Tra Trump e Meloni volano stracci

Trump accusa telefonicamente Meloni di avere elemosinato una foto con lui in occasione del G7 di Évian-les-Bains, Meloni nega. Benché Trump sia un mentitore seriale, questa volta c’è da credergli, memori dell’abitudine di Giorgia Meloni a comportarsi come una vanesia impenitente, bisognosa in ogni occasione di apparire in tutti gli incontri internazionali ai quali partecipa. Il tappo biondo, dagli occhi porcini, di solito bianco vestita, (quando non di un rosa-bambola) si è aggirata, come mostrano le riprese dell’evento, nella sala che ospitava l’evento, a caccia di un divano sul quale accoccolarsi accanto all’amato Presidente, suo boss. Ciò al fine di dimostrare il persistere di sedicenti rapporti privilegiati con Lui.
Se non che l’uomo è bizzarro e poco diplomatico, rancoroso e alla prima occasione ne ha approfittato per dichiarare che aveva avuto pietà, che la penitente gli aveva fatto pena con le sue petulanti insistenze, che perciò si era benevolmente concesso, ma che questo non significa che l’avesse perdonata, perché il capo non perdona i traditori. Un vero capo pretende dai servi la totale obbedienza e non tollera tentennamenti, non accetta rifiuti.
Alla risposta piccata della vaporosa bionda che negava decisamente tutto, l’ottuagenario golfista dalle chiome pel di carota rincarava la dose promettendo fuoco e fiamme e denunciando il tentativo di essere manipolato per guadagnare consensi dell’opinione pubblica da parte della petulante indesiderata fan, la quale a sua volta gli consigliava di preoccuparsi piuttosto della sua popolarità in discesa libera.
Sembra che il risultato ultimo di tutto questo debba essere una ritorsione da parte di Trump che si concretizzerebbe nel ritiro, in tutto o in parte, degli Stati Uniti dalle loro basi nel nostro paese. Inutile dire che se ciò avvenisse sarebbe il più importante risultato conseguito dal governo Meloni durante tutto il suo periodo di attività e che da solo rappresenterebbe il più grande successo del governo nell’arco dei quattro anni appena trascorsi ben superiore a tutto ciò che ogni governo ha fatto per il paese. Dovremmo addirittura concludere che è valsa la pena di vedersi ridurre le pensioni, mantenere bassi i salari, assistere alla distruzione sistematica del servizio sanitario nazionale, subire impotenti la deindustrializzazione del paese, soccombere alla lottizzazione degli incarichi pubblici, sopportare il ritorno di rigurgiti fascisti, accettare il trattamento vile e spregevole verso i migranti, digerire i decreti sicurezza e quant’altro il governo Meloni ci ha propinato nei suoi quattro anni di attività. In fondo c’è un prezzo per tutto e l’importanza del risultato è proporzionale al sacrificio richiesto per raggiungere l’obiettivo. Questo e non la stabilità sarebbe il più importante obiettivo centrato dal governo Meloni.

Elogio dell’instabilità

Sì, la stabilità della quale Meloni si fa vanto non è assolutamente da considerarsi un valore positivo, visto che in generale essa non corrisponde ad una crescita del paese, il quale solo grazie alla vivacità del confronto politico mostra di saper crescere a livello economico e sociale, prova ne sia che le maggiori conquiste nel campo della tutela del lavoro, dei diritti sociali, dei diritti di libertà, lo stesso maggior sviluppo economico è avvenuto in periodi di forte instabilità, ma caratterizzati da una forte tensione politica e morale tra le diverse forze politiche e quelle sociali che si proponevano di affrontare i problemi più urgenti della società e cercavano nel confronto politico e con le istituzioni di risolverli. È stato così per l’introduzione del divorzio e dell’aborto, per l’adozione dello statuto dei lavoratori, per la riforma del diritto di famiglia e per l’istituzione del sistema sanitario nazionale, per il dibattito sull’eutanasia che proprio a causa della caduta del dibattito sociale e del confronto politico e della sopravvenuta stabilità non è riuscito a trovare uno sbocco positivo.
Altrettanto potrebbe dirsi per l’introduzione del salario minimo e per molte altre riforme necessarie. In altre parole la stabilità non giova alla Repubblica, perché annichilisce il dibattito politico e il confronto sociale, addormenta la partecipazione popolare, è di ostacolo alla mobilitazione e alla lotta a difesa dei propri diritti, mortifica l’aspirazione del paese a crescere e a migliorare. La democrazia vive di partecipazione e la Meloni, essendo di indole profondamente antidemocratica, la partecipazione popolare non la vuole, ma ambisce solamente all’applauso, al consenso agli osanna della folla, tanto da andare a ricercare nei raduni degli alpini facili applausi, salutandosi di amor di patria.

