I tempi della guerra

Sulla stampa occidentale, prezzolata ed asservita ad una narrazione della guerra in Ucraina, orientata dalle veline dei servizi segreti dei diversi Stati del blocco atlantico, si favoleggia di una controffensiva ucraina, mentre alcuni accreditati analisti di strategia militare e geopolitica, consapevoli dell’inconsistenza fattuale di una controffensiva ucraina, spostano l’attenzione sui bombardamenti con droni e missili su Mosca, che mostrerebbero la vulnerabilità della Russia. Costoro si guardano bene dal riferire di quale sia la situazione sul campo di battaglia, di Kostjantynivka e Liman che sono ormai cadute. Seguono l’andazzo di Deep State, il mappatore ucraino che ha ammesso la caduta di Potrovsk dopo 2 mesi e che ora ha ricevuto l’ordine di non aggiornare più la situazione sulle mappe. Troppo dura la realtà da ammetterla. Può solo allargare le aree del fronte contese, per evidenziare una qualche resistenza.
Con la perdita di queste due città, strategicamente essenziali alla difesa di Kramatorsk e Sloviansk, inizia l’assalto russo alle ultime fortificazioni ucraine nel Donbass. Gli analisti prezzolati evitano di rilevare che l’esercito ucraino sul campo di battaglia è al collasso: aumenta il numero di mercenari colombiani e di altri paesi (tanto paga l’UE), e gli arruolati forzatamente non riescono a colmare i vuoti sempre maggiori; aumenta il numero dei morti, delle diserzioni, dei prigionieri. Apparentemente cresce il cosiddetto territorio conteso, ma questo perché i fronti si sono spappolati e dalla guerra di trincea e di posizione si è passati alle infiltrazioni di piccoli gruppi, a volte della consistenza di meno di un plotone, tattica soprattutto scelta dai russi, che dovendo far fronte e sfuggire ai droni, hanno rarefatto sul territorio la concentrazione di truppe, volendo ridurre al minimo le perdite e altrettanto hanno fatto gli ucraini.
Per continuare ad incidere i russi dispongono di un maggiore volume di fuoco e colpiscono con le bombe plananti e con le FAB le posizioni ucraine, le retrovie, gli agglomerati urbani. L’adozione di queste tattiche fa si che il possesso di un territorio possa essere rimesso in discussione in qualsiasi momento mentre la conquista di una città, trasformata in hub logistico, permane nel controllo di chi l’ha conquistata, quindi il fronte, sia pure lentamente, avanza e l’esercito ucraino si impoverisce. I russi mirano ai corpi di élite, al corpo d’Armata della Azov, ai reggimenti nazionalisti come gli Scala o i Waffen SS, sperando ed operando per lasciarne vivi il meno possibile.
Nei prossimi mesi toccherà alle due ultime città del Donbass subire l’assalto russo, che sarà cruento, ricordando le repressioni dei cittadini e il massacro di civili che nelle due città si erano ribellati al governo centrale nel 2014 e che vennero occupate dopo feroci bombardamenti della popolazione insorta. Se quello che sta succedendo sul campo di battaglia esplicita una tendenza, è probabile che se la resistenza ucraina nelle due città sarà minore di quella dimostrata in altre circostanze ciò avverrà perché l’esercito ucraino è stanco e riesce con difficoltà sempre minori a coprire tutti i fronti.

L’appetito vien mangiando

Se cadranno le due ultime città del Donbass vuol forse dire che finirà la guerra e che la Russia potrà, stanca di quando sta avvenendo, dichiararsi vincitrice e sarà disponibile a cessare le ostilità? Chi pensa questo ha capito poco del conflitto e cioè non si rende conto che per la Russia è vitale il raggiungimento degli obiettivi politici di non ingresso dell’Ucraina nella NATO, il disinnesco per molti anni a venire delle possibilità di essere aggredita dal territorio ucraino.
Ne consegue che nel caso di trattative di pace sarà importante capire quale sarà la collocazione internazionale dell’Ucraina, quali le dimensioni del suo esercito, la non presenza di basi e eserciti di altri paesi, nonché mettere in atto quella che Putin chiama la denazistificazione del paese, l’ottenimento della piena agibilità per la Chiesa ortodossa canonica Ucraina di esercitare il culto.
Pertanto o l’Ucraina si arrende, addivenendo a trattative di pace, oppure la guerra continuerà e non solo fino a quando non sarà conquistata militarmente Zaporižžja, ma anche Dnipropetrovsk, Kharkiv e l’oblast di Sumy senza escludere un pensierino finale ad Odessa, conquistabile solo in caso di collasso dell’esercito ucraino. Si tratta, è bene ricordarlo di territori abitati da popolazione russofona e più alto diventa il prezzo pagato dalla Russia combattendo, maggiori divengono le richieste russe. La Russia vuole l’estromissione dal governo dei nazionalisti e pensa di logorarli per consentire la formazione a Kiev di un governo almeno neutrale: per fare questo ha bisogno di tempo perché non vuole un vuoto istituzionale nella capitale ucraina.
Ciò che le cancellerie occidentali non hanno capito è che la Russia considera prioritaria disinnescare la minaccia ucraina e che questo obiettivo, e il suo raggiungimento, è indispensabile alla sua sicurezza e esistenza: sa di avere tempo ed aspetta che è il frutto ucraino marcisca e intanto ne recide le radici, consapevole del dato di fatto che, valutando la composizione, il numero attuale e l’età della popolazione ucraina, entro la fine del secolo, pur restando immutati i suoi confini ad oggi 21 giugno 2026, la popolazione sarà di non più di 9 milioni di abitanti, a causa dell’inevitabile crollo demografico.
Di fronte a questa prospettiva c’è chi pensa che mentre gli ucraini muoiono il tempo passa e questo dà la possibilità ai paesi europei di armarsi e di entrare in guerra, facendo, nel frattempo, bollire la Russia come una rana, in una guerra di logoramento fino a quando l’ultimo ucraino sarà morto: una prospettiva non rosea per gli ucraini.
Confida nel fatto che il vento sta cambiando nei paesi europei per l’Ucraina e che di fronte alla prospettiva dell’ingresso del paese nell’Unione europea aumentano le resistenze e le contrarietà di tutti i partner, chi più e chi meno, non solo a causa dell’inadeguatezza e delle incompatibilità dell’ordinamento ucraino con quello comunitario, ma soprattutto in ragione del fatto che entrando nell’UE l’Ucraina assorbirebbe, come primo effetto, la gran parte dei finanziamenti derivanti dalla politica comunitaria in materia agricola, compromettendo le basi stesse, costitutive, dell’Unione europea, che su questa politica si fonda. Le popolazioni europee sono sempre più stanche di dover pagare i conti di chi utilizza i finanziamenti ricevuti per adornare con cessi d’oro i propri palazzi e approfittare delle armi ricevute per venderle ai fomentatori di guerre in tutto il mondo.
È giunto il momento di mettere fine sia al massacro del popolo ucraino che allo sfruttamento da parte dei suoi governanti, dei finanziamenti sottratti ai popoli d’Occidente con i quali si dotano di residenze principesche, di patrimoni immensi, speculando sulla perdita della vita dei loro connazionali e preparando la sostanziale estinzione della popolazione Ucraina, attraverso la desertificazione del paese.

La Redazione