi a favore della sanità e della scuola, sempre più bisognose di finanziamenti, al sostegno economico per i ceti più deboli e a un piano industriale a favore delle aziende, all’abrogazione della decretazione emergenziale del governo Meloni che ha inquinato il nostro ordinamento penale e compresso le libertà civili. Ma allo stesso tempo ci si accorge della presenza di posizioni inaccettabili in politica estera, e in particolare sull’Ucraina e il Medio Oriente.
Il sostegno alla causa palestinese c’è stato sotto forma di partecipazione alle gigantesche manifestazioni a favore di Gaza, e dei palestinesi, ma non altrettanto incisiva è stata la posizione assunta sulle sanzioni a Israele, reclamate a gran voce in tutti i consessi, da quello europeo a quello del Parlamento italiano, ma sostanziatisi in un fallimento, considerate le posizioni mantenute dal Governo italiano sulla questione palestinese, la continuazione del commercio di armi e il persistere di rapporti economici e finanziari con lo Stato di Israele. Restano gravissimi i rapporti con Israele in materia di intelligence, caratterizzati dall’acquisizione di sistemi di spionaggio per il monitoraggio degli avversari politici e dei comuni cittadini; inefficace l’azione del partito in sede UE.
Ma dove proprio i conti non tornano è in relazione alla posizione assunta sull’Ucraina, rispetto alla quale la Schlein continua ad esprimere solidarietà e sostegno, l’invio di armi e finanziamenti, anche se cerca di mitigare le sue posizioni, pronunciandosi a favore dell’apertura di trattative che conducano alla fine della guerra, oggi irrealistiche. È del tutto evidente a chiunque la strumentalità di questa posizione, funzionale ad evitare che gli Stati Uniti le interdicano l’accesso a Palazzo Chigi, nell’eventualità di una vittoria elettorale. Se la segretaria del PD fa questa scelta, sperando in tal modo di rimuovere il veto statunitense per andare al governo, si illude, perché Trump la considera, come in effetti rimane, una sostenitrice degli odiati democratici statunitensi, e non della componente socialista di essi, ma molto vicina a quella progressista di Obama e della Harris. L’esibito legame di vicinanza con Bernie Sanders costituisce più l’immagine di facciata che un’adesione alla radicalità, per gli USA, del suo programma sociale.
Ciò che la Schlein sembra non aver compreso, a nostro avviso, è il progetto che nella situazione contingente italiana è portato avanti da alcuni ambienti a lei noti, identificabili nel mainstream legato agli Stati Uniti, ovvero Mario Monti, Mario Draghi, Gentiloni, Letta e tanti altri arnesi ormai desueti della politica italiana (no, Calenda no, è troppo stupido e insignificante).
Costoro lavorano ad un sostanziale pareggio elettorale, che costringa alla formazione di un Governo tecnico di unità nazionale o comunque sostenuto da una larga coalizione, in modo da contenere la spinta propulsiva che viene dall’alleanza politica che la Schlein sta cercando di costruire, lasciando fuori Vannacci per permettergli di crescere come opposizione per gestire un ulteriore spostamento a destra dell’asse politico del paese. Per fare questo occorre la complicità del Presidente della Repubblica. Così facendo, si salverebbero gli “equilibri democratici” del paese, il che permetterebbe di imporre al Parlamento l’elezione di un Presidente della Repubblica di garanzia, che assicuri il mantenimento delle istituzioni democratiche dal punto di vista formale, ma garantisca un ulteriore spostamento a destra dell’asse politico. I nomi più probabili Mario Monti, Mario Draghi.
Un nuovo scenario si è aperto
Guardando a tutto quello che sta avvenendo sul piano della politica internazionale, questo invece è il momento in cui sembrano aprirsi degli spazi, per cui è il caso di osare, e battersi per una nuova collocazione del paese nel quadro politico internazionale. La strategia che abbiamo cercato di spiegare è frutto di un’analisi ponderata dei fattori in campo, ma non tiene conto che a causa dell’instabilità trumpiana, si sta producendo una crisi strutturale della NATO che verrebbe ulteriormente aggravata da una sconfitta dell’Ucraina sul campo di battaglia, decisamente molto probabile, anche se non ne conosciamo i tempi. Ciò porterà con sé una crisi profonda dell’Unione Europea, ulteriormente accentuata qualora si adottasse la decisione suicida di permettere l’ingresso dell’Ucraina nella UE.
Gli spazi che si aprirebbero, supererebbero il ferreo controllo esercitato dall’egemone statunitense su i suoi vassalli sparsi per l’Europa e ciò potrebbe offrire la possibilità di spingere l’Italia verso una posizione di neutralità direttamente connessa alla estromissione delle bassi statunitensi presenti nel nostro paese. Questa prospettiva è più realistica di quanto sembri a prima vista e forse sarebbe il caso di cogliere l’occasione per tentare questa via, che è la sola capace di dare al paese quello slancio anche ideale del quale ha bisogno per superare l’attuale crisi di stagnazione e spazzare in un solo colpo l’ipoteca della destra che pesa sulla gestione del potere in Italia e la recessione economica che la affligge, salvandosi dal coinvolgimento di una guerra in Europa che sembra avvicinarsi a grandi passi.
Per quanto si possa essere benevolmente predisposti nel valutare l’operato della Schlein, la sua struttura politica non sembra sufficiente a reggere un tale progetto strategico e questo perché Ella non possiede o almeno, non ha dimostrato di possedere, quelle qualità di statista che sarebbero necessarie Né tantomeno è circondata da uno staff politico preparato ed efficiente, in grado di applicare la strategia appena descritta. Per questo motivo sarà già un miracolo che riesca a sfuggire alle trappole che una politica abile come la Meloni le metterà sul cammino e sarà già un’impresa riuscire a governare e gestire i rapporti con i propri partner di uno schieramento politico che appare percorso da notevoli personalismi e da una scarsa chiarezza strategica. Il cosiddetto campo largo, qualora vinca le elezioni, si perderà dietro a una politica di piccolo cabotaggio che purtroppo non inciderà sulla sorte del paese né sulle ragioni vere e profonde della crisi italiana.
La Redazione