Il 30 agosto gli islandesi hanno respinto con il 52,8% di “no” contro il 47,2% di “sì” la proposta di riaprire i colloqui con Bruxelles, congelati dal 2013, sulla piena adesione del paese alla UE, a dimostrazione del fatto che l’Unione rimane attrattiva per i paesi poveri che beneficerebbero delle risorse comunitarie, invece di essere contributori netti coma l’Italia. E d’altra parte come si fa a non comprendere i timori islandesi, quando la classe politica che governa l’Unione è composta da Ursula von der Stupid e Kaja Kretina Kallas affiancate da una Banda Bassotti composta di esponenti politici dei Paesi Baltici che hanno occupato gli incarichi più importanti?
Ciò che colpisce non è la loro nazionalità né la russsofobia che li anima, ma l’infima qualità delle loro capacità politiche e gli alti livelli di compromissione servile di costoro verso i padroni statunitensi, i quali hanno gestito e finanziato le loro carriere politiche. È bene ricordare che tutti costoro fanno parte di quella campagna acquisti messa a punto dall’Establishment statunitense e gestita da Donald Rumsfeld, all’epoca Segretario della Difesa USA, e del colonnello Wilkerson capo dello staff di Colin Powell, a margine dell’”Information Operations Roadmap”, operazione psicologica (PsyOp), finalizzata a influenzare le opinioni pubbliche dei paesi “alleati” e che portò, tra l’altro, alla costruzione delle carriere politiche sia di Stoltenberg che di Rutte, futuri segretari NATO. Campagna acquisti che ora sta dando i risultati attesi.
Dell’investimento fecero parte oltre ad aspiranti politici, giornalisti e analisti politici, sedicenti politologi gestori o analisti di istituti di studi politici finanziati lautamente, sia dall’Unione europea che dai padroni USA, e che ora svolgono il ruolo di mosche cocchiere della guerra all’Ucraina senza se e senza ma, e giustificano i crimini di Israele e il genocidio palestinese. La campagna acquisti non risparmiò analisti finanziari, imprenditori, economisti, addetti alle società di rating, alti burocrati, membri a vario titolo dell’establishment soprattutto europeo, tessendo una rete alle dipendenze non solo dei think tank. statunitensi che orientano la politica estera del paese, ma al servizio delle lobby ebraiche del Mossad.
Di questo “investimento politico“ oggi gli USA raccolgono i risultati e la politica e soprattutto gli allargamenti progressivi dell’Unione vengono gestiti da questo manipolo di manutengoli. L’Unione sembra voler perseguire l’unico fine dell’allargamento, invece di perseguire la coesione interna, la realizzazione dell’amalgama degli ordinamenti degli Stati che ne fanno parte, prova ne sia che sembrano destinati ad aderire il Montenegro e l’Albania, mentre restano in attesa la Moldavia e la Georgia, nonché l’Ucraina, tutti paesi che dall’adesione all’Unione europea avrebbero da guadagnare economicamente, a danno di quelli che ora ne fanno parte, non costituendo alcun vantaggio economico né politico per l’intera Unione. Dopo decenni di attesa resta a distanza la Turchia, oggi tutt’altro che interessata perché proiettata verso un ruolo autonomo di potenza globale e in grado di proiettare la propria influenza dal Caucaso all’Africa, al Medio Oriente. A grande distanza vanno collocate la Serbia, la Macedonia del Nord e la Bosnia, nelle sue diverse articolazioni, mentre resta escluso il Kosovo a causa dei veti di molti Paesi in ragione della sua natura giuridica di territorio. E non di Stato. A gestire l’operazione, Marta Kos, commissaria all’Allargamento, ex campionessa di nuoto slovena, prestata alla diplomazia e appartenente a pieno titolo alla “covata”. D’altra parte l’allargamento dell’Unione è stato fino ad ora gestito ed è finora avvenuto su sollecitazione della NATO che ha utilizzato l’adesione come cavallo di Troia per facilitare la sua espansione e portarsi a ridosso dei confini della Russia e per alimentare l’eterogeneità della sua composizione e minarne la coesione.
Oggi la decisione degli islandesi non sorprende più di tanto poiché il paese fa già parte del mercato unico e dello spazio Schengen, ma evidentemente non è preoccupato per la sua posizione strategica che li vede collocati sulla rotta artica, a poca distanza dall’ambita Groenlandia, ma anzi pensa di ricavare benefici e centralità per i propri porti dall’apertura della rotta artica, mantenendo l’equidistanza.
