Osservatorio politico

UCRAINA: LA DIASPORA

La guerra ha dimezzato la popolazione residente in Ucraina che secondo gli istituti demoscopici del paese oscilla tra i 18 e i 20 milioni e registra un alto tasso di decrescita demografica. La guerra, come è noto, ha spopolato il paese di uomini mentre crescono le necessità di arruolamento, prova ne sia che il governo sta ricorrendo alla ”bussificazione” (arruolamento forzoso e violento) per alimentare il fronte. In questo quadro assume importanza la diaspora ucraina, nella prospettiva di attingere ad essa per ripopolare ciò che resterà dello Stato Ucraino quando la guerra cesserà.
L’emigrazione storica si è diretta prevalentemente in Canada che ospita la seconda diaspora ucraina più numerosa al mondo dopo la Russia, quantificata in circa 1,3 milioni di persone, (circa il 4% della popolazione), mentre gli Stati Uniti registrano la presenza di centinaia di migliaia di americani di origine ucraina, concentrati soprattutto in Stati come New York, Pennsylvania, Illinois e New Jersey. Questa immigrazione è iniziata alla fine del XIX secolo, e la prima ondata riguarda contadini attratti dalle terre fertili delle province occidentali, come l’Alberta e il Manitoba, dando vita a comunità politicamente influenti e attive nel preservare la lingua e le tradizioni, rafforzate dall’appartenenza alle Chiese ortodosse e greco-cattolica. Se questa prima ondata se n’è aggiunta una seconda di orientamento nazionalista alimentata dagli sfollati del dopoguerra che rifiutavano l’adesione del Paese all’URSS. Costoro hanno dato vita a un associazionismo forte creato scuole di lingua e centri culturali e hanno costituito il luogo di coltura nel quale sono nate le Chiese ortodosse alternative alla Chiesa Ortodossa Canonica Ucraina, legata al Patriarcato di Mosca.
La Russia ospita la parte più grande della diaspora Ucraina cresciuta con l’inizio dell’operazione speciale fino a superare gli 8 milioni, a riprova che lo scontro è in atto in Ucraina è anche una guerra civile, mentre solo una piccola parte si è rifugiata negli Stati Uniti in Canada e in Sud America. Intorno ai 6 milioni hanno preso la strada dell’occidente europeo e oggi stanno rivedendo la loro residenza sotto la spinta del rifiuto crescente delle popolazioni ad accoglierli e soprattutto alla decisione dei governi occidentali di negare l’accoglienza e rimandare nel paese perché vengano arruolati tutti quelli che verrebbero richiamati alle armi se presenti.
Perciò molti di loro stanno lasciando in massa la Polonia per trasferirsi in Germania, nella Repubblica Ceca e in altri paesi dell’UE, secondo quanto riportato da RMF24, citando i dati di Eurostat. Solo nel mese di luglio, il numero di ucraini con protezione temporanea in Polonia è diminuito di 8.100 unità, raggiungendo i 953.100. A giugno, la diminuzione era stata di ulteriori 6.300 unità. La Repubblica Ceca sta diventando una destinazione sempre più gettonata per gli ucraini: alla fine di giugno, vi risiedevano circa 381.000 persone. Il maggior numero di ucraini si trova in Germania, con circa 1.29 milioni di persone, dove sta creando non pochi problemi (vedi elezioni in Sassonia-Anhalt), perché ricevono sussidi statali e tutto ciò non è più sostenibile dal punto di vista finanziario. Un numero significativo di ucraini si trova in Spagna (272.300), in Romania (219.400) e in Slovacchia (149.000).
I dati riportati riguardano le cifre ufficiali perché in realtà il numero dei rifugiati è molto più numeroso. Si tratta di presenze di fatto di persone che vanno ad alimentare il mercato del lavoro clandestino o vivono ai margini della legalità, per cui il numero complessivo si aggira sui 6 milioni. È superfluo affermare che più dura la guerra, maggiore è il tempo di permanenza fuori dal paese, più forti divengono le radici che i migranti creano nei paesi che li hanno accolti.

