La crisi economica-sociale e politica della Francia viene da lontano, ma il bilancio dello Stato francese è in rosso ininterrottamente da circa 50 anni. Il debito pubblico francese ha superato i 3.500 miliardi di euro, (circa il 119% del PIL), uno dei livelli più alti di tutta l’Eurozona; il disavanzo pubblico della Francia è stimato al 5,4% del Prodotto Interno Lordo (PIL) per il 2026, in aumento rispetto al 5,1% registrato nel 2025. Per questo motivo il governo ha presentato per il 2027 una manovra da 43 miliardi di euro di tagli alla spesa con l’obiettivo di riportare il disavanzo al 5% del PIL nel 2027; la spesa per interessi passivi del debito raggiunge i 79 miliardi di euro nel 2026 e si prevede salirà ulteriormente a 91 miliardi di euro. Quanto avviene è stato causato dal fallimento delle riforme del governo francese che a causa del conflitto sociale molto alto non è riuscito ad imporre al paese quelle riforme che altri governi ordoliberisti hanno imposto ai loro popoli, smantellando progressivamente il welfare.
Lo si è visto per la ristrutturazione del sistema pensionistico le cui riforme sono progressivamente naufragate, contrastate da un conflitto sociale radicale e di massa e da forti mobilitazioni popolari. Prima grandi ostacoli aveva trovato la politica di ridimensionamento dell’importanza economica dell’agricoltura a causa del movimento dei “gilet gialli” che ha contrastato e contrasta la diminuzione dei sussidi all’agricoltura e cerca di opporsi al progressivo impoverimento della Francia rurale che costituisce una componente essenziale della nazione e dell’economia nazionale.
La Francia, inoltre, colpita dalla globalizzazione, seguita da un forte processo di decentramento produttivo che ha espulso dal paese molte attività di carattere manifatturiero ed industriale ha oggi un bilancio disastroso: la ristrutturazione produttiva è stata utilizzata anche per contenere il costo del lavoro e il crescente potere operaio, mentre il ruolo svolto dal capitalismo renano-alsaziano faceva da motore dello sviluppo UE.
La politica estera fallimentare di Macron ha accentuato, in questi anni, il declino dell’impero coloniale francese e ha visto il paese impegnarsi in avventure belliche come la guerra d’Ucraina, che hanno portato all’aumento delle spese militari e depauperato ulteriormente le scarse risorse finanziarie francesi. Fin dal 1968 e da quel ciclo di lotte, la questione dell’istruzione, del suo funzionamento, dei suoi obiettivi, dei suoi fini rispetto alla formazione e al mercato del lavoro, dai rapporti intergenerazionali, ha costituito problemi oggi aggravati dalla necessità di integrare i figli di una massiccia immigrazione.
Già nel 1990 i liceali decisero di sollevarsi per chiedere: interventi sugli edifici scolastici sempre più fatiscenti, l’aumento del numero dei docenti e condizioni di studio più degne. Al Governo c’erano i socialisti e il ministro dell’Educazione Lionel Jospin, dopo un mese di contestazioni, decise di rispondere alle rivendicazioni con un finanziamento di 4,5 miliardi di franchi (1,2 miliardi di euro). Da allora si pensò, come per altri problemi, di ricorrere alla retorica del dialogo, aprendo tavoli di contrattazione con i rappresentanti degli studenti, tutte le volte che essi si sollevavano e chiedevano allo Stato di intervenire, per dimostrare che la politica dà ascolto a giovani che non sono solo considerati contestatori, ma attori politici. Da allora le proteste si sono ripetute nel 1990, nel 1994, nel 1998, nel 2006 e nel 2008.
