L’irresistibile voglia di impero degli inglesi

L’ascesa al Governo della Gran Bretagna di Andy Burnham, avvenuta non a causa di nuove elezioni ma provocata dal fallimento del Governo Starmer avrebbe dovuto caratterizzarsi per un mutamento delle politiche del paese, mentre avviene in continuità con le politiche dei governi precedenti. Apparentemente il governo sembra caratterizzarsi per l’introduzione di mutamenti nella politica economica interna, per gli interventi sul welfare, mentre la politica sull’emigrazione sembra mantenere soluzioni costanti e la linea in politica estera è in continuità con quella che da decenni caratterizza i governi inglesi. Per rendersene conto basta fare riferimento alle dichiarazioni programmatiche del governo. Nel suo primo discorso alla Camera dei Comuni Burnham ha detto di essere «profondamente consapevole» di essere il settimo primo ministro britannico dal 2016, ma di voler «mostrare al mondo che la Gran Bretagna può ritrovare la stabilità» e che la sua nomina rappresenta «un momento di svolta» nella politica britannica, promettendo un «nuovo modello economico e politico» caratterizzato da un maggiore controllo pubblico delle risorse e da un piano di reindustrializzazione, con forte sostegno per le imprese britanniche.
L’intento è quello di recuperare le persone «stanche della politica», soprattutto nelle «zone dimenticate del Paese», alle quali Burnham propone un percorso decennale di progresso e miglioramento, impegnandosi a presentare già domani un piano per ridurre il costo della vita e dare modo alla gente di «riprendere il fiato». Il primo impegno assunto è quello di avviare un programma di costruzione di nuove case popolari, puntando sul piano istituzionale al rafforzamento del decentramento amministrativo e alla valorizzazione del ruolo delle amministrazioni locali, mettendo a profitto la sua esperienza di Sindaco e di amministratore, confidando che una gestione decentrata delle risorse garantirà efficienza e minore bisogno di risorse.
Consapevole del fatto che l’economia del Regno Unito ha mostrato una crescita lenta, ma positiva negli ultimi anni, segnata da una ripresa graduale post-pandemia e dalle tensioni post-Brexit e che nel primo trimestre del 2026 il PIL è salito dello 0,6% rispetto al trimestre precedente, con un ritmo di crescita annuale attorno allo 0,9% e un PIL nominale superiore a 4.000 miliardi di dollari, il nuovo premier sa bene che il paese deve fare i conti con un disavanzo delle partite correnti, pari a 18,4 miliardi di sterline (2,4% del PIL). Questo passivo è guidato da un forte deficit strutturale nel commercio di beni, con un deficit merci salito a livelli significativi, compensato solo in parte dal surplus nei servizi finanziari e professionali erogati. Le operazioni in conto capitale registrano trasferimenti e transazioni su attività non finanziarie, di entità ridotta rispetto agli altri conti, mentre gli investimenti diretti, quelli di portafoglio e derivati sono tali da non riuscire a coprire il fabbisogno derivante dal deficit di conto corrente.
Ne deriva una crisi di investimenti che incide direttamente sull’espansione dell’attività delle imprese, limitando gli investimenti in innovazione tecnologica e vanificando la reindustrializzazione del paese, uscito con le ossa rotte dalla Brexit e con un bilancio statale gravato dalle spese per il finanziamento della guerra in Ucraina.
Nella sostanza, il governo di Burnham non introduce elementi di discontinuità con Starmer che al suo insediamento rilasciò dichiarazioni simili anche in materia di politica interna. Nei fatti l’ex ministro alla Difesa, John Healey, è stato promosso alle finanze: quello stesso Healey che subito dopo le promesse dimissioni di Starmer aveva affermato la necessità di aumentare le spese. Evidentemente, il Primo Ministro è solo un fantoccio nelle mani di gruppi di potere che continuano con la loro agenda. Il nuovo ministro alla difesa, Streeting, blairiano di ferro, era un concorrente di Burnham per la poltrona di Primo Ministro (forse in attesa di promozioni future): tutto si tiene.
Un piccolo elemento di discontinuità è costituito dalla nomina di Milliband, ex-leader dei laburisti, sconfitto nelle elezioni del 2016, che ha un curriculum meno interventista in Medio Oriente perché a suo tempo si era opposto al bombardamento UK in Siria sembra essere un contentino alla parte giovane dell’elettorato laburista meno sionista dell’establishment del partito. La continuità con Starmer si estende anche all’approccio europeista: prosegue la politica di reintegrare la UK dentro l’Unione Europea, in attesa di riproporre prima o poi un referendum (oppure in attesa di una disintegrazione della UE).
L’assenza di una vera linea programmatica (come potrebbe essere diversamente), si ritrova nell’ambito della politica sull’energia che dovrebbe essere il caposaldo di una qualunque politica in grado di rilanciare l’economia britannica. Il Burnham, “verde” favorevole alle energie innovative, si propone di ricominciare perforazioni nel mare del Nord: un tentativo di compiacere Trump che sicuramente lo considera un estremista di sinistra? Burnham ha anche proposto di eliminare l’IVA sull’energia per abbassare il prezzo per gli utilizzatori, ma NON dicendo dove intende reperire i fondi necessari per coprire il mancato gettito fiscale. Naturalmente lungi da lui e da tutta la classe dirigente di pensare a trovare accordi con la Russia per abbassare il costo all’origine.