I problemi del paese reale

La gravità della situazione economica e sociale è sotto gli occhi di tutti, la deindustrializzazione del paese procede con passi da gigante, così come pure prosegue la cessione degli asset produttivi a operatori internazionali e la delocalizzazione, senza che il governo in carica sia in grado di mettere in atto un minimo di programmazione per affrontare i problemi che nel futuro il paese si troverà davanti. Ci riferiamo all’introduzione sempre più ampia dell’intelligenza artificiale, la quale modificherà profondamente il mercato del lavoro e sottrarrà milioni di posti di lavoro alla disponibilità delle persone. Il mercato del lavoro ne sarà profondamente sconvolto ed è probabile che ad un restringimento dell’occupazione a livelli tecnici e qualificati corrisponderà un aumento della richiesta di manodopera a bassa qualificazione e basso salario, che è quella tipica dell’esercito industriale di riserva del quale fanno parte i migranti, soprattutto quelli che sono mantenuti tali e non integrati dalla situazione strutturale legislativa concernente la concessione del permesso di soggiorno e la stabilità di lavoro nel nostro paese, condizione che facilita il ricorso al mercato del lavoro nero, precario e senza diritti.
Questa modifica del mercato del lavoro avviene in condizioni ancora più gravi, in considerazione del fatto che il nostro ordinamento non dispone della misura del salario minimo che garantirebbe una soglia alle possibilità di sfruttamento della manodopera da qualunque parte essa provenga. L’impoverimento del mercato del lavoro comporta l’impoverimento dei salari e quindi della rimessa degli accantonamenti pensionistici con la probabile crisi dell’erogazione pubblica e certa delle pensioni, con la spinta al ricorso alle assicurazioni private che porta con se la distruzione del risparmio e la sua canalizzazione verso i fondi d’investimento, soprattutto di origine speculativa.
La crisi demografica è accentuata dal venir meno delle tutele sociali che si riflettono in tassi di natalità che sono bassi anche in considerazione del peso che hanno nelle condizioni di vita e di benessere la fatiscenza delle strutture di trasporto, sempre maggiore, la carenza di alloggi a prezzi abbordabili, un’assistenza sociale e sanitaria Pubblica che perde sempre più colpi, a vantaggio dell’assistenza privata. Il processo di trasformazione della nostra società viaggia incontrollato e non orientato per l’assenza di una struttura di governo in grado non solo di governare il cambiamento ma di orientare e programmare gli investimenti in una direzione rispetto ad un quadro di riferimento di obiettivi da perseguire nel tempo.

Una visione per il futuro

Quello che manca alla sinistra che aspira al governo e si prepara al prossimo confronto elettorale è una visione del futuro, un progetto che sia in grado di aggregare ceti e classi sul raggiungimento di un obiettivo che si fa forte di una programmazione che non lasci indietro nessuno e che riduce i dislivelli di ricchezza tra le persone, avvicinando le classi sociali e ricostruendo la presenza di una classe media, sufficientemente ampia da costituire un punto di riferimento e di alleanza per un esercito di lavoratori sempre più disunito e sparpagliato, privo di orientamento, di diritti e di obiettivi comuni che si proponga di orientare e governare la società. Senza questa base di riferimento i partiti della sinistra o i cosiddetti partiti progressisti, come dir si voglia, hanno poche speranze di ricostruire un elettorato che diriga verso di loro il consenso in considerazione dell’interesse che queste persone hanno a vedersi difesi e governati in nome di un obiettivo comune di benessere collettivo.
Di particolare ostacolo risulta essere la scelta guerrafondaia dei partiti progressisti e di sinistra che hanno accettato e introiettato la scelta dello scontro bellico e del confronto inevitabile verso il quale orientare lo sviluppo produttivo: il riarmo dell’Europa nella prospettiva che solo combattendo contro la Russia per distruggerne l’unità e drenarne le risorse, contrattando singolarmente con la miriade di piccoli Stati che la sostituirebbero sorgendo sulle sue rovine. Per costoro, il drenaggio coloniale delle loro risorse economiche rappresenta la salvezza dell’Occidente che in tal modo si approprierebbe delle risorse altrui per finanziare il loro benessere. Si tratta di una scelta criminale, miope che non tiene conto che l’avversario che si è scelto di combattere è dotato di un arsenale di 6.500 testate nucleari con le quali in qualsiasi momento può annientare le popolazioni europee e che sul piano etico, morale e dei valori dispone di un insieme di valori forti di riferimento che gli consentono una resilienza certamente maggiore di qualsiasi forza di aggressione ed è perfettamente in grado di respingere ogni attacco fino al totale annichilimento dell’avversario.
Il crogiolarsi nell’edonismo da parte dell’Occidente europeo non ha rappresentato una buona scelta nella prospettiva di un mondo divenuto sempre più competitivo e da quando sono venute meno le rendite di posizione storica dominante delle quali l’Europa poteva beneficiare in passato per sostenere il proprio benessere. La fine del colonialismo, la crescita del mondo estraneo ai G7 e ai G8, la nascita stessa dei Brics, il ritorno al ruolo di grande potenza economica, sociale e militare della Cina, dell’India e di numerosi altri aggregati imperiali, costituiscono un fattore del quale tenere necessariamente conto per costruire un futuro per l’Europa e all’interno di essa per l’Italia.
I nazionalismi (di facciata) alla Meloni, i populismi e gli egoismi nazionali, il richiamo alle glorie del passato e ai sogni di grande potenza che furono del fascismo e non solo di esso, non hanno più cittadinanza e senso negli attuali equilibri economici e politici del mondo e richiedono alla destra internazionale al di là dei suoi rigurgiti di ritorni impossibili una profonda riflessione su quando il mondo sia cambiato così come pure richiedono alle forze della sinistra una attenta riflessione sul ritorno a livello globale degli interessi di classe.

La Redazione