GRAN BRETAGNA

Il 14 settembre si sono riuniti a Cardiff i leader dei partiti indipendentisti Scottish National Party (Snp), Plaid Cymru (Galles), Sinn Féin (Irlanda del Nord), favorevoli a separarsi dal Regno Unito, ma hanno posizioni diverse su come e quando ciò potrebbe avvenire. Mentre gli irlandesi vogliono la riunificazione con la Repubblica irlandese gli altri due Stati regionali intendono aderire all’Unione europea e separare il loro destino dall’Inghilterra. È stato sottoscritto un Memorandum inviato al Parlamento di Westminster nel quale i tre leader di partito dichiarano solennemente “Le nostre nazioni hanno diritto all’autodeterminazione. Nessun governo ha il diritto di bloccare la democrazia o di minare il principio secondo cui saranno i nostri popoli a decidere il proprio futuro”. Ciò detto i tre leader chiedono che vengano indetti dei Referendum per far sì che siano i loro rispettivi popoli a scegliere quale debba essere il loro futuro.
Dopo la sconfitta laburista alle elezioni gallesi di maggio, per la prima volta nella storia del Regno Unito tutte e tre le nazioni che chiedono l’autodeterminazione hanno alla guida partiti indipendentisti. In Galles Plaid Cymru è diventato il primo partito del Senedd e il suo leader Rhun ap Iorwerth ha assunto la carica di primo ministro. In Scozia lo SNP di John Swinney ha consolidato il proprio primato a Holyrood, pur perdendo sei seggi a vantaggio di Reform e dei Verdi. A Belfast Michelle O’Neill guida l’esecutivo dopo la vittoria di Sinn Féin nel 2022, con l’insediamento slittato al 2024 per l’ostruzionismo del DUP. Con loro, a Cardiff, siedeva Mary Lou McDonald, presidente di Sinn Féin e capo dell’opposizione nel Dáil (Parlamento) di Dublino.
Forti della maggioranza acquisita nei rispettivi Stati i tre leader hanno approfittato della dichiarazione incauta del Primo Ministro britannico Andy Burnham, mercoledì 9 settembre durante il question time ai Comuni, sulla possibilità di indire un nuovo referendum in Scozia, in presenza di un «chiaro consenso» a favore, aggiungendo che sussistevano anche i motivi per un voto sulla separazione, in Irlanda del Nord, trattandosi «esattamente la della stessa situazione», ne hanno approfittato per lanciare la sfida.
In effetti l’accordo del Venerdì Santo (che pone fine alla guerra tra cattolici e protestanti a Belfast), prevede un percorso per un Referendum sulla riunificazione irlandese, da indire qualora «appaia probabile» che una maggioranza dei nordirlandesi voti per uscire dal Regno Unito. Ma applicare lo stesso criterio anche alla Scozia significa, di fatto, riconoscere un meccanismo automatico dove finora c’era solo discrezionalità politica. Le ragioni di questa gaffe del Primo Ministro sembrano essere banalmente la conseguenza di una mancata lettura del Dossier predisposto dagli uffici che lo ha indotto a usare la posizione sull’Irlanda in Scozia e quella sulla Scozia in Irlanda.
Burnham ha provato a recuperare con una lettera inviata giovedì a Swinney, in cui definisce un nuovo referendum scozzese «off-limits» prima delle prossime elezioni generali. Non esiste, scrive, «alcun consenso per un referendum sull’indipendenza in Scozia, né una base chiara per sostenere che una maggioranza dei nordirlandesi desideri attualmente separarsi dal Regno Unito», e richiama il programma con cui il Labour ha vinto nel 2024: «Il Labour non sostiene l’indipendenza né un altro referendum». Ma ormai la frittata è fatta! Tanto più che della situazione ha immediatamente approfittato l’amministrazione Trump, alla ricerca affannosa di voti Per le elezioni del Midtern, al quale non è sembrato vero sostenere il diritto al referendum per guadagnarsi il favore degli americani di origine Irlandese.
Da parte loro i tre leader di partito, dopo aver affermato che il clima politico del paese sta cambiando, hanno dichiarato che il tempo di Westminster è giunto alla fine. La mossa coordinata dei tre primi ministri mira a esercitare una pressione politica diretta su Downing Street, chiedendo di fatto di riconoscere la legittimità di percorsi referendari o legislativi verso l’indipendenza. Alcuni leader, come Swinney, hanno anche lasciato intendere che Burnham potrebbe essere l’ultimo primo ministro di un Regno Unito, segnalando una narrazione politica apertamente orientata alla dissoluzione progressiva dell’attuale assetto statale.
Quanto sta avvenendo potrebbe accelerare una trasformazione graduale, ma irreversibile: accordi energetici ed economici sempre più stretti tra Scozia, Galles e Irlanda del Nord potrebbero anticipare uno status post-UK, spingendo Westminster verso una riforma federale radicale o verso un “scioglimento consensuale” della Gran Bretagna con referendum scaglionati. La strada è ancora lunga e tortuosa, ma si apre un periodo di forte tensione costituzionale che potrebbe segnare la fine del ruolo del Regno Unito come l’eterno nemico dell’Europa continentale, visto che tutti e tre gli aspiranti Stati indipendenti intendono aderire alla UE.