La carta della legislazione sul lavoro

In altre parole Burnham sa di non avere risorse e allora ha deciso di puntare soprattutto a riforme della legislazione sul lavoro che riguardano gli aspetti normativi del rapporto, avendo cura di farne ricadere gli effetti economici sui datori di lavoro privati, almeno in gran parte. Non va dimenticato che la legislazione sul lavoro della Gran Bretagna risente ancora dei pesanti attacchi e dello smantellamento delle garanzie subite dalla classe operaia del paese messe in atto da Margaret Thatcher e di fatto confermate dal Governo Blair. È per questo motivo che la chiave del successo elettorale laburista nelle elezioni del 2024 è stata costituita dal “New Deal for Working People“, un importante
pacchetto legislativo e politico volto a migliorare i diritti dei lavoratori e dei sindacati, vietare pratiche discriminatorie come il “licenziamento e riassunzione” e rafforzare i sindacati nel Regno Unito. Per questo motivo nei primi 100 giorni di governo Burnham si ripropone di fare approvare l’Employment Rights Bill (Disegno di legge sui diritti del lavoro) che li contiene.
Si introduce il divieto di abuso dei contratti a zero ore, ossia quei contratti che non garantiscono un numero minimo o fisso di ore lavorative al prestatore (specie di contratti di lavoro a chiamata), anche se non si tratta di un divieto assoluto. L’eliminazione della pratica di licenziamento e successiva immediata riassunzione del dipendente, con termini e condizioni meno favorevoli per il lavoratore, attualmente consentita, verrà ostacolata anche se con alcune, blande, limitazioni. Viene introdotta la tutela contro il licenziamento illegittimo sin dal primo giorno del rapporto di lavoro (salvo che nel periodo di prova); questo poiché secondo la legislazione sul lavoro inglese i dipendenti non beneficiano di questa tutela prima del compimento di due anni di servizio.
Viene istituito un unico organismo di controllo per far rispettare i diritti dei lavoratori (una specie di Ispettorato del Lavoro) e vengono modificati i criteri di determinazione del salario minimo nazionale, in modo tale da prendere in considerazione l’aumento del costo della vita, con eliminazione delle differenze di trattamento in base alle fasce di età, come è attualmente. Vengono prorogati i termini per presentare ricorso al tribunale del lavoro, passando dagli attuali tre mesi a sei mesi. Viene introdotto l’obbligo per i datori di lavoro con più di 250 dipendenti di predisporre un piano d’azione per affrontare le problematiche legate alla menopausa.
Per quanto concerne il lavoro a distanza viene introdotto il diritto a disconnettersi dal lavoro, in linea con la normativa europea. Il diritto a beneficiare del lavoro flessibile sin dal primo giorno di lavoro (e non soltanto, come attualmente, il solo diritto a fare domanda di lavoro flessibile), viene riconosciuto, salvo che il datore di lavoro non abbia una valida ragione per rifiutarlo. È prevista inoltre la consultazione con le parti sociali per governare la transizione verso uno status unico di lavoratore dipendente, contrapposto al lavoratore genuinamente autonomo. Questa proposta implicherebbe l’abrogazione della figura ‘ibrida’ (e ambigua) del c.d. worker con abrogazione dello Strikes (Minimum Service Levels) Act 2023.
I c.d. grandi datori di lavoro, ossia aziende con più di 250 dipendenti, saranno obbligate a pubblicare rapporti sul divario retributivo dovuto a etnia e disabilità. Questo obbligo si aggiungerebbe a quello già esistente di pubblicazione dei divari salariali dovuti al sesso.
