L‘Alleanza di Maometto futura guardiana della stabilità nel Medio Oriente

La devastazione degli equilibri strategici in Medio Oriente, messa in atto dall’aggressione combinata di Trump e Netanyahu all’Iran sembra aver registrato, almeno per il momento, con una sconfitta clamorosa sia degli Stati Uniti che d’Israele, che si accompagna ad una disarticolazione della presenza militare statunitense a presidio dell’area, conseguenza diretta della distruzione delle basi e delle reti radar da questi predisposte per la difesa e il controllo degli Stati mediorientali, che continua. Se c’è una cosa chiara che è emersa dallo scontro in atto è che gli Stati Uniti non sono in grado di difendere Israele e l’insieme dei paesi sunniti dalle pretese egemoniche iraniane di controllo dell’area e che non vi è spazio per la politica di espansione di Israele a danno dei palestinesi e dei paesi confinanti, anche utilizzando la complicità delle leadership dei paesi sunniti dell’area. In altre parole la sconfitta di Trump e di Netanyahu segna il fallimento dei cosiddetti “Patti di Abramo” e del disegno geostrategico statunitense che avrebbero dovuto supportare il protrarsi del controllo USA del Medio Oriente.
Dallo scontro l’Iran è emerso come nuova potenza regionale nell’area, in grado di sostenere e mantenere una propria rete di proxy e al tempo stesso di infliggere ai paesi confinanti la neutralizzazione della copertura militare statunitense, divenuta anzi motivo di instabilità, avendo trasformato questi paesi in obiettivi alla portata dell’Iran che è in grado di distruggere in qualsiasi momento il loro potenziale militare e le loro economie, attraverso il bombardamento delle infrastrutture economiche e la chiusura dello stretto di Hormuz.
Una nuova configurazione dell’assetto geostrategico dell’area appare quanto mai lontano e incerto ma dalle macerie della precedente egemonia statunitense sembra sorgere una nuova alleanza,, identificata come “Alleanza di Maometto” che mette insieme le forse di Turchia, Egitto, Pakistan, e Arabia Saudita, realizzando un mixer pressoché perfetto: la forza militare di terra, i capitali necessari a sostenere un’industria bellica, la potenza nucleare posseduta dal Pakistan. Questi paesi nel loro insieme si candidano ad assumersi la gestione della sicurezza nell’area, in una situazione di riconosciuta partnership con la presenza iraniana e dei suoi proxy, su suggerimento della Cina, che ha favorito il riavvicinamento tra Arabia Saudita e Iran, in quanto alleata del Pakistan, producendo finalmente l’unità di azione della componente islamica sunnita, largamente maggioritaria nell’area. Questa alleanza sembra aver deciso di assumere su di se la responsabilità e il costo della gestione militare dell’area, ponendo un argine al progetto della realizzazione del grande Israele. La nuova situazione createsi ha permesso il realizzarsi di tutte le condizioni perché Turchia e Egitto potessero ricomporre, almeno in parte, i loro contrasti sui “Fratelli musulmani” e l’Arabia Saudita ha ben compreso che una convivenza con l’Iran sulla gestione dello stretto di Hormuz è una garanzia alla sua sicurezza.
La Turchia, che esercita una forma di protettorato di fatto sul nuovo regime siriano è in grado di controllarne ogni attività e con il suo esercito si trova ai confini di Israele, che per sconfinare ulteriormente in territorio siriano e controllare come vorrebbe le acque di Tigri ed Eufrate, risorsa essenziale della regione, dovrà vedersela con l’esercito turco sul campo di battaglia.
Anche se sono in atto le manovre delle lobby israeliane negli Stati Uniti, finalizzate a creare una simbiosi e una fusione tra l’esercito israeliano e quello statunitense, nella progettazione e gestione dei nuovi sistemi d’arma, tendenza avversata da molti negli ambienti militari statunitensi, gli Stati Uniti appaiono consapevoli di questo progetto di alleanza tra Stati sunniti, ai quali meditano di appaltare la funzione di sub agenti, gestori dell’area, rappresenta un’alternativa credibile ed offre loro molti randagi. Essendo ormai chiaro che gli eccessivi e insopportabili costi di gestione del controllo di tutti gli scenari mondiali, attraverso una loro presenza egemonica, non può essere sostenuto ne sotto il profilo operativo e ancor più per i costo economici elevati. Da qui la decisione al vertice Nato di Istanbul annunciata da Trump di vendere alla Turchia le vecchie carrette di F35 statunitensi, anche se non si sa di quale versione si tratti, ma una scelta sufficiente a suscitare grandi preoccupazioni in Israele che vorrebbe essere il possessore esclusivo di quello che è considerato l’armamento più avanzato.
