Con la distruzione del tempio di Gerusalemme e la forzosa dispersione del popolo ebraico dalla Palestina, l’umanità aveva contratto un debito con il popolo ebraico, condannandolo ad errare per il mondo e costellando le tappe del suo peregrinare con ricorrenti pogrom, con segregazioni – come con la costituzione dei ghetti – ad opera della Chiesa cattolica, la quale aveva impresso su tutto il popolo ebraico il marchio di deicida.
Quando, con la convocazione Gran sinedrio nel 1807, voluta da Napoleone Bonaparte, rappresentanti eminenti della Comunità e rabbini provenienti da tutta Europa si ritrovarono a Parigi, si resero conto del loro numero, della diffusione degli ebrei nelle società di statuali di appartenenza, delle ricchezze economiche e finanziarie accumulate, cominciò a nascere l’idea che si stavano creando le condizioni per un ritorno possibile in Palestina.
Fu necessario arrivare alla fine del XIX secolo (1897), perché in Europa, a Basilea, promosso da Theodor Hezel (con il pamphlet “Lo Stato ebraico“, 1896), nascesse il movimento politico nazionalista, denominato sionismo, che assunse come obiettivo quello di creare uno Stato ebraico in Palestina, in risposta all’antisemitismo e alla ricerca di un rifugio sicuro.
Si consolidarono e concretizzarono da allora le lobby e le strutture di sostegno a questo progetto politico con la raccolta di Fondi e la promozione dell’acquisto di terre in Palestina. Il progetto venne condiviso dall’impero britannico che voleva disporre di una solida base d’appoggio per controllare il canale di Suez.
Sorsero altri movimenti nazionalisti, come il fascismo e il nazismo, che come altri nazionalismi, identificarono nell’ebraismo un pericoloso concorrente e un fattore che minava la “purezza della razza e della stirpe” dei popoli. Questi movimenti politici nazionalisti, conferendo una supposta scientificità al concetto di razza, cosa del tutto aleatoria e scientificamente inesistente e, in nome di un odio razziale artatamente scatenato contro gli ebrei, estesero a tutti gli ebrei persecuzioni e violenze, fino a giungere alla terribile progettazione ed esecuzione dell’olocausto, all’edificazione dei campi di sterminio dove gli ebrei, rastrellati in tutta Europa, vennero inviati insieme ai militanti della sinistra rivoluzionaria, ai comunisti, agli anarchici, ai militanti della lotta di classe e a tutti coloro che apparivano “diversi”, come gli omosessuali, gli handicappati, gli zingari e quanti altri sembrava contrastare il concetto di suprematista della razza ariana.
A causa delle terribili vicende dell’Olocausto l’umanità intera ha contratto, con l’intero popolo ebraico, un debito che fino ad ora ha contribuito ad identificare gli ebrei come vittime e di fatto ha creato un atteggiamento automatico di solidarietà, di simpatia, di vicinanza alle vicende del popolo ebraico. Tutto questo si è ripetuto in occasione del 7 ottobre, evento in scala minore rispetto all’olocausto ma comunque di estrema ferocia.
Lo Stato sionista d’Israele ha, non solo riscosso il credito per conto dell’ebraismo perseguitato, ma sta contraendo un debito con l’umanità
La reazione dello Stato sionista a queste ultime vicende, il conseguente sterminio e genocidio di 75.000 gazawi, uno sterminio che non cessa ad interrompersi malgrado la tregua a Gaza, lo sterminio è la persecuzione della popolazione della Cisgiordania occupata, dicono oggi che la misura è colma, a dispetto di quel che pensa il Parlamento europeo e quella del Parlamento italiano che sta esaminando uno squallido DDL, presentato dalla feccia riformista del PD che, identificando la critica allo Stato di Israele con l’antisemitismo, impedisce la critica al sionismo a “tutela dell’ebraismo”, in realtà volendo tutelare il sionismo. Non si tiene conto del fatto che il debito contratto dall’umanità nei confronti del sionismo, ma non del popolo ebraico e degli ebrei di tutto il mondo, è stato saldato. Il credito si è ampiamente esaurito.
Da ora in poi nulla salverà il sionismo dal nostro disprezzo, dalla nostra avversione, dalla nostra opposizione politica, dalla condanna del suo progetto appropriativo delle terre, dei beni e della vita, della libertà del popolo palestinese.