Per quanto riguarda il diritto di sciopero è prevista l’abrogazione delle modifiche apportate al Trade Union Act 2016 che hanno reso estremamente difficoltoso per i sindacati proclamare lo sciopero. Vi sarà la semplificazione della procedura di riconoscimento delle organizzazioni sindacali da parte datoriale. Il diritto dei sindacati ad accedere sui luoghi di lavoro a fini di reclutamento e organizzazione. Per quanto concerne i diritti del lavoratore, estensione del congedo per lutto non retribuito. Attualmente il congedo retribuito per lutto è usufruibile solo per la morte di un figlio.
I conservatori nel loro programma propongono di inasprire ancora di più la legislazione sul lavoro, mediante il mantenimento del salario minimo nazionale (che nel Regno Unito viene stabilito annualmente dal Governo) in misura pari a due terzi del reddito medio. Revisione del processo di valutazione dell’idoneità al lavoro delle persone disabili al fine di evitare che costoro vengano dichiarate malate “per impostazione predefinita“. Con il nuovo sistema, la responsabilità di emettere il certificato di idoneità/inidoneità al lavoro verrebbe spostata dai medici di base agli specialisti e agli operatori sanitari. Verrebbe testata l’integrazione con il nuovo servizio WorkWell, per fornire un supporto di lavoro su misura per aiutare le persone a rimanere o a tornare nel mercato del lavoro.
I conservatori propongono un’ulteriore compressione dei diritti sindacali, mediante la piena attuazione delle disposizioni dello Strikes (Minimum Service Levels) Act 2023, ossia della legge volta a ridurre le interruzioni di servizi dovute agli scioperi. In particolare questa legge, oggetto di forti critiche, stabilisce i livelli di servizi minimi essenziali, consentendo ai datori di lavoro di mettere in atto iniziative volte a bloccare l’astensione collettiva del personale. Creazione di 100.000 apprendistati di alta qualità in Inghilterra ogni anno, nei settori cinematografico, televisivo, del gaming e della musica, includendo il lavoro per le produzioni dal vivo, a dimostrazione dell’interesse dei conservatori per settori lavorativi che coinvolgono i servizi e i lavori non operi.
Infine una disposizione di carattere “populista”, consistente nel divieto di pagamento di bonus o retribuzione variabile ai dirigenti nel settore idrico, nel caso in cui la relativa azienda di appartenenza abbia commesso reato grave di inquinamento. La proposta è volta a placare l’elettorato, scandalizzato e inferocito dai livelli di inquinamento idrico che affligge corsi d’acqua e mari inglesi sin da quando il Governo guidato dal partito conservatore ha autorizzato le società che gestiscono i bacini idrici a riversare acque reflue (non trattate) direttamente nei fiumi e mari britannici.
I partiti di destra concentrano la loro proposta politica nel contrasto all’emigrazione, attribuendo agli immigrati la responsabilità di ogni problema mentre, i verdi in forte ascesa, oltre a concentrare la loro attenzione sui problemi ecologici e quelli dell’energia, cercano di darsi un programma sulle diverse tematiche e tuttavia si guardano bene dal discostarsi dalle linee in politica estera o di mettere in discussione il sostegno all’Ucraina in nome del ripristino delle relazioni con la Russia per riprendere le forniture di energia che solleverebbero e non poco le sorti dell’economia favorendo le classi meno abbienti.