Limiti e manipolazioni del progetto di Unione Europea
Il progetto di dar vita a un’entità politica europea venne concepito, come è noto, a Ventotene e trovò epigoni tra quei politici e intellettuali europei che erano stati travolti dalle guerre fratricide europee. Essi sostennero il progetto e si adoperarono per realizzarlo. Correttamente, il documento analizzava le conseguenze dell’affermazione del fascismo e del nazismo in Europa, il trionfo dei nazionalismi e criticava il militarismo e la guerra, prendendo atto che dal conflitto sarebbe stato sconfitto il colonialismo e che avrebbe portato la perdita dell’impero per Inghilterra e Francia. Gli ultimi cascami coloniali di Spagna e Portogallo sarebbero crollati di fronte alla pressione dei popoli.
Ad avviso degli estensori del manifesto si creavano così le condizioni perché i popoli europei, sommersi dalle macerie della guerra e stremati dai reciproci massacri, si rendessero conto del loro interesse a vivere in pace e che, proprio partendo da questa esigenza, facendo leva più che sugli ideali, sugli interessi comuni, dessero vita a strutture di collaborazione prodromiche per la costruzione una Europa Unita e federale. Da qui il Trattato di Parigi del 1951 e la costituzione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA), la prima organizzazione internazionale di stampo sovranazionale, che dette inizio al processo di integrazione europea, seguita poi dall’accordo su una politica agricola comune. Da qui il Trattato di Roma del 1957 e quello sulla politica agricola comune del 1962.
Si trattava ancora di un ristretto primo nucleo di paesi europei occidentali e il raggio di azione si sviluppava solo nell’ovest del continente, non solo omettendo di coinvolgere l’Est Europa, ma soprattutto escludendo dal progetto i territori fino agli Urali ed oltre, a causa della “guerra fredda” e non accorgendosi, o comunque prendendo atto che così facendo le possibilità di un futuro conflitto venivano rimosse solo in parte, perché restava fuori dall’aggregazione ed anzi era considerato nemico uno degli attori principali dell’eterno conflitto intra europeo, la Russia, allora nella forma politica istituzionale dell’URSS.[1]
Ma era un’epoca di grandi speranze e si confidava che prima o poi si sarebbero create le condizioni per aprire un dialogo con il resto d’Europa: in attesa di tempi migliori l’Unione assorbiva i paesi dell’Europa occidentale. La CECA proseguiva nella sua evoluzione e dopo avere sconfitto sul campo la concorrenza dell’European Free Trade Association, (EFTA), voluta dall’Inghilterra per contrastare i paesi continentali, procedette con successivi allargamenti fino ad inglobare quasi tutti i diversi Stati dell’Europa occidentale che ne facevano parte per poi, dopo il 1991 e il crollo del muro di Berlino, attuare successivi allargamenti che portarono l’ormai divenuta Unione europea ad inglobare gli Stati eredi dalle ex repubbliche socialiste dell’Est Europa, fino ai margini della Russia.
Una Russia rinata dalle ceneri dell’URSS e separata dall’Unione da due Stati cuscinetto: la Bielorussia e l’Ucraina.
Ciò avveniva dopo che, a guida e sotto l’egemonia tedesca, l’Unione europea aveva liquidato la concorrenza costituita dall’ex Jugoslavia, possibile polo di aggregazione alternativo dei Paesi balcanici, promuovendo e scatenando un conflitto etnico dissolutore dell’entità jugoslava che ha portato alla frammentazione di quella nazione per consentirne il graduale assorbimento nell’Unione europea, che non si è ancora concluso.[2]
A guidare il processo di aggregazione europea era l’egemonia esercitata dal capitalismo franco renano che aveva fatto proprie le teorizzazioni dell’ordo capitalismo, un modello socioeconomico per il quale lo Stato interviene attivamente per definire le regole del mercato, anziché lasciare che esso si autoregoli, creando il quadro giuridico e istituzionale per garantire la concorrenza, prevenire i monopoli e assicurare la stabilità monetaria.
Veniva così messo a punto un intervento pubblico regolatore, che differenziava questo modello dalle economie pianificate, tipiche dei piani quinquennali sovietici che manteneva al centro la proprietà privata e l’iniziativa d’impresa, un modello che ben si sposava con il corporativismo di matrice cattolica e il principio di cooperazione e di teorizzazione dell’intervento dello Stato a regolare i settori chiave dell’economia per dar vita al welfare che avrebbe dovuto costituire l’alternativa ai bisogni di partecipazione economica della classe operaia. In tal modo, l’ordine economico e finanziario della società, restava nell’ambito capitalistico, associato a dinamiche di sfruttamento, asservito a derive tecnocratiche e sovraniste del mercato. Questa evoluzione e sviluppo delle forze produttive produceva una differenziazione del capitalismo europeo da quella statunitense.
