UCRAINA, le prospettive del conflitto

Esplosione deposito munizioni distrutto da un Iskander nella cittadina di Vyshneve, nei pressi di Kiev

Capire cosa succede nella guerra in Ucraina diventa oggi sempre più difficile, perché le notizie di quanto avviene sul campo di battaglia sono del tutto scomparse ci viene detto che il fronte è immobile, il che non è vero perchè russi hanno conquistato Kostantinoscka e sono in procinto di fare altrettanto con Limam e sono giunti alla periferia di Sloviansk e Kramatorsk Per i media occidentali fanno notizia solo gli attacchi ucraini sulla Crimea, il territorio russo bombardato, le raffinerie colpite in Russia, perché questa è la narrazione che i giornalisti prezzolati o intellettualmente corrotti dei grandi giornali occidentali hanno deciso che dobbiamo inghiottire. Lo slogan che sintetizza questo orientamento è: “ l’Ucraina sta vincendo”.
A giudicare dagli effetti della gigantesca esplosione (vedi foto) che ha raso al suolo alcuni quartieri della cittadina di Vyshneve, nelle vicinanze di Kiev, che i russi hanno colpito, facendo esplodere un magazzino di munizioni stivate tra le abitazioni civili, non si direbbe, unitamente alle notizie che provengono dal campo di battaglia; ma comunque è indispensabile una premessa. L’Unione europea si è procurata una sentenza della CEDU (Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) con la quale si stabilisce che costituisce reato penale riprodurre e diffondere ciò che viene pubblicato da Russia Today e ogni notizia che proviene da fonte russa, e ha stabilito che ciò costituisce un reato penale personale. In altre parole si sostiene, ipocritamente, che le notizie possono essere personalmente reperite in rete, ma non diffuse. Il provvedimento fa seguito alle sanzioni personali inflitte ad analisti e commentatori della guerra in Ucraina, come è avvenuto per il colonnello svizzero Jacques Baud, accusato di aver promosso disinformazione e propaganda a favore del Cremlino, con blocco dei conti bancari ed ogni altra possibile vessazione, mediante provvedimento amministrativo, difficilmente impugnabile, per essersi reso colpevole di essersi limitato a commentare quanto sta avvenendo sulla base delle proprie conoscenze (peggio di quanto faceva l’URSS contro i dissidenti negli anni ’70 del secolo scorso).
Ciò premesso, facciamo il punto su quanto sta avvenendo.

La strategia dell’Ucraina

Dopo quattro anni e mezzo di guerra, l’Ucraina è allo stremo. Le sue infrastrutture energetiche, logistiche, industriali e produttive sono state bombardate a tappeto, rase al suolo, ed oggi non produce più nulla, ma è sostenuta totalmente dai finanziamenti dell’Unione europea (cioè dalle nostre tasche). Con i fondi ricevuti le autorità ucraine sostengono di provvedere al pagamento di pensioni e stipendi, all’erogazione dei servizi sanitari e del servizio scolastico, al sostenimento del costo delle riparazioni dei danni causati dai bombardamenti mediante droni, missili e bombe, e infine al finanziamento dello sforzo bellico, mentre si approprino di una quantità incontrollata e incontrollabile di tali fondi.
La guerra ha indotto più di 8 milioni di ucraini ad abbandonare il paese, rifugiandosi in Russia, paese aggressore, a dimostrazione del fatto che evidentemente non lo ritenevano poi un paese nemico, mentre altri 7 milioni circa hanno trovato rifugio nei paesi europei o in Canada, negli Stati Uniti e nel mondo, ricevendo dai governi occidentali, accoglienza sotto forma di sussidi generosi per vivere da profughi, oppure trovando lavoro e inserendosi nella società. Ospitante, in particolare costoro hanno lasciato l’Ucraina a causa della guerra, rifiutandosi di combattere; la diaspora è particolarmente numerosa per quanto riguarda i giovani mobilitabili. Per l’effetto congiunto di questi fenomeni migratori, delle morti, delle popolazioni passate sotto il controllo russo, e di tutto ciò che la guerra ha portato con sé, si calcola che oggi la popolazione Ucraina non superi i 18 milioni (dati del governo di Kiev del 2025), rispetto ai 48 milioni di prima dall’inizio della guerra, che peraltro in Ucraina fa data non dall’inizio della cosiddetta “operazione speciale”, ma dal colpo di Stato di Maidan del 2014.
A causa delle continue perdite di territorio, oggi l’Ucraina continua ad arretrare sul campo di battaglia e articola la propria strategia di risposta nel cercare di infliggere danni crescenti alla Russia, bombardando con droni e missili il suo territorio, coordinando la sua base produttiva bellica con quella dei paesi europei nei quali produce armi, al riparo dai bombardamenti russi ed usa il loro spazio aereo e la risorse di questi come corridoi di attacco al territorio russo; riceve assistenza di intelligence USA e NATO per individuare e raggiungere i bersagli. Spera di effettuare, così facendo, tanti danni alla Russia da costringerla al tavolo delle trattative e a negoziare su base paritaria, rinunciando al possesso dei territori conquistati sul campo di battaglia.
L’intensificazione dei bombardamenti in Crimea avrebbe il fine di disarticolare il controllo russo della penisola, rendendo la vita problematica, interrompendo l’energia elettrica, l’approvvigionamento di acqua, di generi alimentari e di quant’altro è necessario alla vita. Il bombardamento delle raffinerie e l’affondamento delle petroliere russe avrebbe l’obiettivo di bloccare la vendita di petrolio russo e quindi l’afflusso di moneta necessario al finanziamento della guerra. I risultati di questa strategia vengono enfatizzati dai media occidentali, al servizio della disinformazione, dimenticando di aggiungere che spesso le colonne di fumo che ci fanno vedere non hanno poco valore: alle volte quello che brucia è solo il carburante del drone stesso, oppure è il risultato di un incendio localizzato che provoca danni minimi (in altre parole, azioni teatrali pianificate da un gruppo che quello faceva di mestiere).