La strategia di Burnham

Burnham sa bene che le casse sono vuote e che il suo programma di governo deve costare il meno possibile e tuttavia, per drenare risorse, deve ricorrere alla concertazione sociale, cercando innanzitutto il consenso delle diverse parti politiche. Così completa la sua proposta con la continuità assoluta in politica estera e il sostegno alla guerra d’Ucraina, anche se sa benissimo che questa costituisce un pozzo senza fondo che assorbirà le poche risorse del governo. Confida nel fatto che il programma di governo in politica estera ha come obiettivo la rifondazione dell’impero e l’instaurazione di rapporti coloniali con i paesi che dovrebbero nascere dalla sconfitta della Russia e dalla sua frammentazione, permettendo all’Inghilterra di disporre di risorse provenienti non più da un Impero transoceanico, ma dai rapporti coloniali instaurati nell’orto di casa, realizzando un antico sogno ormai in frantumi o da un Commonwealth ormai in disarmo, perseguendo un disegno coltivato dall’establishment Britannico fin dall’inizio del 900, con pervicacia, determinazione e spregiudicatezza.
Coerentemente Burnham si pone il problema di dover reperire le risorse e perciò mobilita i ricchi possidenti in nome dell’interesse nel futuro impero. Ci riferiamo, ad esempio, al gruppo di 120 milionari britannici, organizzato dal movimento Patriotic Millionaires, che ha inviato una lettera aperta al governo del Regno Unito, chiedendo di aumentare le tasse sui grandi patrimoni e sui redditi più alti. Fanno parte del gruppo volti noti come l’ex calciatore Gary Lineker, il regista Richard Curtis, l’imprenditrice Julia Davies, il musicista Brian Eno. Costoro chiedono l’introduzione di un’imposta del 2% sui patrimoni superiori a 10 milioni di sterline e una riforma della tassazione sulle plusvalenze (capital gains tax), evidenziando che queste misure potrebbero generare miliardi di sterline all’anno che, per la verità, i donatori vorrebbero destinare a scuola, sanità e welfare, riducendo le disuguaglianze nel Paese. Tuttavia l’importante è incassare perché poi a spendere penserà il Governo.
Ma gli obiettivi di Burnham sono altri, ovvero quelli del riarmo e della guerra, senza rendersi conto che il Governo che egli è chiamato a gestire è quello di un’Inghilterra la cui popolazione è culturalmente e geneticamente cambiata. I nostalgici dell’impero sono costituiti dei residui delle classi dirigenti coloniali rifugiatesi in Inghilterra dopo il crollo dei vari dominions, opportunamente rinforzati da una massa crescente di residui di popolazione che viveva ai margini del rapporto coloniale e che ora cerca nelle isole britanniche di coltivare l’illusione di un nuovo benessere, dando vita a enclave di comunità etniche che costellano il paese. Reclutare fra costoro un numero sufficiente di persone in grado di dar vita ad un esercito è un problema difficile da risolvere per chiunque, Burnham compreso.

