L’orgia elettorale

Il 2024 è un anno di scadenze elettorali; sembra che siano ben 64 i paesi che andranno alle urne, Stati liberali, sedicenti democratici, dittatoriali. Per ognuno di essi si racconta che è il trionfo della partecipazione democratica e delle scelte dei cittadini, l’orgia della partecipazione e della condivisione del potere, il rinnovamento del mandato a governare. In realtà siamo di fronte ad una farsa, una sceneggiata che nasconde il fatto che a tenere in mano saldamente le leve del potere sono i gruppi capitalistici e oligarchici dei diversi aggregati statali che controllano la vita economica e politica delle società che le possiedono. Sono chiamati al voto i cittadini dell’Unione europea e quelli degli Stati Uniti, di Gran Bretagna come della Russia e di tanti altri Stati.
Anche se siamo di fronte ad un rinnovo formale del mandato alle élite politiche che gestiscono il potere non vi è dubbio le scelte che verranno fatte incideranno non poco sullo sviluppo degli eventi economici e politici perché il risultato elettorale costituisce uno strumento di selezione dei gruppi dirigenti, espressione dei differenti gruppi che si contendono il potere. Vale perciò la pena di prendere in esame i programmi dichiarati e le strategie delle diverse forze che ambiscono di gestire interessi e scelte politiche dei diversi Stati che si contendono l’egemonia a livello mondiale.

Il rinnovo della Presidenza degli Stati Uniti

Per per le lezioni del Presidente degli Stati Uniti si voterà il 5 novembre, ma già in gennaio si stanno svolgendo le primarie per individuare i candidati che andranno al ballottaggio, nel rispetto del sistema elettorale statunitense. Non vi è dubbio che molti degli eventi in corso, prime tra tutte la guerra in Ucraina e la crisi mediorientale, sono condizionati dall’esito di questa elezione perché i due probabili candidati, Biden e Trump, hanno posizioni diametralmente opposte rispetto ai due conflitti e il potere condizionante di quella che è ritenuta essere la prima potenza mondiale dal punto di
vista economico e militare, certamente condizionerà sviluppo e soluzione dei conflitti. In particolare si ipotizza che la riconferma di Biden permetterà il perdurare del sostegno all’Ucraina, visti gli impegni di questa amministrazione nella guerra in corso, in ragione degli interessi economici e strategici che gli Stati Uniti hanno nella conduzione della guerra.
Viceversa la tendenza isolazionista dei repubblicani, ben espressa dalle posizioni di Trump, potrebbe portare a un disimpegno degli Stati Uniti dal conflitto, il cui peso ricadrebbe integralmente sull’Unione europea e su una NATO deprivata dal principale sostegno statunitense. In questo caso una ricomposizione del conflitto sarebbe inevitabile alla luce del fatto che l’Unione europea non è in grado di reggere militarmente il confronto e fa fatica già ora a sostenerlo economicamente, prova ne sia che i bilanci dei diversi Stati sono in crisi e fortissime sono le tensioni sociali e le
conseguenze economiche dell’impegno nello sforzo bellico e nel sostegno degli 8 milioni di profughi ucraini.
Difficile fare ipotesi su quali sarebbero gli effetti dell’uno o dell’altra scelta degli elettori statunitensi nel caso del conflitto in Medio Oriente poiché già oggi non sono chiare le posizioni che i due candidati hanno sulla crisi in corso.