La strategia della Russia

Dall’inizio della guerra, obiettivi e strategia russa sono cambiati nel tempo. In un primo momento la Russia chiedeva all’Ucraina di trasformarsi in Stato federale e concedere una larga autonomia alle regioni del Donbass, ribellatesi al potere centrale e al colpo di Stato nazionalista, che voleva imporre la lingua ucraina alla popolazione russofona, sradicando la loro identità ed entrare nella NATO per porsi come baluardo alla Russia. Era allora interesse di Putin non smembrare il corpo elettorale ucraino, privandolo della componente russofona del Donbass, e questo per non alterare l’equilibrio tra le diverse componenti della popolazione ed arginare così il controllo del governo da parte delle forze nazionaliste: Putin confidava in fondo nei risultati di future elezioni democratiche. I nazionalisti, di fronte al pericolo di una crescente opposizione, rispondevano aggredendo militarmente il Donbass e bombardandolo.
Una volta iniziata “l’operazione speciale” e ritiratasi da Kiev a causa della resistenza incontrata, la Russia, rendendosi conto della impercorribilità della soluzione federale, riaffermava il possesso della Crimea che aveva annesso nel 2014 e che era sempre stata territorio russo, e dei quattro oblast di Kerson, Zaporozh’ya, Donetsk e Lugansk abitati prevalentemente da popolazione russofona. La prosecuzione della guerra e l’evolversi dello scontro sul campo di battaglia, che ha visto la Russia liberare totalmente l’oblast di Lugansk e parzialmente ma significativamente gli altri, ha spinto Putin ad ampliare le sue richieste, con la realizzazione di una fascia di interposizione nei territori di confine degli oblast di Sumy e Kharkov, da dove sono avvenute le incursioni ucraine in Russia (ci si ricordi Kursk). A marzo 2026 ha preso atto delle posizioni ucraine e della situazione sul campo di battaglia e ha cominciato a rivendicare anche questi due oblast e quello di Dnipropetrovsk, parzialmente occupati, portando il confine della Federazione russa sulla riva del Dnepr e proseguendo poi lungo una dorsale che arriva fino al confine di Stato, nell’oblast di Sumy, non escludendo di estendere la propria presenza all’intero oblast di Odessa, per realizzare un collegamento con la Transnistria.
Basta guardare la carta geografica per capire che così facendo, otterrebbe il doppio effetto di privare totalmente l’Ucraina di accesso al mare ponendo fine a qualunque velleità di sviluppo economico, vista anche la perdita delle regioni più ricche di risorse minerarie del paese, e di creare intorno all’Ucraina un cordone di sicurezza. Putin ha compreso che non può fidarsi degli ucraini e dei loro sponsor occidentali ed ha deciso di rendere irrealistica ogni aspirazione del paese a proporsi come potenza militare in Europa, quale caserma dei pretoriani della UE, riducendo il nazionalismo ucraino in una enclave, mettendolo in grado di non nuocere e decisamente ridimensionandolo da un punto di vista demografico, facilitare questo suo disegno ed a dargli concretezza contribuisce lo stesso nazionalismo ucraino, che domina ormai incontrastato il governo di Kiev, che si caratterizza come mono-linguistico, in un paese del quale fanno parte numerose etnie e dove sono parlate, oltre al russo sia il polacco che l’ungherese e il rumeno; un governo che impone una sola religione di Stato, costituita dalla Chiesa Ortodossa Scismatica Ucraina, sostenuta dal patriarcato Ecumenico, in cambio di laute prebende; un governo che sostiene la superiorità della razza ucraina, che si fa discendere dalle tribù nomadi, di origine finnica, accampatesi lungo i fiumi del paese; un governo di orientamento politico nazifascista, che si richiama all’esperienza politica dell’UPA, che durante la Seconda guerra mondiale si rese responsabile del genocidio di più di 100.000 tra polacchi ed ebrei. Va detto che proprio la rivendicazione di quella esperienza, da parte ucraina nonché l’intitolazione di brigate e battaglioni agli esponenti nazifascisti, sta compromettendo il rapporto di sostegno della Polonia all’Ucraina.