Sul finire degli anni ’70, dopo aver prodotto la rinascita del sistema economico in Italia e in Germania, ma in realtà anche negli altri paesi dell’Europa occidentale e consentito all’asse economico-industriale e finanziario franco-renano di assumere la direzione degli affari europei e di orientarne la politica, il sistema produttivo europeo assisteva allo sviluppo di ampi e radicali movimenti sociali che avevano come fine il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro delle popolazioni e la conquista di maggiori di tutele giuridiche e diritti civili. Sul finire degli anni 80 il ciclo di lotte operaie veniva sconfitto e il modello economico veniva piegato dagli Stati Uniti a massimizzare lo sforzo per vincere la guerra fredda, ottenendo come risultato il crollo dell’URSS.
La vittoria degli Stati Uniti veniva presentata come la fine della storia e da allora iniziava una profonda trasformazione del modello, considerato troppo competitivo dal potere imperiale statunitense che, in una prima fase agiva cercando di produrre mutamenti strutturali che snaturassero in senso liberista quegli elementi di socialismo che erano presenti all’interno dei sistemi economici dell’Occidente europeo, costituiti da una forte caratterizzazione del welfare, conseguenza anche dei riflessi istituzionali e strutturali delle lotte operaie che avevano portato ad un miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei popoli europei e all’ampliamento dei diritti.
Iniziò allora un’accentuazione del carattere liberista del sistema economico e finanziario, caratterizzato dallo smantellamento sempre più accentuato della partecipazione pubblica all’economia e del ruolo di direzione dello Stato nell’orientamento delle politiche economiche e nella messa a punto di scelte di programmazione di lungo periodo. Per l’Italia è l’epoca dello smantellamento delle partecipazioni statali e della privatizzazione della gestione dell’energia elettrica (che non a caso la gestione pubblica dell’energia era una delle caratteristiche positive indicate dal manifesto di Ventotene). Mario Draghi già funzionario della Banca d’Italia, ma al tempo stesso legato alla Goldman Sachs, erede per parte di moglie della famiglia Cappello, ovvero della crema della finanza italiana, affitta il panfilo Britannia per predisporre un ambiente consono a mettere all’asta le partecipazioni dello Stato all’industria italiana, ponendo le basi di quel “merito” che lo porterà poi a dirigere la BCE.
La globalizzazione e il decentramento produttivo, da vedere come risposta capitalistica alla crescita dei salari a causa delle lotte sociali che portarono ad un miglioramento notevole delle condizioni di vita e di lavoro e alla crescita dei diritti, continuarono a produrre profonde trasformazioni del modello in un senso sempre più liberista e liberale, al punto da smantellare gradualmente tutte le conquiste sociali economiche e di libertà conseguite.
Le responsabilità della sinistra nella degenerazione del modello economico europeo
Il crollo dell’URSS faceva venire meno l’elemento di comparazione e competizione che fino ad allora aveva spinto il capitalismo occidentale europeo a garantire forme di welfare diffuso, in modo da reggere il confronto e la concorrenza con il modello sovietico e, al tempo stesso, apriva gli sterminati territori dell’Est agli investimenti occidentali, offrendo forza lavoro qualificata ed istruita, con la disponibilità di enormi risorse non utilizzate, consentendo il travaso di popolazioni verso l’Occidente. Ciò permetteva di abbattere il mercato del lavoro attraverso l’introduzione di un enorme esercito industriale di riserva che deprimeva, in una prima fase i salari, producendo la stagnazione per poi abbassarli grazie alla crescita dell’inflazione e alla perdita progressiva del loro potere d’acquisto e costituiva una prima risposta al palesarsi della crisi demografica degli Stati europei, indotta dal relativo benessere e dalle crescenti restrizioni salariali.
Questo mutare dei fondamenti strutturali dell’economia creava le condizioni per una trasformazione anche degli equilibri politici e si avviava da allora una regressione delle forze politiche di sinistra, progressiva e crescente, che non si è ancora arrestata e che minaccia di travolgere le forme residue di democrazia parlamentare ed è all’origine del ritorno della destra e del fascismo in Europa.
Le formazioni politiche di sinistra, prive di riferimenti ideologici, ignoranti della loro memoria storica, dimentichi delle categorie di analisi dell’economia e della politica, a corto di idee, di proposte, di progettualità, di programmi, si sono appiattite sulle politiche della cosiddetta sinistra statunitense “progressista”, che punta sulla tutela dei diritti civili,
piuttosto che preoccuparsi prioritariamente di quelli economici e sociali (anche se attualmente sembra essere in corso una profonda riflessione accompagnata da un mutamento dovuto alla crescita della componente socialista all’interno e all’esterno del partito democratico statunitense).
