“Come in un libro scritto male, lui s’ era ucciso per Natale”
(Francesco Guccini, “Incontro”, 1972)
Le vicende che intersecano la situazione internazionale con quella italiana paiono la stesura di un copione già scritto, visto e letto. Lo sforzo per rimetterle nel proprio tempo a volte appare molto difficile. Ed è più difficile proprio per chi nella propria vita ha militato e nel contempo cercato di comprendere i percorsi storici. Bisogna stare attenti a non versare nelle bottiglie di oggi il vino di ieri. Il rischio di incomprensione è molto alto.
Tuttavia, non possiamo neppure pensare che le epoche che si susseguono siano dei compartimenti stagni in cui, ogni volta, si fa tabula rasa del passato. Se l’anacronismo è una caratteristica da correggere potenzialmente dannosa per agevolare la lettura dei fenomeni contemporanei, eliminare il passato può essere pericolosissimo.
L’Italia è il paese dove il Partito Socialista, malgrado la sconfitta epocale per motivi che non è qui il caso di riassumere, mantenne il comportamento più “onorevole” in occasione della prima guerra mondiale, per non tacere della gigantesca ondata di occupazioni seguite al conflitto. Ed è anche la nazione che ha prodotto la più lunga conflittualità sociale in Europa (tanto che il ‘68 è sfociato nel ‘77 quasi senza soluzione di continuità).
Ma non possiamo certo dimenticare che siamo stati anche gli inventori del fascismo nonché, dalla fine degli anni ’70 in poi, il laboratorio più avanzato delle politiche neoliberiste in occidente.
La società italiana è stata malamente unificata dalla Costituzione, la quale, infatti, finito il periodo dello scontro sociale e della reazione a suon di bombe, è diventata il bersaglio di un amplissimo spettro politico-mediatico.
In quella fase inizia un percorso di sistematica distruzione e svilimento di quasi tutte le istanze sociali. Per un decennio buono (gli anni ‘80), si assistette ad una sostenuta, e come sempre diseguale, crescita economica.
Il battage mediatico sulla “fine della storia” ha prolungato molto oltre la vita naturale di un periodo storico conclusosi nel 1989.
Eppure, dopo quell’anno, riprende in maniera eclatante il volto trionfante di un occidente guerriero e vincitore. Una sola potenza mondiale decide delle sorti del mondo e chi non si accodava era un traditore dei valori occidentali.
Iniziò da lì un percorso di guerre “giuste” praticamente senza interruzioni, sostenute da destra, da sinistra, dal centro.
Finisce del tutto l’autonomia dell’Italia in politica estera e la sua azione tradizionalmente di pace mediterranea.
Non è il caso qui di fare la storia degli ultimi 30 anni, ma dobbiamo essere chiari su un aspetto: quella fase è definitivamente finita. Le macerie lasciate dalle dissennate politiche neoliberali, la perenne emergenza migratoria, utilizzata per giustificare leggi e azioni improntate alla pura gestione dell’ordine pubblico, le inconcludenze e inazioni di ogni governo ormai burattino con fili di decisioni prese altrove, la fine della “Unica potenza mondiale”, ci stanno conducendo al punto di rottura.
Abbiamo in Italia adesso la destra fascista al potere e quindi la reazione è pavlovianamente quella tipica, repressione, criminalizzazione del dissenso, stretta sempre più feroce della libertà. Vi aspettavate altro?
Tuttavia, come sempre, senza il supporto di un sistema mediatico completamente sdraiato sul governo di turno, giornalisti sempre più embedded per non dire altro, la macchina propagandistica repressiva non potrebbe che agire come sta agendo in questi giorni.[1]
Si dimentica però che l’informazione in questi nostri tempi è assai più complessa di quella di 50 anni or sono, non necessariamente migliore [2], ma direi articolata.
Esattamente come nella situazione internazionale, di fronte ad una opinione pubblica sempre più perplessa se non dichiaratamente contraria, i governi tirano diritto. E tirano diritto persino di fronte ad una partecipazione elettorale sempre più ridotta. La democrazia rappresentativa rappresenta ormai una minoranza.
In questo scenario, inedito trent’anni fa, ma ormai endemico nell’intera Europa, la strada della repressione e della negazione è quella prescelta dai “non-statisti” che ormai fanno finta di rappresentare una comunità diretta a capofitto verso la terza guerra mondiale.
Una comunità silente e complice del genocidio che si è avventurata in una guerra per procura che non potrà che finire male in ogni caso e che sta letteralmente mettendo in ginocchio l’intera economia del vecchio continente (una curiosa eterogenesi dei fini per una comunità nata sulle parole d’ordine del neo e dell’ordoliberismo).
Le analisi (diciamo così) che si danno degli scontri di piazza (descritti come “guerriglia” in una demenziale gara a chi la dice più grossa), appioppano stereotipi minimalisti. Oppure si tace sugli altri protagonisti della protesta, per paura di descrivere uno scenario per nulla rassicurante.
Allora parte la narrazione del “regista Russo” o islamico dietro le quinte, della “guerra ibrida” rilanciate dai media senza critica alcuna e ripresa persino da attori “colti”.
E, come negli anni ‘60, si rilancia la storiella dei “figli di papà” si cita malamente (e nuovamente) un Pasolini immaginario (e per il resto sconosciuto) con l’aggravante degli “immigrati di seconda generazione” eventualmente da reimmigrare (dove?).
Insomma tutto l’apparato propagandistico ripreso in mano da una classe dirigente di vecchi arnesi, incapaci anche loro di capire dove sono collocati.
E non può non venire a mente un passaggio di un pezzo di Gaber, vecchio di quasi 50 anni: “Bisogna far proposte in positivo senza calcare la mano sulle possibili carenze. Lasciamo perdere il pessimismo, l’insofferenza generale dei giovani, i posti di lavoro, l’instabilità, gente che non ne può più, la rabbia, la droga, l’incazzatura, lo spappolamento, il bisogno di sovvertire, il rifiuto, la disperazione!
[1] Storia vecchia: vedi ad esempio questo, estratto dal film “Sbatti il mostro in prima pagina” di Marco Bellocchio, 1972;
[2] “Se avete preso per buone le verità della televisione”, cantava Fabrizio de André nel 1973 (“Storia di un impiegato”).
Andrea Bellucci