L’Ucraina è uno Stato di democrazia liberale e pluralista da sostenere?

L’Ucraina, come dal resto la Russia, non è uno Stato di democrazia pluralista e liberale. Le sue caratteristiche istituzionali non discendono dalla vigenza nel paese della legge marziale, a causa della guerra in corso, che ha portato alla messa fuori legge di 14 partiti politici, ma sono intrinseche, strutturalmente connesse al regime politico imposto dalla “rivoluzione arancione” al paese con i fatti di piazza Maidan, finanziati dalla CIA per destabilizzare l’economia della UE e frantumare la Russia in tanti piccoli stati da colonizzare. L’Ucraina è un paese con un tasso di corruzione fra i più alti del mondo: prima dell’inizio della guerra, un’agenzia tedesca collocava l’Ucraina ben prima della Bielorussia nella lista dei paesi più corrotti. I recenti episodi lo stanno confermando: il potere è detenuto da una oligarchia xenofoba, razzista, illiberale, nemica dello Stato di diritto, della libertà culturali, che non rispetta i diritti linguistici, imponendo una religione di Stato e perseguita gli altri culti, che ha epurato dal calendario i santi di origine russa, un regima ammalato di russofobia. al punto da bruciare i libri scritti in russo o di autori russi, che vieta la musica composta da russi, uno Stato dove è previsto l’arresto per chi parla in pubblico in russo.
Come è del tutto evidente, i parametri che caratterizzano il suo ordinamento sono incompatibili con quelli che caratterizzano l’Unione europea, il cui ordinamento tutela invece le minoranze, sia dal punto di vista linguistico che culturale e tutela la libertà religiosa. Permettere l’adesione dell’Ucraina all’Unione europea, equivale ad trapiantare un cancro devastante all’interno dell’ordinamento europeo, capace di sovvertirne totalmente le istituzioni, minarne in modo assoluto le libertà, trasformando radicalmente la forma degli Stati che ne fanno partner.
Dal punto di vista economico l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea ne aggraverebbe la crisi economica, aggiungendo alla deindustrializzazione in atto, il totale fallimento dell’economia agricola comunitaria, che assorbirebbe la gran parte dei finanziamenti comunitari, mettendo in atto operazioni di dumping nei confronti degli agricoltori europei. Il suo ingresso ha richiesto e richiede rifinanziamenti a fondo perduto per una guerra identitaria e illiberale, in difesa non delle libertà civili del popolo ucraino, ma della supremazia razziale di una parte di esso che vuole imporre la dominanza di lingua, cultura, religione e razza al resto della popolazione. Lo hanno ben compreso i governi di Bulgaria, Ungheria, Slovacchia, Cechia, i quali hanno deciso di interrompere ogni finanziamento allo sforzo bellico del paese. Lo aveva capito anche la Romania, ma le torbide manipolazioni occidentali dei risultati elettorali hanno fatto annullare le elezioni presidenziali un anno fa per mettere al potere un amico del democratico Occidente. Comunque, non è da escludere che con la tornata elettorale del 2026-27 i nuovi governi d’Europa riducano i finanziamenti all’Ucraina, determinando il collasso del suo esercito.
A rendere maggiormente possibile il verificarsi di queste ipotesi sta la situazione sul campo di battaglia, che vede l’esercito russo avanzare nella regione di Zaporozh’ya e Dnipropetrovsk, completare la liberazione dell’oblast di Donetsk con la caduta di Kostyantynovka e Liman, mentre inizia l’accerchiamento delle città di Kramatorsk e Slovyansk. È molto plausibile che una volta raggiunti i propri obiettivi nel Donbass, l’esercito russo continuerà a combattere fino a quando l’esercito ucraino non crollerà su se stesso e lo Stato ucraino collasserà, e questo per chiudere una volta per tutte la partita con il nazionalismo ucraino. Trattative di pace sono ormai impossibili e la guerra troverà una soluzione solamente sul campo di battaglia, a meno di ribaltamenti governativi significativi in qualche nazione importante come la Francia o la Germania.