Anche sotto la spinta delle tendenze politiche appena segnalate l’Unione europea, in una prima fase, facendosi carico del deterioramento delle condizioni climatiche globali del pianeta, sotto la spinta dei movimenti ecologisti ha adottato la politica del Green Deal, puntando a raggiungere la neutralità climatica e a proteggere le risorse naturali,
attraverso normative comuni e piani strategici. Per essere attuata questa politica avrebbe richiesto un investimento di capitali enorme e una capacità progettuale che sono mancati, sia per quanto riguarda il volume degli investimenti che per quanto concerne l’incapacità di prevedere le profonde ripercussioni economiche che una tale trasformazione avrebbe avuto sul tessuto produttivo, finanziario ed industriale dell’area europea ed adottare le opportune misure per farvi fronte.
D’altra parte l’impero statunitense, in crisi che vive ormai di debito, avendo smantellato il proprio tessuto produttivo, aveva bisogno del risparmio accumulato dalle popolazioni europee per drenarlo e utilizzarlo ai propri fini, finanziando il proprio debito. Da qui la decisione di saccheggiare l’Occidente europeo da essi considerato un protettorato.
Si è così accentuata la competitività intra-capitalistica tra le diverse aree del pianeta e il potere imperiale statunitense messo all’angolo dalla crescita sul mercato mondiale come potenza geopolitica della Cina e dai tentativi sempre più efficaci di tanti popoli del pianeta di affrancarsi dal dominio e dallo sfruttamento. Sono così nati i Brics, con
tutto ciò che ne consegue, e i paesi ai margini dell’impero stanno via via rendendosi sempre più autonomi, circoscrivendo sempre le capacità di proiezione della potenza militare statunitense. Il controllo dei mari da parte della potenza imperiale viene messa in discussione iniziando col presidiare gli stretti e si assiste alla nascita di potenze regionali e alleanze regionali volte alla costruzione di un mondo sempre più multipolare. La politica dei dazi praticata dagli Stati Uniti per spremere sempre più i diversi paesi sottoposti a protettorato e finanziare il loro deficit è sembra più in difficoltà.
Questo attacco senza precedenti è stato portato attraverso le due guerre oggi in essere: quella di Ucraina e quella in Medio Oriente le cui cause ed effetti sono complesse e sono state oggetto di analisi da parte nostra in più occasioni e alle quali rimandiamo. Ciò che vale rilevare in questa sede è che l’attacco portato verso l’Unione europea mette definitivamente in crisi la gestione economica ordo-liberista del sistema economico e politico che è costretto ad impegnarsi nella guerra e, per sopravvivere, a trasformare la propria in un’economia di guerra, smantellando lo Stato sociale che con tanta fatica e il contributo dei lavoratori era stato costruito, trascinando l’intero pianeta in una possibile guerra nucleare.
Per questa via sono venute meno le ragioni che portarono anche noi a guardare con favore all’ipotesi di uno Stato federale europeo inteso come strumento di prevenzione e di cancellazione per sempre della guerra, almeno in Europa.
L’Unione europea, per come si va configurando in questo nuovo scenario, perde la sua ragion d’essere.
Restando convinti che la pace costituisce una precondizione perché i popoli possano trovare e realizzare una maggiore giustizia sociale e creare le condizioni per la loro emancipazione dallo sfruttamento siamo consapevoli che bisogna avviare una profonda riflessione su quali possono essere gli strumenti attraverso i quali raggiungere lo scopo che ci prefiggiamo, quello della pace e di un maggior benessere per i popoli europei.
Il primo passo è senza dubbio costituito dal liberarsi dai falsi miti, come l’Unione europea nella forma attuale, evitando di cadere nella trappola della retorica occidentalista, predicata da nostalgici soloni dell’atlantismo, da cascami e residui della guerra al comunismo, da false letture della storia, anche quando costoro ricoprono le più alte cariche dello Stato e infiorettano i loro discorsi con la difesa delle libertà che essi stessi non tutelano anche essendo a ciò preposti.
