Mentre la situazione politica internazionale si deteriora sempre di più, sotto la spinta della ridefinizione delle sfere d’influenza fra diverse aree del pianeta e si assiste alla rinascita del sogno imperiale di sempre più numerosi attori internazionali, la premier nel Meloni si barcamena tra i diversi summit dei gestori di un perenne conflitto che sfugge sempre di più alle regole del diritto internazionale e lo nega, quel diritto, che aveva finto per 80 anni di garantire un’apparente vita di relazioni tra diverse entità statuali, con regole puntualmente violate all’occorrenza dai ceti al potere negli Stati detentori della forza. Con l’ascesa al potere di Donald Trump questi hanno deciso di agire a tutela dei loro interessi e a sostegno dei loro progetti egemonici e mettere in atto una redistribuzione delle sfere di dominio sui territori.
Il destreggiarsi in questo crescente conflitto di interessi si è rivelato per la Meloni e per il suo governo un elemento stabilità a fronte delle inesistenti posizioni della sinistra riformista, attonita di fronte alla complessità e già sostenitrice di criminali e ipocriti di interventi nelle dispute internazionali, sposando gli interessi dei democratici statunitensi e prostituendosi ideologicamente e strategicamente al loro progetto politico, con l’ambizione di far parte di un aggregato di potere, decadente, narcisista mediatico e satanista, come il Caso Epstein dimostra, nell’illusione di raccogliere almeno le briciole dell’accumulazione capitalistica e della perpetuazione dello sfruttamento globale.
L’emergere di nuovi attori sulla scena internazionale (come i BRICS e perché no, anche degli Stati neo imperiali) ha avuto se non altro il pregio di costringere tutti i gestori del potere a gettare la maschera e ad agire senza ipocrisie, allo scoperto e mostrare il loro volto di canaglie senza etica, preoccupati soltanto di vivere intensamente ed edonisticamente la propria vita, accumulando ricchezze, conquistando e detenendo il potere, esercitandolo, al di là e al di sopra dei limiti definiti dalla legge e dall’etica, violando principi che seppur ipocriti nel loro manifestarsi garantivano un apparente ordine mondiale, puntualmente e all’occorrenza, violato.
È stata soprattutto la situazione internazionale a consentire alla Meloni di presiedere un governo di lunga durata che, bisogna riconoscerlo, sta mettendo in atto larga parte del suo programma di ristrutturazione dei rapporti tra ceti e classi e di trasformazione del sentire sociale.
I fascisti al governo sono consapevoli del fatto che perseguendo una strategia di allontanamento dell’insieme della popolazione dalla partecipazione alla politica, si riduce il numero dei partecipanti al voto il sistema di governo sopporta una certa quota “fisiologica” di oppositori, e consente con una minoranza di elettori di assumere le guida del paese, mirano, con successo alla creazione di un blocco sociale che una volta si sarebbe definito “corporativo” per supportare la loro azione di governo in cambio di una partecipazione sia pur limitata alla spartizione appropriativa delle ricchezze del paese.
Manipolando l’opinione pubblica attraverso l’uso accorto degli strumenti più subdoli ma efficaci della comunicazione di massa il governo Meloni ha messo in atto un piano di riformattazione sociale avendo di fronte una sinistra riformista, annientata nei suoi valori e nelle sue capacità, screditata perché incapace di un di concepire un progetto politico unitario alternativo sul piano sociale, per avere sposato valori, ideologie e fini propri dell’avversario di classe, convinta della scomparsa della classe di riferimento, e incapace di ridefinirla, prova ne sia il completo distacco della sinistra da qualsiasi riferimento ai problemi degli sfruttati e degli emarginati. Lo prova il fatto che parole d’ordine come aumento dei salari, rilancio della produzione industriale e agricola, tutela ed ampliamento del servizio sanitario nazionale, finanziamento della scuola e sua finalizzazione ai bisogni sociali, diritto alla casa, tutela del territorio, sono divenute vuote parole d’ordine, slogan che vengono ripresi ad agitati per un breve lasso di tempo e poi abbandonati.
Così il governo ha potuto inasprire tutta la legislazione penale attraverso un’operazione sistematica di smantellamento delle libertà, a cominciare da quelle di manifestazione del pensiero e di esternazione del dissenso e anche della semplice non condivisione delle posizioni del governo. Utilizzando il cavallo di Troia dell’immigrazione da reprimere il governo ha introdotto nel nostro nell’ordinamento norme che restringono in misura sempre crescente diritto a manifestare il proprio dissenso sociale, il disagio per le crescenti condizioni di povertà di una parte sempre più ampia della popolazione, reprimendo non solo i raduni ludici (rave) per sanzionare i comportamenti discutibili di alcuni ma ha proceduto contro l’ambientalismo reprimendo il dissenso gandhiano e non violento, approfittandone per introdurre norme repressive del dissenso attivo di carattere più generale come l’occupazione di strade con cortei in difesa del posto di lavoro, ecc. dell’apparato industriale, all’impoverimento progressivo dei ceti sociali più deboli alla quale ha fatto seguito la generalizzazione dell’attività repressiva, estendendola alle forme di dissenso giovanile e ai luoghi di aggregazione sociale come i centri sociali, spingendo chi li frequenta e li sostiene a criminalizzare i loro comportamenti in modo da mettere in atto più facilmente la repressione con il consenso di quella parte dell’opinione pubblica che sostiene o non si avvede della progressiva erosione della libertà attraverso i cosiddetti provvedimenti sicurezza che non hanno avuto altro effetto che quello di restringere lo spazio del dissenso e di criminalizzare ogni minimo atto di scostamento stimolando il diffondersi di un’ignavia sembra più diffusa.