È nostra opinione che quanto più velocemente viaggerà il progetto di costruzione della nuova “Alleanza di Maometto”, tanto più si si avvicinerà e prenderà forma l’accordo di sospensione delle ostilità tra Stati Uniti e Iran, e questo perché gli equilibri internazionali non ammettono vuoti di potere e solo il dispiegarsi di nuove forze destinate a gestirlo possono consentire la pace, disimpegnando dal teatro di guerra uno dei belligeranti, quello militarmente più dotato, ma direttamente meno interessato a continuare a gestire una situazione diventata insostenibile sul piano interno e internazionale a causa dei danni economici che produce. L’avversione contro Israele negli Stati Uniti cresce di giorno in giorno, insieme alle perplessità sulla simbiosi sempre maggiore tra l’esercito degli Stati Uniti e quello israeliano, resa palese dal rifiuto e dalla resistenza di molti statunitensi a combattere una guerra nel solo ed esclusivo interesse di Israele.
Un progetto di stabilità così configurato consente notevoli vantaggi sul piano strategico per gli Stati Uniti in quanto rafforza i legami con un partner, quello turco, che ha una grande influenza sugli equilibri nel Caucaso e dell’Europa centrale Oltre a svolgere funzione stabilizzante rispetto al Medio Oriente. Si tratta di un partner che come dice
Trump, non crea problemi, ma contribuisce a risolverli, e ciò rappresenta un notevole salto di qualità rispetto al rapporto che gli Stati Uniti intrattengono con Israele che è oneroso e compromettente.
Inoltre un’operazione di questo genere avrebbe tutto l’appoggio cinese, prova ne sia che la Cina ha informato i paesi arabi del Golfo di essere pronta ad investire miliardi di dollari per la realizzazione di impianti industriali e infrastrutture in tutta l’area media orientale, a condizione di una stabilità e di una pacificazione garantita da un equilibrio
di forze tra l’Iran suo alleato e le altre potenze coinvolte nel progetto, mentre gli Stati Uniti chiedono ai paesi arabi del Golfo di investire i loro capitali negli Stati Uniti, in vista di improbabili profitti. Inutile dire che attraverso questa politica Pechino si garantirebbe l’accesso ai mercati ricchi di consumatori della Turchia e dell’Egitto, dove ha una presenza crescente, toglierebbe spazio fisico alla realizzazione della “Via del Cotone”, progettata dagli Stati Uniti e voluta con il consenso dell’India, che dovrebbe fare concorrenza alla “Via della Seta”. Anzi attraverso la realizzazione delle infrastrutture di comunicazione e il corridoio nord-sud che attraversa l’Iran come il Pakistan, le merci cinesi avrebbero un accesso diretto al Mar Arabico e da qui potrebbero proseguire non solo verso i paesi partecipi dell’Alleanza di Maometto, ma verso il Mediterraneo: dal percorso sicuro e vigilato considerato che gode del controllo degli stretti dei Dardanelli, del Canale di Suez, del Mar Rosso e dello stretto di Hormuz.

La stabilizzazione del Medio Oriente

D’altra parte la stabilizzazione del Medio Oriente costituisce la precondizione perché, non più sostenuto dalla necessità di essere difeso, in nome della garanzia di indipendenza e della sovranità dell’Iran, dalla sicurezza della sua popolazione il sistema politico iraniano possa evolversi verso condizioni di emancipazione dalla dominanza religiosa e verso forme di maggiore partecipazione popolare che portino con sé il rispetto della libertà civili e una maggiore partecipazione della popolazione alla gestione del potere. Va da sé che fino a quando l’Iran resterà una nazione aggredita, ed economicamente sanzionata, sulla quale grava la minaccia della distruzione nucleare da parte degli Stati Uniti o di Israele, una nazione soggetta a continui tentativi di destabilizzazione che mirano alla frantumazione della sua unità millenaria è del tutto ovvio che il regime al governo, qualunque esso sia e comunque grandi fossero le sue nefandezze, riceverà il sostegno popolare della gran parte della cittadinanza, soprattutto di quella più indigente, quella dell’Iran rurale, che vive grazie al sostegno economico di chi gestisce il potere, sostegno oggi solidissimo: le folle oceaniche ai funerali di Khamenei lo dimostrano.