Le truppe di Burnham

Ma di quali forze Burnham disporrebbe nel caso in cui l’esercito professionale inglese dovesse essere impiegato sul campo di battaglia. I dati ufficiali e conosciuti ci dicono che l’esercito inglese dispone di circa 104.000-109.000 effettivi totali. Di questi, circa 74.300 sono forze regolari, 4.460 sono soldati Gurkha, integrati nei reparti. Inoltre l’esercito dispone di circa 25.700 unità che appartengono alle riserve operative volontarie (dati aggiornati al 2026). Le condizioni della flotta, per ammissione dello stesso Stato maggiore inglese, sono caratterizzate da un forte invecchiamento del naviglio e dall’assenza di un numero sufficiente di equipaggi per mantenere in attività quello residuo, il che la dice lunga sulla disponibilità a mobilitarsi delle nuove generazioni. Si pensi che dovendo mettere in mare una nave da guerra recentemente l’Ammiragliato ha dovuto utilizzare gli equipaggi sotto organico di due navi. L’aviazione sembra essere in buone condizioni ma le migliori unità sono quelle speciali e di élite, nonché i servizi di intelligence. In buono stato sembra essere il servizio di vigilanza e prevenzione da attacchi missilistici come l’armamento nucleare, integrato da quello statunitense e di fatto da questo non distinguibile.
Vi sono forti dubbi che in caso di guerra tali numeri sarebbero sufficienti a sostenere lo sforzo bellico, malgrado l’alta tecnologizzazione degli armamenti dei quali le forze armate dispongono e che quindi, ben presto il governo sarebbe costretto a ricorrere alla mobilitazione. In questo caso il bacino di popolazione al quale attingere è di circa 69,9 milioni di abitanti (stime aggiornate a quasi 70 milioni) distribuiti tra Inghilterra: ~57 milioni di abitanti (la zona più popolosa), Scozia: ~5,5 milioni, Galles: ~3,1 milioni di abitanti. La popolazione maschile è distribuita tra i 18 e 25 anni è stimata in circa 18,5 milioni di persone (18.496.146), suddivise nelle fasce demografiche ufficiali rilevate dai dati statistici territoriali, come segue: 18 – 24 anni: 2.520.763, 25 – 34 anni: 3.921.748, 35 – 44 anni: 3.830.988, 45 – 54 anni: 3.650.000 (stima approssimativa), 55 – 64 anni: 4.572.647. Se ne desume che attingendo alle prime due fasce l’Esercito britannico potrebbe disporre di 6.000.0000 circa di soldati. Si tratta numericamente di un bacino ragguardevole di forze delle quali va tuttavia indagata le composizione che secondo le stime dell’Office for National Statistics e del Migration Observatory elaborate per il Regno Unito, e di circa il 19% del totale, pari a circa 13,1 milioni di persone di nati all’estero il 10% dei quali nei paesi UE.
Per verificare la volontà di combattere e la disponibilità a mettersi al servizio della nazione i dati fin qui riportati vanno incrociati con quelli concernenti le comunità etnico religiose, molte delle quali, come quelle islamiche, hanno maturato una forte ostilità verso i governi, soprattutto in politica estera, e questo atteggiamento riguarda certamente le comunità islamiche, pari al 6,5% della popolazione totale (circa 4 milioni di persone), concentrate soprattutto in grandi aree urbane come Londra, Birmingham e Manchester. La maggioranza di questi cittadini proviene da Pakistan, Bangladesh e India, mentre sono forti le componenti dal Nord Africa, dal Medio Oriente, dalla Somalia e di diversi Paesi europei e asiatici.
Problematici, ma con caratteristiche differenti, i rapporti con le comunità indiane che costituiscono la più grande minoranza del paese, con oltre 2,1 milioni di persone. Queste comunità di origine post-coloniale, si concentrano soprattutto a Londra (in quartieri come Harrow e Southall), Leicester e Birmingham, distinguendosi per alti livelli di integrazione, stabilità finanziaria e successo professionale e sembrano potenzialmente più sensibili ad aderire e difendere gli interessi nazionali. Questi, circa il 3% della popolazione totale del Regno Unito, con circa 920.000 persone, sono nati direttamente in India. A misura dell’integrazione della comunità si fa di solito notare che chi vi appartiene registra il tasso più alto di proprietà immobiliare (circa il 71%) tra tutti i gruppi etnici in Inghilterra a prova del radicamento territoriale e dell’integrazione politica, dimostrata dall’elezione a premier di Sunak. Il livello generalmente alto della popolazione di origine indiana consente una maggiore aderenza ai valori dell’impero britannico.
Il rapporto tra popolazione migrante e autoctona in Inghilterra è caratterizzato da una forte crescita demografica, con circa il 16-18% dei residenti nati all’estero. Le comunità non autoctone si concentrano soprattutto nelle grandi aree urbane come Londra, inserendosi in un contesto storico di multiculturalismo, ma anche di acceso dibattito politico e sociale. Tuttavia, circa il 40% dei neonati in Inghilterra e Galles ha almeno un genitore nato all’estero, e le minoranze etniche (incluse le seconde e terze generazioni) superano il 18-24% della popolazione complessiva a seconda dei parametri demografici ed etnici considerati.
Questi dati ci dicono che la risposta ad una mobilitazione generale necessaria in caso di conflitto, elemento che ha caratterizzato la risposta del popolo britannico alla mobilitazione in occasione della Seconda guerra mondiale, presenta notevoli caratteri di problematicità e solleva molti dubbi sulla praticabilità della politica neoimperiale britannica che rischia di fondarsi su gambe di argilla.

Bibliografia essenziale: Henry Kissinger, Ordine Mondiale, Mondadori, Milano, 2023; Zbigniew Brzezinski, La Grande Scacchiera: Come e perché i globalisti hanno reso il mondo una polveriera, Visione Roma 2025.

G. L. & Antonio Politi