Le baldanzose truppe degli Stati Uniti e di Israele hanno aggredito la Repubblica islamica, hanno bombardato in lungo e in largo uccidendo 168 bambine in una scuola, convinti che la loro potenza aerea e quella navale avrebbero facilmente avuto ragione della resistenza iraniana. Dopo mesi di guerra Trump e Netanyahu hanno dovuto prendere atto che l’aggressione non ha raggiunto i suoi scopi, malgrado essi abbiano commesso grandi nefandezze, come quella di colpire e uccidere le delegazioni trattanti, durante le trattative. Pur avendo assassinato le più alte cariche politiche del paese l’Iran non è crollato, grazie al fatto di aver adottato una difesa a scacchiera dove ogni centro di comando regionale è indipendente e reagisce all’attacco senza bisogno di ordini centralizzati. Il cambio di regime, uno dei principali obiettivi dichiarati della guerra, è presto scomparso dagli obiettivi, dopo aver mandato al massacro la parte più ingenua degli oppositori del regime indotti a scendere in piazza. Le difese iraniane, preparate da anni e nascoste sotto montagne di basalto, hanno consentito ai lanciatori iraniani di uscire dai rifugi, sparare e ritornare a nascondersi, e, anche se individuate, salvare comunque i lanciatori grazie ad un dedalo di tunnel, lasciandoli a dormire, pronti a ritornare in funzione una volta che gli ingressi dei rifugi bombardati venivano ripristinati.

Sepoltura delle 168 bambine dai 7 ai 12 anni della scuola la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh a Minab (nella provincia di Hormozgan, Iran meridionale), uccise dagli Stati Uniti.
Ma la carta vincente non è stata costituita dai missili, né dai droni, né dall’atomica, che l’Iran non ha e non vuole avere per ragioni etiche, in obbedienza ad una fatwa dell’Ayatollah Alì Khamenei, ma per il fatto di controllare, per motivi meramente geografici, lo stretto di Hormuz, che gli iraniani hanno prontamente chiuso al transito, bloccando migliaia di navi e impedendo la commercializzazione di tutto ciò che viene prodotto nel Golfo. Ne è derivata una crescita incontrollata dei valori delle materie prime e dei beni provenienti da Hormuz che in un primo momento ha fatto la gioia di Trump e dei suoi accoliti, i quali ne hanno approfittato per speculare sulle repentine impennate dei prezzi derivanti dagli sproloqui artatamente pronunciati dal Tycoon statunitense, che hanno messo in crisi l’economia mondiale e soprattutto quella europea ma anche a far crescere l’inflazione negli USA. Trump è stato costretto a revocare temporaneamente le sanzioni relative alla vendita del petrolio russo per scongiurare una catastrofe dell’economia mondiale che avrebbe travolto anche gli USA.
Molti si chiedono se non sia stato Netanyahu a trascinare Trump nella guerra e se i veri registi del conflitto non siano stati gli israeliani, grazie all’operato dei loro servizi segreti e della lobby ebraica internazionale che agisce soprattutto negli Stati Uniti. Certamente la volontà israeliana è stata determinante nel convincere Trump, ma la sua azione rientra anche nell’ambito di un disegno proprio, finalizzato all’assunzione da parte degli Stati Uniti di un più stretto controllo dei paesi produttori del petrolio, proseguendo in un percorso iniziato con il golpe in Venezuela. Il controllo del mercato del petrolio è essenziale per gli USA che hanno costruito sul dollaro una “economia di rendita” che consente loro di vivere al di sopra delle loro possibilità, sfruttando gli altri pur riducendo la loro cattività produttiva: questo sistema è oggi giunto al capolinea.