SVEZIA

Sono stati necessari 4 giorni di scrutinio dei voti per sapere che la coalizione di centrosinistra svedese, guidata da Magdalena Andersson, ha vinto per soli 50.359 voti le elezioni in Svezia nel confronto con la coalizione di centro-destra, guidata dal premier uscente Ulf Kristersson. La vittoria ha registrato, secondo i risultati, finali uno stretto margine di maggioranza. Il ritardo è dovuto ai voti pervenuti per posta, a quelli anticipati, a quelli provenienti dall’estero. I quattro partiti che la compongono hanno ottenuto complessivamente il 49,6% dei voti e 176 seggi, contro il 48,8% e i 173 seggi conquistati dai quattro partiti di destra. I socialdemocratici guidati da Magdalena Anderson si riconfermano il partito con i maggiori consensi in Parlamento con il 28,1%. Al secondo posto i moderati di centrodestra guidati dal Primo Ministro uscente Ulf.
Kristersson con il 19,9%, la destra nazionalista, i Democratici svedesi (Sd) è la terza forza con 17,6%.
A condizionare l’esito finale del voto, che ha visto una partecipazione molto alta, è stato l’arretramento della destra nazionalista di Åkesson, che dopo una crescita ininterrotta a ogni tornata elettorale dal suo ingresso in Parlamento nel 2010, ha perso diversi punti percentuali rispetto al 2022 e questo risultato ha fatto parlare di una inversione di tendenza rispetto agli orientamenti dell’elettorato. Tuttavia la coalizione di centro sinistra è estremamente eterogenea: ne fanno parte i socialdemocratici e i Verdi i Centristi e il Partito della Sinistra. Queste ultime due formazioni sono praticamente divise su tutto, dall’economia (liberisti i primi, marxisti i secondi) alle politiche sull’emigrazione.
Ulf Kristersson si è dimesso dall’incarico dopo che i risultati ufficiali hanno confermato la sconfitta del suo blocco. Magdalena Andersson, già premier tra il 2021 e il 2022 ritorna alla guida del governo dopo quattro anni all’opposizione e riceverà dal Presidente del Riksdag (Parlamento), l’incarico di formare il nuovo governo, ma il suo è un compito estremamente difficile e non solo e non tanto per la poca differenza dei voti fra i due schieramenti, ma a causa della composizione della coalizione che ha vinto il confronto elettorale. In particolare il partito di sinistra Dadgostar è fortemente impegnato nel sostegno alla causa palestinese e vuole rivedere le politiche migratorie che ritiene estremamente restrittive, al punto da essere accusato di antisemitismo: ciò rende problematica la presenza nel governo con i centristi.
A fronte di questa situazione Andersson sembra optare per una grande coalizione, tenendo fuori Partito della Sinistra e Democratici svedesi, che hanno però il doppio dei seggi dei primi, grazie a quasi il 18% dei suffragi, e sono legati a filo doppio ai Liberali. Al momento non sembra che i partiti della destra moderata siano intenzionati ad accettare una proposta del genere. D’altra parte il fallimentare esempio tedesco è sotto gli occhi di tutti al punto che a Stoccolma molti analisti politici si domandano già quando la Svezia sarà chiamata nuovamente alle urne. La formazione dell’esecutivo, secondo gli osservatori, potrebbe richiedere settimane, se non mesi, di trattative. Tra i temi che il Governo deve affrontare l’immigrazione, la sanità pubblica, il crescente costo della vita e la sicurezza, questioni che hanno dominato una campagna elettorale una delle più polarizzate degli ultimi decenni in Svezia.