Appare comunque non solo non auspicabile ma difficile a realizzarsi un pieno successo di Israele, con il totale genocidio dei palestinesi e la loro espulsione sia da Gaza che dalla Cisgiordania. Solo fanatici come Netanyahu e i leader religiosi della destra israeliana possono pensare a un Israele che abbia il pieno controllo di tutta la Palestina, cancellando totalmente la presenza palestinese. Alla luce di queste considerazioni l’ipotesi dell’attuale amministrazione statunitense di una soluzione a due Stati, benché difficilissima da attuarsi, appare la sola in qualche modo percorribile, anche se con
difficoltà estremamente grandi.
Ancora più difficile appare valutare l’impatto che avrebbero i due candidati sullo sviluppo delle politiche globali e soprattutto di quelle economiche, anche perché in questo momento è in corso un riassetto della distribuzione internazionale del lavoro, del controllo dei mercati, dell’accesso alle materie prime, della gestione dell’energia, per cui
appare difficile prevedere quali possano essere gli scenari più credibili di evoluzione della situazione economica e strategica, nonché delle relazioni internazionali, tanto più che a mutare progressivamente gli equilibri contribuisce la crescente importanza e il ruolo sempre più rafforzato dell’aggregato dei BRICS, che certamente svolgeranno un ruolo fondamentale nei futuri assetti economici e strategici del pianeta.
Tuttavia gli elettori orientano in gran parte il loro voto sulla base della politica interna e delle esigenze immediate che emergono dalle loro concrete condizioni di vita e di lavoro: sulla base di questa considerazione i problemi sui quali si focalizzerà presumibilmente l’interesse dell’elettorato statunitense sono quelli delle concrete condizioni economiche e del mercato del lavoro, dell’emigrazione e, sul terreno dei diritti civili, il diritto di ricorrere all’aborto, connesso all’esercizio di una maternità responsabile e libera, alle politiche di genere e di tutela delle diversità.
Ebbene le crescenti difficoltà sul mercato del lavoro, il costo dell’energia e dei carburanti hanno colpito non pochi cittadini del paese profondo e nella comparazione tra il prima e il dopo, costoro vedono un peggioramento della loro condizione con l’amministrazione Biden, e ciò malgrado dell’economia attraversi una fase relativamente positiva ad impensierire l’elettorato è la crescita dell’emigrazione soprattutto, verso le aree liberal del paese, come New York, che induce soprattutto l’elettorato democratico e liberal ad essere critico nei confronti delle politiche del partito.. La decisione della Corte suprema di sanzionare il diritto di aborto ha mobilitato una parte dell’elettorato liberal e continuerà presumibilmente a farlo, ma soprattutto a livello decentrato, poiché le iniziative si concentrano sulle politiche degli Stati che derogano agli orientamenti della Corte Suprema, viste le difficoltà di mutare il suo orientamento: i giudici una volta
nominati nè fanno parte a vita. È quindi possibile che si vada verso in una sorta di balcanizzazione del sistema giuridico del paese a riguardo di questo problema, con l0adozioni di differenti politiche da Stato a Stato.
Altrettanto dicasi per le politiche di genere che trovano resistenze e opposizioni, come sempre, disposte sul territorio a macchia di leopardo con Stati e comunità più aperti e liberal ed altri che invece si orientano sulle posizioni conservatrici e fondamentaliste. Ambedue queste scelte inducono a prendere le distanze dal voto in occasione delle
elezioni federali.
È per questo insieme di motivi che l’esito finale delle elezioni statunitensi appare quando mai incerto e saranno cruciali e determinanti gli eventi che si svilupperanno nei prossimi mesi e che orienteranno un elettorato comunque scontento di dover scegliere tra due ottuagenari, stanco di una politica di contrapposizione tra Biden e Trump.