Il sostegno occidentale alla guerra

Gli Stati occidentali, dopo aver rinunciato, proprio per iniziativa degli ucraini che hanno sabotato il Nord Stream, alla possibilità di disporre di energia a basso costo dalla Russia, hanno deciso di insistere nella progetto di frantumare lo Stato russo per colonizzarlo e stanno procedendo al proprio riarmo, mettendo a disposizione capitali e risorse necessari a sostenere la guerra, logorando la Russia per il tramite dell’Ucraina e confidando nel fatto che a versare il sangue sul campo di battaglia sono gli ucraini. Dopo un numero incalcolabile di morti, (contrariamente a quanto ripetutamente affermato da Zelensky, negli ultimi due anni, i russi hanno restituito 18.325 corpi di soldati ucraini contro i 588 forniti dagli ucraini: un rapporto 30 a 1) e con il reclutamento di nuovi coscritti, attuato attraverso la bussificazione degli ucraini in età di servizio militare che si nascondono per non essere spediti al fronte, il governo ha organizzato squadre di reclutatori che vanno a caccia di costoro, li rapiscono e li costringono a partire per il fronte, dopo averli sottoposti ad ogni genere di tortura, tanto che molti di loro sono stati ritrovati in ospedale, ridotti a semi-cadaveri, sui quali erano evidenti del trattamento subito (contro queste pratiche proteste popolari e di massa anche in Volinia). Ma la carenza di uomini per il fronte rimane alta è allora i paesi occidentali che hanno ospitato la gran parte degli esuli ucraini renitenti alla leva, stanno ora procedendo a privarli di ogni sussidio per indurli a rimpatriare “volontariamente” e ad arruolarsi, per andare a morire sul campo di battaglia. Questa è la decisione del governo tedesco, di quello polacco, di quello irlandese e, sempre più, di altri, anche per effetto dell’odio crescente per i migranti che godono di servizi che erodono il welfare degli autoctoni.
Alla carenza di uomini, gli ucraini stanno supplendo non solo attraverso il reclutamento di mercenari pagati con i sussidi degli europei, ma anche attraverso la sperimentazione di sistemi robotici che dovrebbero consentire in futuro la guerra a distanza, in carenza di uomini da impiegare direttamente al fronte, ricorrendo a personale a contratto o inviato dai diversi governi occidentali che intanto utilizzano il campo di battaglia ucraino come un poligono di addestramento e sperimentazione per i nuovi armamenti e si impratichiscono sulla capacità di guidarli a tutto beneficio dei profitti delle industrie che producono armamenti. Particolarmente numerosa la componente di “volontari” inviati dai cartelli dei narcos per impadronirsi delle tecniche di utilizzo dei droni.
La guerra fa comodo, la guerra è un affare, la guerra alimenta il commercio delle armi, prova ne sia che quelle fornite all’Ucraina si ritrovano sugli scenari di guerra di tutto il mondo, (rivendute con profitto da chi in Ucraina gestisce il potere e si arricchisce sulla pelle degli altri.