A queste manovre si è opposta soprattutto la Cina, dando l’impressione di non muoversi forte dei aver preventivamente investito massicciamente in tutti i paesi del Medio Oriente, e di essersi messa in grado di produrre l’80% dell’energia della quale il suo sistema produttivo necessita, immagazzinando nel contempo la più grande riserva strategica di petrolio del mondo, che l’ha messa in grado di resistere all’interruzione dei rifornimenti per mesi, ma che ha lasciato scoperti molti paesi dell’Estremo Oriente e soprattutto l’Europa. La conduzione del conflitto ha prodotto continue oscillazioni dei prezzi del petrolio, con ulteriore crisi dell’economia europea, già disastrata per la perdita delle forniture di energia dalla Russia. Così la crisi petrolifera derivata dalla chiusura dello stesso di Hormuz è andata a vantaggio anche dalla Russia la quale ha visto aumentare le rendite delle sue vendite petrolifere in modo decisamente rilevante, a causa della sospensione delle sanzioni richiesta da Trump.
Ma l’altra mossa decisamente intelligente dell’Iran è stata quella di bombardare le basi statunitensi localizzate nei paesi arabi confinanti, nonché le loro strutture produttive, provocando seri danni, e rendendo inefficace la protezione che la presenza di queste basi avrebbe dovuto garantire, lanciando nel contempo attacchi missilistici e di droni sul territorio di Israele e le sue infrastrutture che hanno ripetutamente bucato le difese israeliane, producendo danni dei quali non conosciamo l’entità a causa della censura.
Il ruolo dei paesi sunniti nel conflitto
Del resto la situazione aveva cominciato a cambiare per effetto del Patto di difesa firmato a settembre tra Riad e Islamabad, definito “Strategic Mutual Defense Agreement”. L’accordo prevede che un’aggressione contro uno dei due Paesi sia considerata un attacco a entrambi, una clausola di mutua difesa che ricalca l’articolo 5 della Nato. In cambio del proprio ombrello militare e nucleare, il Pakistan ottiene i finanziamenti utili a sostenere un’economia fragile e consente una cooperazione di lunga data; basti ricordare che a suo tempo il Pakistan si è dotato dell’atomica grazie ai finanziamenti sauditi. Intorno a questo nucleo si stanno aggregando la Turchia e l’Egitto, dando vita di fatto ad una alleanza fra paesi sunniti che prenderà il nome di “Patto di Maometto” (STEP) che si pone l’obiettivo di riequilibrare gli assetti in Medio Oriente e creare un sistema di sicurezza regionale che faccia da contrappeso sia ad Israele che all’Iran.
La forza del progetto sta nella complementarità dei membri. I sauditi hanno i soldi, i pakistani le bombe nucleari, i turchi la tecnologia e un esercito forte, certamente il più numeroso della NATO, e gli egiziani un esercito formidabile.
L’Arabia Saudita mette le risorse economiche garantite dal petrolio; il Pakistan l’arsenale atomico, i missili balistici e forze armate numerose; la Turchia un’industria della difesa avanzata, droni inclusi, e soldati con esperienza sul campo; l’Egitto, uno degli eserciti più consistenti dell’area. Una combinazione che, da’ vita a un soggetto autonomo sul piano militare. Ai margini dell’alleanza, che è sul punto di essere formalizzata, sta la decisione del Qatar, che ha affidato ad Ankara la formazione dei propri militari e avrebbe manifestato la volontà di aderire.
Va sottolineato che il patto avviene tra paesi tutti a maggioranza sunniti e non è solo militare. In parallelo ai negoziati di sicurezza, i quattro Paesi che ne faranno parte hanno siglato contratti per ferrovie, centri logistici, reti di trasporto e sistemi digitali. La Cina non sta a guardare e raccoglie il frutto della sua neutralità, offre investimenti nelle infrastrutture e si dichiara disponibile a costruire fabbriche dei propri droni a disposizione dei paesi ospitanti, sta prendendo forma anche la realizzazione di un oleodotto pensato per portare il greggio dai giacimenti sauditi al Mediterraneo, affrancando il paese dal collo di bottiglia costituito da Hormuz.