Le elezioni europee

Anche tutti i paesi dell’Unione andranno al voto per l’elezione degli organismi comunitari. Bisognerà vedere se l’attuale maggioranza di governo, costituita da un’alleanza tra socialisti, liberali e centro democristiano continuerà a governare l’Unione, facendo a meno di un rapporto organico con i conservatori che si presentano come la vera incognita dei futuri equilibri di gestione delle degli incarichi comunitari. Nel caso di una riconferma dell’alleanza tra socialisti e democristiani e liberali sarà fortissima la tendenza alla riconferma degli orientamenti attuali in materia di politica green, anche se non mancheranno pressioni da parte di quei gruppi e quelle forze che spingono verso l’unione bancaria, l’adozione di una fiscalità comune, rapporti più stretti tra i diversi Stati dell’unione, con il trasferimento sempre maggiore verso Bruxelles dei poteri effettivi di gestione delle politiche macroeconomiche e un aumento viceversa in periferia delle autonomie, che fungerebbero da terminali amministrativi della gestione centralizzata a livello comunitario.
Invece l’inserimento nella maggioranza del gruppo dei conservatori, sia nel caso che ciò comporti un’emarginazione dei socialisti, sia nell’ipotesi che questo ingresso avvenga sommando all’alleanza attuale di gestione dell’Unione la componente conservatrice, si assisterebbe comunque ad un’accentuazione della struttura dell’Unione in senso federale, con l’allentamento dei legami a livello comunitario e la crescita delle autonomie dei singoli Stati.
In ogni caso non c’è dubbio che il nuovo mandato della Commissione europea dovrà affrontare problemi strategici nodali e ineludibili come quello di dotarsi di una difesa comune, di scegliere quale rapporto sviluppare con i paesi dei BRICS, di decidere quale politica condurre verso l’Africa, di assumere posizioni chiare è determinate nelle sue
relazioni sia con la Russia che con la Cina. Non vi è dubbio infatti che il mondo si avvia ad assumere sempre di più una struttura multipolare all’interno della quale l’Unione europea è solo una delle isole economico – produttive che si confrontano su una scala globale per contendersi l’egemonia e la costruzione di nuovi equilibri e relazioni.
In quanto al peso dei problemi domestici sulla politica comunitaria si rileva che con l’ampliamento dell’adesione e l’ingresso di nuovi paesi l’Unione è destinata a veder sommarsi ai tanti problemi esistenti relativi alla difesa comune, ai rapporti tra centro e periferia, alle dinamiche istituzionali concernenti i processi decisionali (operare o meno a maggioranza o all’unanimità) vedrà aggiungersi il problema per ora sottovalutato, della crisi crescente della politica agricola comune che – è bene ricordarlo – è stata una delle basi più solide sulle quali si è fondata l’Unione europea. Non ci stancherei mai abbastanza di sottolineare che l’ingresso improvvido dell’Ucraina nell’unione – a causa dei problemi che si porta dietro – svolge una funzione destabilizzante rispetto alle politiche di coesione e certamente non aiuta lo sviluppo economico complessivo degli Stati che fanno parte di questo aggregato. In particolare, ad incidere negativamente sono le condizioni dello Stato di diritto nel paese, l’ampiezza del fenomeno corruttivo, il dissesto idrogeologico conseguente alla guerra, l’inquinamento del suolo, la gestione disastrosa dei postumi di un conflitto devastante che peseranno come un fardello sulle spalle di tutti i paesi che attualmente fanno p faranno parte dell’Unione europea.
Le conseguenze di questa scelta scellerata rischiano di essere quelle di accentuare il peso dei partiti di destra che con forza si candidano a gestire questo malcontento, prova ne sia l’emergere in tutti i paesi di più o meno forti e consistenti partiti contadini, schierati su posizioni conservatrici è identitarie.
Unione europea non può reggere contemporaneamente l’attuazione delle politiche green che richiede sacrifici e scelte dolorose al settore agricolo rispetto a quello industriale e manifatturiero e l’immissione degli elementi ulteriori di crisi, costituiti dall’allargamento a paesi che necessitano di una lunga fase di collaborazione per amalgamarsi dal punto di vista strutturale e della distribuzione del lavoro e delle quote di produzione con il blocco di paesi che da tempo fanno parte dell’Ue.

Un mondo multipolare

I nuovi i governanti che saranno selezionati dall’orgia elettorale dovranno fare i conti comunque con un gruppo dei paesi BRICS, divenuti ormai 10, che gestiscono oltre il 40 % della produzione e del commercio mondiale, che vedono al loro interno la presenza dei maggiori produttori di energia, controllando così il mercato energetico, che ricomprendono potenze regionali dalle aspirazioni imperiali, che ambiscono a ricostruire e ad attribuirsi una dimensione di potenze regionali, configurando un mondo a placche, che ricalca l’assetto tettonico del mondo fisico nel delineare gli ambiti di espansione della loro influenza.
Non vi è dubbio infatti che si va consolidando uno spazio politico strategico nel quale opera la Turchia, uno proprio dei paesi arabi e islamici, mentre altrettanto fanno Cina ed India. avendo già dimensioni continentali e perciò ambiscono a controllare ed espandere la loro area di influenza. Così dicasi ancora per le aree che si organizzano intorno ai paesi del Sud Pacifico, o intorno al Giappone che sta facendo la scelta del riarmo, mentre rimangono ancora frantumate in più entità statuali l’America Latina e quella centrale e l’Africa che di fatto costituiranno il terreno sul quale si cercherà di
costruire l’egemonia.
Appaiono del tutto futuribili, almeno per ora, le ambizioni di politici e strateghi statunitensi che sognano e lavorano per una frammentazione etnica dell’immenso territorio russo e hanno le stesse mire e gli stessi obiettivi per la Cina e perché no per l’India. In un mondo sempre più multipolare e policentrico a sopravvivere sono le entità politiche economiche che fanno sistema, in qualche modo autosufficienti, capaci di sviluppare al loro interno in un ambito protetto sinergie e distribuzione del lavoro, ruoli differenziati attraverso i quali contribuire a tenere in piedi sistemi economici e società sempre più complesse. I microsistemi o ancor peggio il sogno di un paese egemone che domina sugli altri è definitivamente tramontato, checché ne pensino i governanti degli Stati Uniti e quelli morenti ad agonizzanti della Gran Bretagna.

La Redazione