Quando si parla di rivolte, il pensiero va subito al maggio 1968, ma le mobilitazioni e i movimenti di contestazione sociale hanno saputo difendersi sia sul fronte della concretezza che su quello dei risultati, senza però riuscire a ottenere retromarce di grande portata. Ora però la situazione è cambiata, lo stato di degrado è diventato insostenibile, e si è scelto di ricorrere alla duratura repressione, tanto che il governo è stato contestato dai vigili del fuoco che si lamentano per l’acquisto prioritario di idranti per aggredire i manifestanti, invece che per il potenziamento delle attrezzature per domare gli incendi, sempre più frequenti e devastanti durante le torride estati.
Di fronte a una politica sempre più sorda la rabbia sociale si accumula e diviene devastante; la situazione è complicata dalla crescita dell’emigrazione e quindi dall’accesso al sistema scolastico dei figli di questi immigrati che presentano problemi notevoli di integrazione, anche a livello scolastico, mentre la rabbia cresce nelle banlieue.
L’incidenza dei migranti sul sistema scolastico
Negli ultimi anni, secondo i dati forniti dall’Insee (Istituto nazionale di statistica francese), si assiste alla crescita costante della popolazione immigrata e straniera in Francia, poiché si è passati dai circa 6,9 milioni di persone (10,2% della popolazione) del 2021 agli 8,0 milioni di immigrati stimati nel 2025 (pari all’11,6% della popolazione totale). Di questi, circa 2,6 milioni hanno acquisito la cittadinanza francese nel tempo. Pertanto nel 2025 i cittadini stranieri residenti in Francia che sono senza cittadinanza francese sono circa 6,3 milioni (il 9,1% della popolazione), poiché i flussi migratori in entrata hanno registrato un picco storico durante e subito dopo la pandemia (raggiungendo circa 375.000 ingressi nel 2022), per poi attestarsi intorno ai 347.000 nuovi immigrati all’anno (dato 2023) e circa 438.000 arrivi lordi complessivi registrati nel 2024, prima di stabilizzarsi sui livelli pre-crisi. La maggioranza dei nuovi arrivi e degli
immigrati residenti proviene dal continente africano (circa il 46-49%), e ciò è dovuto non solo all’emigrazione economica, ma anche e soprattutto a ragioni geopolitiche a causa della progressiva perdita dei residui del dominio coloniale francese in Africa, che ha indotto le borghesie nazionali, complici dei colonialisti, ad abbandonare i paesi di origine per cercare rifugio in Francia. Questo flusso è seguito da migranti europei (circa 30-34%) e, in particolare, dalla migrazione ucraina, a causa della guerra, che desta un crescente disagio sociale, poiché viene sostenuta dal welfare francese. Dall’Asia (13-18%) proviene una migrazione soprattutto economica. Quanto sta avvenendo ha accentuato i problemi relativi all’integrazione dei figli di questi migranti giunti in gran parte alla seconda e alla terza generazione.

La mobilitazione e le lotte
Nella memoria storica del movimento studentesco francese è ancora vivo il ricordo di quanto avvenne nel 1990 quando a metà ottobre, gli studenti e i professori del liceo Auguste Blanqui a Saint-Ouen, nella banlieue Nord di Parigi decisero di scioperare dopo lo stupro di una studentessa. Già allora individuarono le cause di quanto avvenuto nella “condizione di miseria della scuola”. Il movimento portò in piazza migliaia di persone.
Un anno dopo la caduta del muro di Berlino, il movimento riparte; lo slancio viene da lontano e c’è la convinzione che le cose possano cambiare. Ancora una volta si ricorre alla mediazione e al dialogo per contenere il movimento. Il primo ministro Michel Rocard e il suo ministro dell’Istruzione, Jospin ricevono i rappresentanti dei liceali: promettono nuovi docenti e supervisori, ma arrivano le vacanze scolastiche e la mobilitazione resiste. Il 5 novembre sono in 100mila, il 12 in 300mila e anche il presidente della Repubblica François Mitterand decide di riceverli. Non mancano gli scontri e le violenze, ma le istituzioni scelgono comunque di aprire un dialogo. Due giorni dopo, viene annunciato un piano d’urgenza per l’educazione. Per i liceali non basta e trattano ancora: chiedono altri 500 milioni di franchi e impongono ben undici ore di confronto al governo. Alla fine, ottengono non solo risorse ma anche maggiori spazi di parola e la presenza negli organi di rappresentanza scolastica.