Aborrendo il dissenso sociale si è passati ad una fase di prevenzione, attingendo all’esperienza storica della destra, rispolverando i provvedimenti adottati dal fascismo in occasione delle visite del duce o dei gerarchi, quando il giorno prima la polizia ed il regime provvedevano all’arresto dei potenziali contestatori, tutti preventivamente schedati (vedasi introduzione del fermo preventivo di 12 ore in occasione di manifestazioni).
Utilizzando come grimaldello e al tempo stesso come elemento di stimolo la crescita del bisogno di beni materiali, essenziali alla vita, alimentando la crescita dei salari di fame, delle condizioni di lavoro miserabili, dei rapporti di lavoro precario, dello sfruttamento paraschiavistico, costruendo una gerarchia di ceti e classi posti in competizione tra loro, assumendo a modello la classificazione che l’impero spagnolo fece delle popolazioni delle sue colonie d’America, dove creò una scala di gerarchizzazione dei diritti della persona, ponendo al vertice l’idalgo purché nato in Spagna e al fondo gli indios senza anima, il Governo Meloni mira a distruggere quella parte essenziale di garanzie costituzionali incardinate al diritto d’uguaglianza nella libertà.
Bisogna riconoscere che la strategia adottata dal governo nel disarticolare l’opposizione, qualsiasi opposizione, quella politica riformista e quella sociale, è stata efficace e sta raggiungendo larga parte dei suoi obiettivi. Prova ne sia che la sinistra riformista è priva di un proprio programma, in altre parole va a rimorchio, non sa a che fare, vive di espedienti retorici, della richiesta di provvedimenti tampone, cercando maldestramente di limitare il danno, che ora con il referendum sulla giustizia comincia a porre l’assedio e a smantellare la Costituzione.
Non è ancora una volta un caso che questo attacco alle Costituzioni postbelliche, soprattutto a quelle di orientamento antifascista, e tra queste certamente quella italiana, costituisca il tratto caratteristico dell’agire dell’Internazionale di destra che di fatto opera sotto le insegne del movimento Maga ma che si articola in tanti rivoli, tante componenti come l’ultra liberismo di Miley, il neo-franchismo di Vox spagnola, il neonazismo di Allianz für Deutschland, il neofascismo militarista ucraino, solo per citare alcune delle concretizzazioni organizzative di questa componente politica divenuta sempre più egemone.
Ad inquinare i pozzi non è stata solo la guerra d’Ucraina, ma la reintroduzione attraverso essa del principio che la guerra è uno strumento lecito, accampando la difesa della nazione dell’aggressore come principio da difendere, senza analizzare i fatti precedenti e risalire all’origine delle crisi, nonché alle ragioni del conflitto, ideologizzandolo per nobilitarlo, ma perdendo al tempo stesso il senso della realtà, dell’analisi oggettiva dei fatti, delle cause e degli interessi in gioco, dell’analisi oggettiva delle forze messe in campo, con il risultato di giungere alla conclusione che una potenza nucleare dotate di almeno 6000 testate atomiche possa essere sconfitta da un esercito per quanto agguerrito e motivato che esercita la nobile arte di distruzione delle risorse per ricostruire sul campo di battaglia, fra i morti e il sangue, le sofferenze delle popolazioni, l’accumulazione capitalistica e permettere ad una banda di oligarchi sanguinari e corrotti di arricchirsi con i proventi di guerra che notoriamente nobilitano e alimentano ogni ruberia, ogni sopraffazione negando gli interessi e i bisogni dei popoli.
Una risposta necessaria
La situazione si è deteriorata al punto che una risposta è sempre più necessaria e va trovata partendo da ogni piccolo anfratto, da ogni piccola lotta, per quanto periferica essa sia, da ogni resistenza alla sopraffazione, per quando marginale rispetto al dipanarsi del potere centrale degli Stati questa possa sembrare.
Prodromica rispetto a queste lotte è certamente l’interruzione o almeno la riduzione delle guerre perché senza il massacro dei popoli sui campi di battaglia la loro capacità di lotta, le loro energie vengono distorte da combattere il loro vero nemico: lo sfruttamento del lavoro da parte del capitale. La mente delle popolazioni è avvelenata dal nazionalismo, è distorta dalla difesa degli interessi di classe; la rabbia derivante dallo sfruttamento viene pervertita e utilizzata contro altri proletari, come antidoto, come stupefacente inalato per allontanare il soggetto dal reale e farlo agire in un mondo alieno nel quale si esauriscono tutte le sue risorse e le sue forze.
All’ombra della guerra il profitto cresce, i padroni si ingrassano, l’edonismo narcisista dei ricchi si alimenta, gli istinti più bassi e i desideri più triviali si manifestano con l’obiettivo di trovare una realizzazione che tamponi quell’alienazione che scaturisce dalla coscienza di essere utilizzato, sfruttato, violentato, venduto e di non poter ciò malgrado fare nulla per porre fine a questa situazione.
Un piccolo passo ma di grande efficacia è affrontare la scadenza referendaria e cogliere l’occasione per dire che no, nella difesa dei valori Costituzionali e della divisione dei poteri, fondamento dello stato di diritto. Questa è la trincea dietro la quale ci attestiamo per contrastare questo progetto dissolutore della convivenza dei nostri diritti e della nostra libertà, ben consapevoli che abbiamo fatto solo un primo passo e che le diseguaglianze rimangono, la povertà e lo sfruttamento si espandono, si rigenerano, corrodono le capacità di lotta e di resistenza degli sfruttati e quindi che il passo successivo è iniziare a rimuovere le cause, gli strumenti della dominanza e del potere attraverso i quali l’aspirazione all’uguaglianza dei popoli viene perseguita e attuata.
La Redazione