
“Se fossi accademico, fossi maestro o dottore
Ti insignerei in toga di 15 lauree ad honorem
Ma a scuola ero scarso in latino
E il pop non è fatto per me
Ti diplomerò in canti e in vino
Qui in via Paolo Fabbri 43“
Via Paolo Fabbri 43
Scrivere di Francesco Guccini all’indomani della sua scomparsa e dopo averne sentite e lette di tutti i colori da sinistra e da destra, mi risulta un po’ difficile perché non vorrei correre il rischio di essere banale e unirmi allo stuolo molto nutrito di estimatori dell’ultima ora o di professionisti dei “coccodrilli”. Sono convinto che, per coloro che un po’ si occupano di poesia, di musica, di persone, di anime, abbiano perso un amico, un fratello maggiore più maturo e per tutti noi sarà necessario un po’ di tempo per bloccare e far cicatrizzare la ferita che si è aperta dentro.
Cercherò, quindi, di cogliere alcuni aspetti della poetica e del suo pensiero partendo dalla fine, da quella rilettura della canzone popolare di protesta del suo ultimo lavoro “intorto” in cui si ritorna alla poesia e alle inquietudini giovanili, irruenti, segnate dalla canzone popolare di lotta e partendo da quello spirito anarchico del “macchinista ferroviere” che alla fine dell’800, in un momento di grandi ideali, pensa bene di utilizzare la sua locomotiva lanciandola a folle velocità fino al deragliamento e all’esplosione finale. Una metafora esplicita, l’anarchico che lancia la locomotiva contro il potere borghese diventa un manifesto dei movimenti giovanili degli anni ’70, nel momento più topico del brano, quando “la bomba proletaria illuminava l’aria, la fiaccola dell’anarchia“. Per comprendere Guccini bisogna partire da quella stazione di Bologna illuminata dall’esplosione, da quelle montagne dell’Appennino, da quella cultura che lo ha plasmato. Ho letto da qualche parte un suo ricordo: nel periodo scolastico, quando si studiava l’Iliade, tanti studenti parteggiavano per i greci; lui è stato sempre con i troiani, quelli perdenti. Nelle sue canzoni, ma anche nei suoi romanzi, si comprende benissimo a quale parte è rimasto fedele e di non aver mai nascosto le sue idee. Lui è sempre stato un anarchico e simpatizzante di quel mondo ed è in quel mondo che lui scava anche quando spesso esclama “mah” per dirci di considerare sempre il dubbio, di avere la certezza del dubbio, perché in fondo a quest’oggi c’è ancora la notte, in fondo alla notte c’è ancora, c’è ancora. Cit. Madame Bovary.
Il pensiero politico di Francesco Guccini non è legato a un’ideologia rigida o militante, ma guarda allo spirito romantico dell’anarchia, a un pensiero quasi moralistico, vicino ad una visione storica, quella di Bakunin o di Gaetano Bresci, per intenderci, fatta di rincorse utopiche, ideali puri e di lotta contro tutte le ingiustizie. Guccini ha spesso chiarito di non essere mai stato comunista né di essere stato iscritto a un partito che avesse schemi fissi, ma ha rivendicato la sua ferma laicità, il suo agnosticismo e l’anticlericalismo, Il suo rifiuto di ogni legame ideologico o religioso, vivendo la sua vita in piena libertà, frequentando le osterie e privilegiando i racconti, le storie legate alla sua terra emiliana e nella libertà di creare.
Si è sempre definito un “azionista” vicino al pensiero e agli ideali di Giustizia e Libertà, dai forti connotati antifascisti. In questo c’è un’affinità e un forte legame con l’amico Fabrizio De André, affinità intesa soprattutto come radicale indipendenza intellettuale, rifiuto del dogmatismo e difesa degli ultimi e dei ribelli. L’irrompere di Guccini, con la sua curiosità tipica delle menti acute, con la sua cultura, la sua ironia, nella musica leggera italiana ha caricato di quotidianità popolare, filosofia e tracciato traiettorie nuove nella struttura del testo per come si muove la sua penna magica. Se poi a questo si aggiunge una voce forte, limpida, che si lascia ascoltare, il cerchio si chiude perfettamente.
Guccini è il classico artista, il personaggio che definirei senza tempo che si lascia ascoltare e che ti fa riflettere e pensare, il Maestrone, il Guccio come veniva chiamato dagli amici d’osteria, il burattinaio delle parole che ha elevato a poesia la narrazione del cantautore attingendo a piene mani dalla immensa statura poetica di Bob Dylan che ha venerato, imitato ma che presto se ne liberato, rivendicando il bisogno di purezza e di consapevolezza nel dover distruggere i disvalori di quell’America, capitalista e guerrafondaia, che guarda al solo profitto e alla egemonia sull’intero mondo.
Guccini ha sperimentato nuove forme di narrazione con divertente ironia, ci ha intristiti con storie di solitudine e marginalità, ubriacato di racconti di paese tra cronaca, ricordi, affabulazioni, e rime «vibranti e belle e mai senza scopo», come le definiva, senza mai cavalcare le ideologie, le mode.
Credo che per questo per questo è stato compreso e amato da tutti, senza nessuna divisione sociale, politica e anagrafica. Il mio è solo un modesto e semplice invito a tutti a riascoltare mezzo secolo di sue canzoni e scoprire, riscoprire leggere, ascoltare, raccontare le emozioni che ogni canzone è capace di trasmettere e confrontarsi sulle emozioni che ogni brano regala.
jankadjstrummer