Dopo quel successo passano solo quattro anni e, nel 1994, gli studenti delle superiori e delle università conquistano un altro risultato: il ritiro dello “Smic Jeunes”, il cosiddetto salario minimo per i giovani: un mese di proteste, il governo Balladur ritira il “Contrat d’insertion professionnelle” che avrebbe permesso di pagare i giovani sotto la tariffa minima ordinaria. Stesso destino, solo un anno dopo, per la riforma degli istituti universitari di tecnologia: gli studenti temono che venga ristretta la loro possibilità di proseguire gli studi e rifiutano il piano. Siamo ormai al 1995 e le proteste costringono Balladur a un altro passo indietro.
Nel 1998 il movimento torna in piazza e lo fa contro il governo socialista di Jospin: si chiedono nuovi mezzi, insegnanti e finanziamenti. Il risultato è lo stanziamento di fondi, 3mila sorveglianti a tempo parziale e 10mila assistenti educativi, ma non è abbastanza per alcuni dei militanti dei coordinamenti indipendenti degli studenti.
Nel 2003 sono gli universitari a farsi sentire contro il governo conservatore: si mobilitano per affossare il progetto di autonomia degli atenei del ministro Luc Ferry che, dopo le contestazioni in primavera e autunno, viene accantonato.
Due anni dopo, nel 2005, il ministro diventa François Fillon e la sua riforma viene bocciata dalla piazza. Si tratta dell’istituzione del “baccalaureat”, ovvero la proposta di dare più peso alla valutazione durante l’anno piuttosto che a quella dell’esame finale. Gli studenti si oppongono, il provvedimento va avanti ma non su questo punto.
Nel 2006 a essere fronteggiato è invece il cosiddetto “Contrat première embauche” (Cpe): ovvero il contratto che avrebbe permesso il licenziamento senza motivazione nei primi due anni di lavoro. Il fronte degli studenti si unisce ai sindacati vista la natura del provvedimento e il governo Villepin deve accettare la sconfitta: la riforma del lavoro viene ritirata. Nel 2008, la piazza si rivolta contro la proposta di riforma del ministro Xavier Darcos e il governo di destra a guida Fillon: vogliono cambiare l’organizzazione dei licei e fare tagli al personale. Lo slogan della protesta è “Ridateci i nostri prof” e il movimento ottiene una delle ultime grosse concessioni: le mobilitazioni continuano, ma la forza di trattativa sembra indebolirsi ogni anno di più. Nel 2009 gli studenti costringono il ministro dell’istruzione a congelare i tagli dei docenti universitari e nel 2016 la protesta congiunta si unisce a quella dei sindacati verso la loi du travail e ottiene un pacchetto di misure a favore dei precari, ma i governi ascoltano sempre meno gli studenti che continuano a protestare. Oggi il governo non tratta più e reprime la mobilitazione con la violenza, militarizzando piazze e strade.
Consapevole di ciò, il movimento sa che occorre una lotta di lunga durata, condotta con metodi radicali. Non fa differenza fra destra e sinistra al governo e perciò struttura la sua strategia, programmando successive azioni di mobilitazione, articolate finora in “Atto 1” del 29 settembre, l’”Atto 2” del 1 ottobre, l’”Atto III” del 6 ottobre e l’”Atto IV” dell’8 ottobre, “Atto V“ del 13 ottobre, diluite nell’arco di tre settimane e come si è visto, e la lotta è andata oltre.