Il riavvicinamento tra Egitto e Turchia, rivali fino a pochi anni fa, si sta traducendo in cooperazione militare: le due aviazioni si stanno addestrando insieme e valutano la creazione di uno stormo congiunto a protezione dei cieli sauditi, in attesa di un maggior coordinamento. Dal punto di vista geopolitico va ricordato che i quattro paesi affacciano su alcuni dei passaggi marittimi più sensibili per il commercio mondiale: il Canale di Suez e Bab el-Mandeb, il Bosforo e lo Stretto di Hormuz. La possibilità di controllare o tenere sotto pressione questi snodi marittimi rappresenta una leva di peso negli equilibri regionali e internazionali, e sottrae al controllo statunitense questi importanti nodi del commercio mondiale, dato di fatto cruciale. in una fase in cui la riapertura di Hormuz è uno dei punti centrali dell’accordo con l’Iran.
Certamente i tanti fallimenti precedenti dei tentativi di dare una struttura stabile alle alleanze e federazioni tra paesi musulmani, benché nate con grandi ambizioni, si sono dissolte nel giro di pochi mesi, dall’epoca del nasserismo a quella del baathismo, e ciò non depone a favore di quanto sta avvenendo, ma sembrano esserci oggi tutti i presupposti per un definitivo affossamento dei “Patti di Abramo” e della contestuale presenza USA nell’area, come gendarme atto a garantire Israele, nella veste di partner privilegiato e sub agente coloniale dell’imperialismo USA. È per questo che in fondo i paesi della neonata alleanza devono ringraziare l’Iran per avere creato i presupposti per l’estromissione statunitense dall’area, attraverso l’attacco alle loro basi, che si sono dimostrate tutt’altro che invulnerabili e in grado di fornire difesa ai paesi ospitanti.
Gli Stati Uniti hanno schierato nell’area ben tre gruppi di portaerei che tuttavia si sono dovuti tenere a distanza dalle coste iraniane almeno 1.000 km, per il timore di essere bersagliati da droni e missili ipersonici. Ciò malgrado le portaerei statunitensi hanno subito attacchi che sono stati spacciati per incidenti come, ad esempio, l’incendio sulla portaerei Ford, che ha costretto la nave a ritirarsi dal teatro di guerra. Non sappiamo quanti aerei sono stati colpiti, tra questi certamente un Awacs, distrutti nelle basi nelle quali erano ospitati, non protetti. La rete di avvistamento radar statunitense costruita in Medio Oriente è stata cancellata. Gli alloggiamenti delle truppe di terra di stanza nelle basi sono stati spostati negli alberghi per il timore di essere colpiti negli alloggi, inadeguati a proteggerli: da qui i danni alle strutture alberghiere di alcuni dei paesi del Golfo che hanno vista compromessa la sicurezza dei turisti, allontanandoli dal Golfo.
L’affondamento da parte statunitense della marina da guerra iraniana è stato di nessuna efficacia, malgrado la palese violazione delle leggi del mare, con il rifiuto di salvare i naufraghi di una nave disarmata affondata al largo delle coste dello Sri Lanka, di ritorno da una missione in Indonesia. È stato compito dei barchini e dei posamine difendere efficacemente lo stretto ed impedire la navigazione con veloci incursioni, comunque sufficienti a convincere le compagnie di assicurazione a non assicurare le navi in transito.
Ne è conseguito il blocco totale dello stretto, con la cessazione delle esportazioni non solo di petrolio e di gas, ma anche di prodotti chimici come l’urea, essenziale per i fertilizzanti e per l’agricoltura indiana ed asiatica, nonché dell’alluminio, prodotto nel Golfo, grazie alla disponibilità di energia a basso costo, mentre appaiono potenzialmente compromessi il funzionamento dei database localizzati nel Golfo, a causa della disponibilità d’energia a basso costo per la refrigerazione.
Si spiega con questa ricostruzione il ruolo centrale assunto dal Pakistan nelle trattative di pace e il fatto che, a fronte dell’opposizione crescente in USA alla guerra, sancita con disappunto di Trump dal congresso anche se dopo l’apertura delle trattative, e che ha causato la crescita dell’inflazione, Trump è dovuto scendere a più miti consigli chiedendo l’intercessione del Pakistan, potenza atomica della subentrante alleanza, per cercare di ottenere un cessate il fuoco, al fine di predisporre un più ampio accordo, non dopo aver effettuato alcune significative concessioni, accettando di trattare sulla base di 14 punti proposti dall’Iran.