Solo attraverso la stabilità internazionale dell’area si possono creare le precondizioni per l’emancipazione della popolazione iraniana, la liberazione dal regime, per la piena realizzazione della libertà del popolo, determinando l’evoluzione del sistema politico verso leggi e costumi rispettosi della libertà individuale e collettiva, della libertà di
religione, e un’evoluzione dello stesso sciitismo iraniano verso forme compatibili con una gestione della società che tiene conto dei diritti umani e della persona, come del resto avviene per molte popolazioni di religione sciita nel mondo che non vivono una condizione di assedio e di contestazione della loro esistenza, in nome della religione professata.
Gli iraniani sopravvissuti alle guerre hanno imparato sulla propria pelle che non bisogna fidarsi certamente degli israeliani né tantomeno degli occidentali, quando questi li chiamano a scendere in piazza contro il regime per riconquistare le loro libertà civili e promettono aiuti per destabilizzare il regime e farlo cadere. Le stragi messe in atto
dagli aggressori israeliani e statunitensi, gli omicidi mirati, non solo hanno fatto emergere una leadership più radicale, ma anche rafforzato l’ala militare del regime al potere, a detrimento del potere religioso e, al tempo stesso, rafforzato l’orgoglio nazionale, conquistando al regime il consenso, obtorto collo, di tutto il paese.
Dovrebbe ormai essere chiaro a tutti gli iraniani che i progetti di smembramento delle diverse etnie che compongono il paese, danneggia gli interessi di tutti e priva l’Iran delle risorse necessarie al suo sviluppo e al suo benessere, a meno che non si voglia dare spazio al comprensibile risentimento di molti che sono stati e vengono ancora repressi dal regime per le loro richieste di libertà e di autogoverno. Avere proposto agli iraniani il ritorno dello Scià attraverso la persona, scialba e scolorita, di suo figlio, rappresenta un’offesa alla loro intelligenza, alla loro storia, oltre che costituire la negazione più totale dei loro interessi.
Istigati dai servizi segreti israeliani gli Stati Uniti sono caduti nella trappola di Israele di farsi strumento delle sue politiche di espansione, delle sue esigenze securitarie, del suo odio per le popolazioni arabe e islamiche, della sua tendenza al genocidio delle popolazioni autoctone, della sua propensione allo sterminio, nella applicazione di una sorta di legge del contrappasso, che ha come obiettivo quello di fare agli altri ciò che il popolo ebraico ha subito adopera degli occidentali, sui territori d’Europa, per liberare quella terra che dio, secondo la Bibbia, avrebbe loro destinato. Qualunque cosa pensi la classe dirigente israeliana il possesso della bomba atomica e la forza non salveranno Israele dalla distruzione se la sua classe dirigente e il suo popolo non imparano a convivere con le altre popolazioni sullo stesso territorio.
L’intuizione del sionismo delle origini per la costruzione di uno Stato interconfessionale nel quale ebrei e non ebrei avrebbero potuto vivere liberamente, cooperando, è la sopra percorribile e che risponde a criteri di razionalità e di giustizia, anche se sarà estremamente difficile cancellare l’odio che da una parte e dall’altra è stato seminato in abbondanza con il genocidio di Gaza e l’oppressione pluridecennale dei palestinesi. L’approvazione della legge fondamentale che fa del paese “la casa nazionale del popolo ebraico“, risulta essere discriminatoria nei confronti dei cittadini arabi di Israele e delle altre comunità minoritarie e chiude la strada a questa prospettiva creando le basi per un conflitto che ha come unico sbocco la distruzione fisica di uno dei due competitor: gli israeliani o i palestinesi.

La Redazione