Parigi 24 ottobre

Il disagio covava da tempo, ma sul finire del mese di settembre le proteste iniziano in un liceo di Parigi e dopo giorni di presìdi e scontri anche violenti con la polizia si allargano a tutto il paese mentre anche studenti universitari e politici, sindaci e amministratori solidarizzano. Gli studenti denunciano aule troppo piccole, sovraffollate e sporche, la carenza di personale scolastico e delle dotazioni di base come banchi e sedie, e criticano anche le modalità di accesso all’università.
Chiedono un miglioramento della situazione e un investimento di 10 miliardi di euro. Giorno 13 ottobre a un primo bilancio risulta che sono state messe in stato di fermo 7.950 persone, l’85% delle quali minorenne (in Francia il fermo di polizia dura 24 ore e di norma può essere prolungato fino a 48: alla scadenza la procura deve decidere se rilasciare le persone fermate o portarle davanti a un giudice per formalizzare le accuse). Sono stati avviati 2.735 procedimenti penali, di cui 2.190 a carico di minori. Ventisei persone sono state poste in custodia cautelare, nove delle quali minorenni. Dall’inizio delle proteste, 119 persone tra studenti e membri del personale hanno riportato ferite, mentre sono 83 gli agenti feriti.
Ricorrendo al solito strumento della mediazione il governo riceve una delegazione di dimostranti e “facendo uno sforzo” propone una legge finanziaria: di complessivi 54 milioni il progetto di budget dello Stato (Plf) e quello sulla previdenza sociale (Plfss) verranno presentati in Consiglio dei ministri prima di passare all’esame del Parlamento. Lecornu, primo ministro, la spaccia per una “manovra di risanamento”, denunciando a scusante delle esigue risorse l’aumento dei costi del debito e va alla ricerca dei mezzi per evitare la sfiducia. Confida nel fatto che se il Partito socialista mostra la sua ostilità, il Rassemblement National potrebbe mostrarsi più conciliante. Mentre il Consiglio dei ministri è in convocazione permanente, il ministro dell’Educazione, Edouard Geffray, denuncia violenze “di estrema gravità” e chiede che in caso di occupazione di istituti o di gravi danneggiamenti agli edifici, le lezioni si svolgano a distanza per poter andare avanti con i programmi “in totale sicurezza”.
In effetti violenti incidenti avvengono davanti al Lycée Victor Hugo di Marsiglia. Secondo l’autorità regionale, “il preside, il vice-preside, la segretaria generale e un altro responsabile dell’équipe scolastica sono stati aggrediti all’interno dell’istituto e cosparsi di benzina”. Sempre a Marsiglia un camion dei pompieri è stato accerchiato e poi incendiato dagli studenti in rivolta davanti al Lycée Saint-Exupéry. Lo scontro registra un salto di qualità con il moltiplicarsi delle violenze e della repressione. Entra in campo il ministro dell’interno Laurent Nuñez incrementando il numero degli arresti e denuncia la “violenza sfrenata” dei dimostranti, mentre, il Ministro dell’Istruzione nazionale, Édouard Geffray, annuncia che 735 istituti hanno subito danneggiamenti e segnala: “lancio di oggetti, aggressioni verbali e fisiche contro forze dell’ordine, insegnanti, giornalisti e passanti”. 400 licei, considerati “critici”, vengono chiusi ricorrendo alle lezioni a distanza, accompagnati da divieti di manifestare davanti alle scuole interessate. Nel tentativo di riaprire il dialogo il Ministro dell’Educazione, Edouard Geffray, incontra sindacati, associazioni di liceali, genitori e rappresentanti degli studenti.