Il sistema produttivo russo e la guerra

Dopo un primo momento di sbandamento, dovuto all’imprevista resistenza ucraina, l’esercito russo si è riorganizzato con quella lentezza e quel ritmo pachidermico che lo caratterizza. Il sistema produttivo latente a sostegno dello sforzo bellico è stato gradualmente riattivato (i Russi non hanno mai distrutto l’industria bellica realizzata dall’Unione Sovietica, ma l’hanno messa in “stand-by”), enormi capitali sono stati resi disponibili, è ripartita la ricerca scientifica e la sperimentazione di nuove armi e questo ha permesso all’esercito russo di recuperare il gap iniziale con l’armamento ucraino, fornito dalla NATO.
La strategia di fondo non è mutata: i russi continuano a condurre una guerra di attrito con una lenta e costante erosione del nemico per consumarne risorse materiali e umane. Il motivo principale di questa scelta è di non subire perdite eccessive, ma anche il fatto che la Russia è dotata di un territorio immenso, di grandi risorse economiche, di una popolazione più numerosa e motivata, tanto da potersi basare, almeno fino ad ora, solo sul reclutamento di volontari ben retribuiti. Quello che è cambiato è l’integrazione di nuove tecnologie come i droni che inizialmente erano stati importati dall’Iran e adesso sono sviluppati in casa propria e utilizzati per preparare il terreno, senza bisogno di carri armati (diventati vulnerabili) e facilitare infiltrazioni ed incursioni di piccoli gruppi nel terreno nemico.
In questo nuovo tipo di guerra, l’obiettivo è l’annientamento dell’avversario, l’individualizzazione dello scontro, l’eliminazione di ogni singolo soldato, la distinzione tra popolazione civile e fronte, evitando il più possibile di colpire la prima e penalizzando duramente il soldato in trincea. Questo tipo di guerra richiede pazienza, ma garantisce risultati sicuri. Queste motivazioni tattico strategiche spiegano il perché della lentezza dell’azione russa in Donbass e rendono farlocche e inutili le considerazioni sulla capacità dell’esercito russo di invadere il territorio degli Stati dell’Unione europea che per la Russia costituirebbero solo un peso da gestire, anche in ragione della sua popolazione che non supera i 150 milioni di abitanti.
In altre parole, la Russia sembra non avere fretta, continua a combattere fino a quando l’ultimo ucraino continuerà ad imbracciare le armi, organizza e finalizza le proprie risorse economiche alla guerra e aspetta che si creino le condizioni politiche, economiche e militari per garantire la propria sicurezza. Il recente cambiamento di strategia adottato dall’Ucraina è meno efficace di quanto venga raccontato: il numero di droni che arrivano a segno è sempre più basso (ancora una volta a testimonianza di una continua evoluzione tecnologica da entrambi i lati) e ultimamente gli Ucraini sono “costretti” a colpire edifici civili come il magazzino di Wildberry (Amazon russo) per dimostrare di essere in grado di ottenere qualche risultato e di far sentiere alla popolazione il peso della guerra. Ad ogni modo, questi attacchi stanno facendo crescere il numero di politici russi, stanchi dell’atteggiamento minimalista di Putin: a parte Karaganov ed altri che lancerebbero volentieri una bomba nucleare tattica, per far ricordare agli occidentali la potenza militare russa, si registrano anche dichiarazioni “impazienti” di uomini molto vicini a Putin, come il suo portavoce Peskov ed il ministro degli esteri Lavrov. Non è da escludere, che presto si assista ad un upgrade dell’operazione militare speciale, soprattutto se l’Occidente continua con l’attuale strategia militarista.

Le ultime dal fronte

Negli ultimi giorni stiamo assistendo a quella che sembra essere la peggior crisi all’interno dell’establishment ucraino, scatenata dal licenziamento del ministro degli Esteri Fedorov. I risvolti dell’operazione non sono ancora del tutto chiari, ma alcuni fatti sono oggettivi. Fedorov nasce politicamente come ministro per la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione e come tale inizia a stabilire contatti con aziende High Tech americane (in particolare Palantir).
La decisione ucraina di investire in droni a grande distanza per colpire il suolo russo (e distogliere l’attenzione dalle sconfitte sul terreno di bsuccessi attaglia) coincide non casualmente con l’ascesa di Fedorov al dicastero della Difesa. I di questa strategia sono stati però conseguiti spostando investimenti dal settore militare classico, con conseguente variazione di coloro che lucrano sugli affari relativi. Quindi si capisce la nascita di mal di pancia negli alti comandi dell’esercito.
Rimane da capire il motivo di una decisione che sembrerebbe un ritorno al passato: forse l’apparato militare non è troppo convinto che la strategia dei droni sia così efficace, come affermato pubblicamente e si rende conto che l’ulteriore finanziamento richiesto da Fedorov per i suoi droni rischierebbe di essere un suicidio. Sta di fatto che la popolazione ucraina ha deciso di protestare, perché vede Fedorov come una specie di genio che offre speranze, prigioniera della propaganda, ma anche perché è comodo sperare nel successo di una guerra automatizzata, basata su droni di terra mare e acqua affidata ai robot, in un paese dove i reclutatori sono costretti a rincorrere e malmenare le future reclute (non a caso, molti di coloro che stanno protestando sono giovani).

Antonio & Gianni