BRICS

Si è tenuto il 14 settembre a Nuova Delhi il venticinquesimo vertice del BRICS presieduto dall’India durante il quale si è registrato un riavvicinamento tra India e Cina. Forte del discredito accumulato dagli Stati Uniti nella guerra con l’Iran. La Cina è riuscita a convincere l’India dell’inconsistenza delle promesse statunitensi, inducendola da un lato a recedere dall’accogliere le richieste di Trump di interrompere l’acquisto di petrolio russo, dall’altro a cercare un accomodamento del contenzioso aperto con la Cina attraverso rapporti bilaterali, a prescindere dal sostegno statunitense. Inoltre Xi Jinping si è offerto per la prima volta personalmente come mediatore fra le parti per la soluzione delle crisi in corso, anche se questi conflitti non potranno prescindere da una soluzione trovata sul campo di battaglia.
Dal summit la Cina emerge come soggetto stabilizzatore delle relazioni internazionali, pur non ponendosi come egemone, e questo perché vuole lasciare spazio allo sviluppo di relazioni tra i diversi paesi e a un equilibrio multipolare e multicentrico, in un quadro di stabilizzazione post statunitense.
Si conferma il ruolo dei BRICS che non costituiscono un’alleanza né un’alternativa agli Usa, ma un palcoscenico sul quale una pluralità di soggetti si confrontano per regolare i loro reciproci rapporti. Il 24 settembre sapremo, dopo l’incontro di Washington tra Trump e, quanto questa mediazione costerà agli Stati Uniti; non è da escludere che il confronto proseguirà a margine dell’Apec, in programma il 18 e 19 novembre a Pechino. L’ipotesi era già stata discussa da Putin e Xi Jinping durante il loro incontro del 31 agosto a Bishkek alla riunione della SCO.
Ovviamente dalla riunione saranno esclusi sia la von del Stupid che i volenterosi, nonché Zelensky, a riprova della loro irrilevanza. Certamente il lascito che il secondo mandato della von der Stupid lascia all’Unione europea è l’irrilevanza, che sarà certamente difficile da recuperare.

ALBANIA

La questione costituita dall’insediamento degli “investitori” israelo-statunitensi a Sazan, isola al largo dell’Albania, posta a protezione della baia di Valona, costituisce una pesante ipoteca sul controllo dello stretto di Otranto e va collocata a buon diritto nella guerra degli stretti attualmente in corso. Quando è avvenuto va collegato ad Hormus e allo stretto di Bab al-Mandab, controllato dagli Huti a Ceuta, che il Marocco esige, su suggerimento israelo-statunitense, e costituisce una iniziativa tesa a controllare i traffici dei porti adriatici, destinatari del commercio da e per la Turchia chi impedirà infatti ai proprietari dell’isola, che dispone di tutte le attrezzature di una base navale per sommergibili, di allocare in quel sito la deterrenza necessarie a bloccarlo?
Se Edi Rama sta svendendo la sovranità albanese al miglior offerente non si capisce se per soldi o per strategia politica facendo mercato del suo paese, non altrettanto può fare l’Italia piuttosto che impegnarsi nel sostenere la guerra d’Ucraina dovrebbe rivolgere le proprie risorse e alla propria attenzione e questo tipo di problemi evitando di farsi colonizzare attraverso progetti come la cosiddetta “colonia israeliana nel Salento”, un’iniziativa immobiliare ideata dall’imprenditrice Orit Lev Marom o consentendo, che non a caso avrebbe dovuto essere localizzata nella costa prospiciente l’isola di Sazan.

YEMEN

Gli Huti yemeniti con una rapida avanzata hanno occupato tutta la costa del Mar Rosso fino allo stretto di Bab el-Mandeb, nonché l’isola di Mayun e minacciano di occupare la città di Ma’rib, che come Moka passerebbe sotto il loro controllo, dopo una trattativa con i gruppi tribali locali. Intanto gli Huti si stanno trincerando per difendere il territorio occupato da un eventuale ritorno dei sauditi, ma non è escluso che potrebbero proseguire verso la conquista del porto di Aden. Quanto sta avvenendo è diretta conseguenza dell’indebolimento dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti, a causa degli esiti della Guerra del Golfo. Entrambi sostengono il Governo di Aden, riconosciuto internazionalmente. Inutilmente l’Arabia Saudita ha invocato l’aiuto degli USA, già eccessivamente coinvolti nella guerra. La Gran Bretagna, da sempre interessata al controllo di Aden, si è limitata ad inviare un aereo cisterna per il rifornimento in volo dei caccia sauditi mentre l’Italia ha acconsentito a schierare alcuni aerei a con base a Taiff e di inviare un contingente di 400 uomini, non è dato sapere se con funzioni di consiglieri militari o di supporto logistico agli avviatori. L’obiettivo dichiarato è di proteggere le navi italiane non minacciate dagli Huti, ma in realtà siamo di fronte al sostegno dell’Arabia Saudita in una guerra, senza che vi sia stato un voto del parlamento in tal senso. Di tale comportamento hanno chiesto garbatamente conto gli Huti, ricordando di non aver minacciato le navi italiane.
La profonda crisi economica nella quale i paesi del Golfo sono precipitati e il successo degli Huti, alleati dell’Iran, rafforza la proposta iraniana di un incontro fra i paesi della regione da tenersi in Oman per regolare i reciproci interessi e regolamentare il passaggio dagli stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb, escludendo gli Stati Uniti.