La responsabilità della radicalizzazione del movimento viene attribuita a “La France insoumise”. Secondo servizi e primo ministro, la mobilitazione sarebbe una “manovra organizzata da Lfi e dai suoi alleati dell’ultrasinistra”. Il coordinatore del partito, Manuel Bompard, respinge le accuse, rimproverando a Matignon di “sprofondare nel complottismo”. Per Geffray, “il movimento dei liceali è preso in ostaggio da gruppuscoli ultraviolenti” e lancia un appello alle famiglie: “Non lasciate andare i vostri figli in un contesto del genere”. I prefetti vietano le manifestazioni nei pressi dei licei chiusi. A Parigi il provvedimento riguarda 13 istituti. A Rennes, già in mattinata, alcuni studenti, anche incappucciati e vestiti di nero, si radunano davanti al liceo Jean Macè, presidiato da numerosi agenti. Il Ministro della Giustizia francese Gérald Darmanin chiede ai procuratori di far valere la responsabilità civile dei genitori per i danni causati dai figli durante le proteste con blocco dei licei, al fine di far loro “pagare le riparazioni”. Intanto FSU, CGT, FO, CFDT, Unsa, Sud e Solidaires dichiarano: “Invitiamo i colleghi a cogliere le opportunità di mobilitazione, anche attraverso lo sciopero”, e denunciano anche loro le condizioni vetuste degli edifici scolastici, il sovraffollamento delle classi, la mancata sostituzione del personale assente – in particolare nelle periferie del Paese – e le disparità generate da Parcoursup, la controversa riforma scolastica accusata di affidare ad un algoritmo il destino degli studenti.
Prigionieri di Parcoursup
Parcoursup è una piattaforma utilizzata in Francia per gestire con un algoritmo le candidature al primo anno post-diploma di maturità (nelle università, istituti tecnici e altri programmi di istruzione superiore).
Vediamo come funziona: a partire dal 15 gennaio 2025, ci si può iscrivere sulla piattaforma, scegliere i corsi che interessano e preparare le candidature. È gestita dal Ministero dell’Istruzione Superiore francese (ha sostituito dal 2018 il precedente sistema Admission Post-Bac (APB)). Gli studenti possono inserire fino a 10 preferenze, e aggiungere eventuali sotto-preferenze, per i corsi di studio, senza ordinarli necessariamente. È possibile aggiungere fino a 10 ulteriori preferenze per percorsi in apprendistato. A differenza del vecchio sistema egualitario, le università e gli istituti possono esaminare i dossier scolastici (voti della scuola secondaria, motivazioni, competenze) e stilare delle graduatorie o rispondere con proposte di ammissione, scaglionate nel tempo a seconda dei posti che si rendono liberi. Ma, in realtà, il dossier utilizza uno spettro più ampio di elementi e classifica anche il liceo di provenienza, dove questo è localizzato, della considerazione della quale la scuola gode nel sistema di formazione, della condizione sociale dello studente richiedente, della sua famiglia, dei suoi percorsi formativi e di vita. La valutazione di questi elementi è affidata ad un algoritmo che dovrebbe garantire l’oggettività e l’anonimato e finisce per generare una predestinazione della formazione scolastica del richiedente che produce standardizzazione e stratificazione sociale, una sorta di “predestinazione delle opportunità”, ”bloccando” l’ascensore sociale costituito dall’istruzione. Una scelta dissennata, che lascia i giovani nella disperazione e nello sconforto, che li radicalizza e li rende consapevoli che non hanno nulla da perdere: da qui il ricorso di molti alla violenza e l’utilizzazione delle bombolette spray trasformate in lanciafiamme individuali e il ricorso agli incendi come arma di lottale ininterrotte mobilitazioni e la costante crescita delle piazze.
Non è dato sapere come quale direzione lo scontro sociale in Francia prenderà e come inciderà sulle elezioni presidenziali del prossimo anno. Quel che è certo è che il crescente disagio degli studenti si aggiunge agli altri tanti e gravi problemi di crisi del paese, mentre il Centro macroniano, l’establishment, cerca di sfruttare la paura generata dalla mobilitazione per proporre un proprio candidato che al momento appare difficile individuare e in subordine soffia sul fuoco, sperando di indebolire Mélenchon per potenziare la candidatura della Le Pen, considerata il minore dei mali.
C. G.