[1] La contraddizione costituita dal mancato coinvolgimento nel processo di aggregazione europea non era ignota agli estensori del manifesto e viene rilevata da Ernesto Rossi nel suo libro (Ernesto Rossi, L’Europa di domani. Un progetto per gli Stati Uniti d’Europa 1944, Introduzione di Nicola Colaianni, 2026). Come non risolvibile nelle contingenze politiche di allora se non promuovendo un dialogo se non una partnership condizionata al superamento della contrapposizione dei blocchi conseguenti alla guerra fredda. Quando nel 1991 questi condizionamenti sembrarono rimosso l’allora comunità europea non seppe approfittarne e preferì sposare la filosofia NATO che pure nella fase iniziale del suo cammino ne aveva facilitato la nascita, introducendo un virus, quello dell’inglobamento e dell’allargamento progressivo che determinerà il fallimento del progetto.
[2] Non bisogna dimenticare che all’epoca la Jugoslavia era il paese leader dei non allineati, un movimento molto ramificato di paesi che si ponevano in una posizione Intermedia tra i blocchi statunitense e sovietico e che senza dubbio costituiva un polo di aggregazione politica di rilevanza internazionale.
Gianni Cimbalo
OPINIONE DISSENZIENTE
Qui di seguito uno stralcio del confronto preventivo con alcuni lettori del quale forniamo una breve sintesi: il dibattito continua.
Per gli Usa (come, ovviamente, per la Russia, ma questo si sapeva) la UE è tanto più il suo allargamento, non è (più, se vuoi) un investimento. Anzi è da contrastare con tutti i mezzi (disallineamento dalla Nato, dazi ecc.) sostenendo i partiti sovranisti e ripristinando il bilateralismo, che conviene ai beni e servizi Usa, in luogo del multilateralismo e del sovranazionalismo (di qui, tra l’altro, il debole appoggio all’Ucraina, che non è affatto senza se e senza ma come con Biden).
Mentre convengo con te che osteggiare l’Unione europea conviene sia alla Russia che agli Stati Uniti, che vedono in essa un competitor pericoloso soprattutto sul piano economico non concordo con te sulla conseguenza che ne fai discendere relativa al “debole” appoggio all’Ucraina da parte degli Stati Uniti che dipende dall’incapacità della potenza imperiale statunitense in declino di reggere insieme l’impegno su tutti i fronti. È solo mutata la modalità perché il sostegno rimane a livello di inteligence, individuazione di bersagli, vendita armi pagate dai servi ecc. Ormai l’obiettivo di impegnare l’Unione europea nella guerra d’Ucraina e in un confronto armato con la Russia per dissanguarne le risorse e demolire lo Stato sociale, convogliando il risparmio europeo verso il mercato Usa dei capitali è stato raggiunto o almeno il meccanismo è ben oliato grazie alle politiche da servi sciocchi della Commissione UE.
Lo dice a chiare lettere il documento della National security strategy di un anno fa, approvato e diffuso da Trump.
Come sai in quel documento Trump mollava l’Europa, affermando di voler rivolgere l’attenzione prioritaria statunitense al pacifico, ma non negava affatto il perseguimento dell’obiettivo di indebolimento della Russia e soprattutto il progetto di impedire qualsiasi accordo che portasse alla formazione di un’asse euro asiatico. Per l’impero statunitense in declino l’Europa è solo una mandria di vacche da mungere ed è meglio farlo con ogni vitello singolarmente, anche provvedendo a macellarlo, se occorre.
Ne consegue, a mio avviso, che la UE con tutti i suoi limiti (sui quali, ripeto, sono d’accordo) non è un falso mito ma l’unica prospettiva realistica per contare come soggetto politico capace di presenza competitiva nello scenario mondiale.
Quello che voglio dire è che proprio per superare i suoi limiti l’Europa deve cambiare politica perché concordo anch’io su questa prospettiva da te indicata se si vuole che l’Unione Europea abbia un ruolo da protagonista sullo scenario mondiale.
La UE non ha esaurito tutte le sue risorse: basta pensare alla cooperazione rafforzata, attuata finora in forme marginali.
E questa UE che ha esaurito tutte le sue risorse. La cooperazione rafforzata andrebbe sviluppata non solo con il Canada ma con la Russia in un quadro euroasiatico.
Non è un’alternativa concreta, e quindi politica, bocciare uno strumento operativo non in ragione di un altro strumento ben definito, ma per riflettere, come tu concludi, su quali possano essere gli strumenti più efficaci.
Ad essere bocciato da me non è lo strumento ma questo strumento, con le caratteristiche attuali, istituzionali e politiche e con questa politica suicida.
Sono tempi di grande accelerazione, la “repubblica tecnologica” (Karp e Zamilska, thiel) è addirittura al potere con Vance.
Ne convengo.
Bisogna agire con quel che abbiamo, metterlo a terra come si dice ora.
Cambiando politica e strategia.
Perchè Dum Romae consulitur…
Concordo.