GROENLANDIA

Trump sembra sia riuscito a chiudere uno dei fronti da lui aperti, quello della Groenlandia. A margine della riunione dell’Assemblea dell’ONU a New York è stato sottoscritto un accordo tra Washington, Copenaghen e Nuuk che “conferisce agli Usa il controllo permanente sulla sicurezza e su ogni altra esigenza in Groenlandia che risponde pienamente a tutte le nostre numerose preoccupazioni”. L’accordo rende inutile il controllo formale danese della Groenlandia e conferisce agli USA ogni decisione riguardante l’isola, con l’intento di impedire la supposta intenzione di Cina e/o Russia di stabilire sul territorio una presenza militare. In tal modo gli USA si assicurano il diritto di prelazione per ora e per il futuro sullo sfruttamento delle risorse minerarie dell’isola. Nell’immediato l’accordo mira a rafforzare la presenza USA sulla rotta del Nord, destinata a svilupparsi con lo scioglimento progressivo dei ghiacci, sulla quale è fortissimo il controllo di Russia e Canada che interessa molto il commercio cinese, l’accesso alle risorse naturali, gli investimenti strategici.
Dall’esame del testo dell’accordo si comprenderà esattamente cosa cambia rispetto ad oggi, posto che Washington disponeva già di ampi diritti militari in Groenlandia, utilizzata come avamposto per l’avvistamento di un attacco missilistico dalla Russia. Un accordo di difesa, firmato con la Danimarca nel 1951, e successivamente aggiornato, consentiva agli Stati Uniti di avere installazioni militari sull’isola: questo accordo non prevede una scadenza.
In realtà molta parte dell’importanza strategica della Groenlandia è venuta meno con l’entrata in servizio del missile russo da crociera a propulsione nucleare, con autonomia teoricamente illimitata, il 9M730 Burevestnik perennemente in volo, mentre restano le ragioni economiche.

RUSSIA

Si sono svolte in Russia le elezioni della Duma. Russia Unita: 355 deputati; Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF): 40 deputati; Partito Liberale Democratico (LDPR): 25 deputati; Nuovi Leader (NL): 20 deputati; Partito Socialdemocratico (SR): 4 deputati (c’è ancora la possibilità che ottengano un seggio alla Duma di Stato); Rodina: 1 deputato. Lo ha comunicato la presidente del comitato elettorale Pompilova. Dopo Russia Unita, il secondo classificato è il Partito comunista con il 14,2% (il 20% “nei voti dall’estero). Secondo la Commissione elettorale centrale, l’affluenza alle urne nei tre giorni in cui si è tenuto il voto, è stata del 58% superiore al dato del 51,7% della precedente consultazione, nel 2021. L’intenso bombardamento di droni ucraini sembra aver indotto soprattutto i moscoviti a recarsi in massa alle urne. Anche la crescita dell’economia sembra aver stimolato la partecipazione.
Molti tra gli eletti sono ex veterani che hanno combattuto in Ucraina e ciò fa presumere che le misure che il Governo adotterà sulla prosecuzione del conflitto saranno approvate a larga maggioranza dalla Duma, imponendo allo stesso Putin una maggiore fermezza e assertività nella conduzione della guerra. È presumibile che il paese, sentendosi aggredito, pretenderà una minore flessibilità, rafforzando le richieste di un maggiore impegno nella conduzione della guerra. La grande partecipazione al voto porta con sé la richiesta di stabilità e dalla misura della natura esistenziale per la Russia di questa guerra.

La Redazione