I 14 punti
Per analizzare i 14 punti utilizziamo il memorandum d’intesa siglato elettronicamente dalle parti in conflitto.
- Cessazione immediata e permanente delle operazioni militari tra le parti e i loro alleati, compreso il fronte libanese.
- Rispetto della sovranità
Entrambi i Paesi si impegnano a non interferire negli affari interni dell’altro. - Termine per l’accordo definitivo
Le parti puntano a negoziare e firmare l’intesa finale entro 60 giorni. - Fine del blocco navale
Gli Stati Uniti inizieranno a revocare il blocco navale e ritireranno completamente le forze dispiegate attorno all’Iran dopo l’accordo finale. - Sicurezza dello Stretto di Hormuz
L’Iran garantirà il transito delle navi commerciali e avvierà colloqui sull’amministrazione futura dello Stretto - Piano di ricostruzione
Washington promuoverà un programma di ricostruzione e sviluppo economico dell’Iran da almeno 300 miliardi di dollari. - Revoca delle sanzioni
Gli Stati Uniti si impegnano a eliminare progressivamente le sanzioni internazionali e unilaterali contro l’Iran. - Programma nucleare
L’Iran ribadisce che non svilupperà armi atomiche; le parti negozieranno la gestione dell’uranio arricchito e il futuro del programma nucleare. - Mantenimento dello status quo
Fino all’accordo finale, l’Iran non espanderà il programma nucleare e gli Stati Uniti non introdurranno nuove sanzioni. - Ripresa delle esportazioni petrolifere
Washington concederà deroghe per permettere all’Iran di esportare petrolio e svolgere le relative operazioni finanziarie. - Sblocco dei fondi iraniani
Gli Stati Uniti renderanno nuovamente accessibili quelli congelati all’estero. - Meccanismo di verifica
Sarà istituito un organismo incaricato di controllare l’attuazione dell’intesa. - Avvio dei negoziati finali
I negoziati sull’accordo definitivo partiranno dopo l’attuazione delle prime misure concrete previste dal protocollo. - Ratifica ONU
L’accordo finale dovrà essere approvato dal Consiglio di sicurezza dell’ONU.
Come si vede, la cessazione immediata delle ostilità riguarda non solo l’Iran, ma anche il Libano e la non interferenza negli affari interni avvantaggia l’aggredito, mentre l’interruzione reciproca del blocco navale e soprattutto il ritiro previsto dello spiegamento militare statunitense è rinviato a dopo la fine delle trattative, aumentando i costi dell’operazione per gli USA, di almeno 60 giorni. Grandi sconfitti di quanto sta avvenendo gli emiratini che sono fuori da questa alleanza tra musulmani sunniti, avendo scelto di mantenere rapporti privilegiati d’affari più o meno loschi in Africa e nel Somaliland con Israele e con la Giordania che rischia di implodere.
L’impegno dell’Iran a garantire la navigazione nello stretto non è niente di nuovo rispetto al passato lo stretto è stato sempre aperto al transito, quel che c’è di nuovo e il fatto che l’Iran condurrà dalle trattative per prendere tempo e stabilire un nuovo protocollo, con il probabile pagamento dei servizi di transito da riscuotere insieme all’Oman, in cambio del diritto di libera navigazione. Per supermercato Washington si impegna a sbloccare, sia pure gradualmente, i fondi dell’Iran accantonati a causa delle sanzioni che saranno revocate, mentre sarà varato un piano di sviluppo promosso da Washington di almeno 300 miliardi di dollari che ha tutto il sapore di riparazione di guerra (che resterà forse solo sulla carta). L’Iran ribadisce che non svilupperà armi atomiche e si dichiara disponibile a negoziare la gestione dell’uranio arricchito che possiede, ma ribadisce il proprio diritto a sviluppare il programma nucleare civile, con l’impegno degli Stati Uniti a non emanare nuove sanzioni. Sarà libero di esportare petrolio e gas e svolgere le relative operazioni finanziarie, al riparo da sanzioni e potrà accedere ai conti congelati all’estero. L’intesa verrà approvata dall’ONU e controllata da un organismo appositamente istituito e avranno un’attuazione graduale.
Come si vede ci sono tutti i presupposti per parlare di una vittoria sul piano strategico e sul piano tattico dell’Iran il quale mantiene la propria deterrenza, rafforza la propria sicurezza guadagna agibilità politica ed economica, ponendosi di fatto come uno degli attore indispensabili nell’equilibrio strategico in Medio Oriente e dovrà cogestire con la neonata alleanza sunnita i nuovi equilibri della regione. In questo nuovo Medio Oriente non c’è spazio per una presenza egemone degli Stati Uniti e intorno ad Israele si è creata una cintura di contenimento ben più forte che mai, dotata dell’armamento atomico del Pakistan, costituita dai potenti eserciti di terra di Turchia, che di fatto controlla la Siria e dell’Egitto, sostenuti dai capitali sauditi. A ciò si aggiunga l’asse della resistenza sciita che continua ad esistere.
Era quando voluto dalla Cina, la quale ha preparato questo scenario attraverso l’accordo di pacificazione e di cooperazione tra Iran e Arabia Saudita, firmato prima della guerra a Pechino e che ha trascinato ambedue i paesi nei Brics, in nome dei comuni interessi economici e di commercio.
La sconfitta di Israele
Netanyahu è riuscito nel capolavoro di rendere sempre più insicuro lo Stato ebraico, coalizzando i suoi oppositori regionali dei quali fino a ieri ha sfruttato la conflittualità tra di essi per schiacciare i palestinesi. Perfino Hamas, immolando i gazawi, può vantarsi di aver affossato i “Patti di Abramo“. Certamente Israele farà di tutto per mantenere la propria presenza in Libano e continuerà a martellare il ventre molle Giordano, ma è bene che sappia che presto si troverà schierato su quelle frontiere l’esercito turco e dovrà quindi, quanto meno, ridimensionare la propria aggressività.
Di ciò sono consapevoli gli israeliani e perciò, rabbiosi, continuano a bombardare il Libano nel tentativo di far saltare l’accordo e le trattative. Una fase della guerra in Medio Oriente sembra finita, ma anche se gli attori si preparano a cambiare è un dato di fatto che gli Stati Uniti si avviano ad esserne platealmente estromessi. Certo, esiste in modo del tutto evidente la possibilità di riaccendersi dal conflitto e per far fronte a questo pericolo l’Iran si prepara a guadagnare tempo attraverso le trattative: come rilevano i servizi di informazione israeliani, notizia riportata da “Ierusalem Post” del 27 giugno 2025 che l’iran si è attrezzato per produrre circa 6.000 nuovi missili balistici entro il 2026, 8.800 entro l’agosto 2027 e nel 2028 superare la produzione di 10.000 nuovi missili. Occorre altresì considerare che le nuove elezioni presidenziali si terranno negli Stati Uniti nel mese di novembre del 2028, data nella quale Trump uscirà di scena.
Nel frattempo, vi sarà tutto il tempo, come è evidente, per migliorare il prodotto, grazie agli accordi con gli alleati russi e cinesi di scambio di informazioni e tecnologia, in aggiunta all’accrescimento delle capacità autonome degli stessi iraniani nel migliorare il loro prodotto e comunque passerà tutto il tempo sufficiente per dare modo all’alleanza tra Turchia, Egitto, Arabia Saudita e Pakistan di assumere concretamente il posto degli Stati Uniti è subentrare ad essi, estromettendoli dal Medio Oriente.
È inoltre del tutto evidente che il passare del tempo riduce notevolmente le capacità aggressive di Israele che dovrà confrontarsi sulle frontiere siriane con la Turchia e i suoi alleati in un confronto di logoramento. Per l’Iran l’alleanza di Maometto sarà certamente un competitore regionale ma non faciliterà anzi ostacolerà il progetto della “Grande Israele”, richiudendo lo Stato ebraico in un ridotto nel quale rischia di soffocare.
Il punto debole di questo disegno è costituito dagli affitti che avrà la guerra nella situazione interna del paese, effetti che sono tutti da analizzare e sui quali torneremo.
Gianni Cimbalo