Iran: una cartina al tornasole

Risolta, almeno nel mondo di Trump, la questione Venezuela, è riemersa quella dell’Iran, perché ormai si è capito che il POTUS (soprav)vive di finte soluzioni, come la fine della guerra di Gaza o quella fra Thailandia e Cambogia oltre, appunto, alla guerra dei 12/13 giorni con l’Iran, quando Trump aveva affermato di aver annientato le capacità nucleari iraniane grazie al bombardamento dei siti di arricchimento dell’uranio a Fordow e Isfahan nel giugno del 2025. In realtà, gli scontri sono terminati più per fare un favore ad Israele, il cui territorio era stato colpito pesantemente e per la prima volta che non perché la tregua rappresentasse una vera soluzione (un po’ come il pugile suonato che chiede tempo all’arbitro per rimettersi in forza).
La questione nucleare non era il punto chiave, come e ancora meno lo è il contrabbando di droghe in relazione al Venezuela. Il problema a monte è che gli USA stanno perdendo il controllo globale e devono fare mosse per assicurarsi almeno il controllo di paesi chiave. Il Venezuela fa parte dell’orto di casa e per di più osava esportare petrolio alla Cina e a Cuba. L’Iran, invece, fa parte del Medio Oriente, territorio di caccia del gemello superalleato, Israele, che si sente minacciato dall’Iran ed ha le carte, grazie al peso dell’enorme lobby sionista negli USA, per minacciare ritorsioni perfino contro Trump. Netanyahu ha dettato quattro condizioni necessarie perché lui possa accettare un accordo con l’Iran: (i) zero arricchimento dell’uranio; (ii) nessun missile con raggio di azione superiore a 300 Km; (iii) taglio dei contatti con i gruppi amici (leggi Hezbollah, Hamas, etc.); (iv) disarmo di Hamas.
Essendo queste le condizioni, non esiste alcuna possibilità di accordo negoziale, perché accettarle implicherebbe per l’Iran abdicare alla propria sovranità; sarebbe come dire: ci disarmiamo perché altrimenti ci attaccate. Inoltre ricordiamo che il Trattato sulla non proliferazione delle armi nucleari permette l’uso di uranio arricchito fino ad un certo livello, se non altro per uso medicale. Siamo al grottesco con i media che si rifiutano di ricordare che tale richiesta viene da un paese che NON ha nemmeno aderito al Trattato (pur possedendo bombe atomiche). In realtà, la condizione, fra le quattro, che più preme ai genocidari è l’eliminazione di missili a lunga gittata e non ci vuole un genio per capire il motivo.
A dire il vero ci sarebbe una soluzione più semplice e migliore per l’impero: cambio di regime, come ripetuto da Trump. I recenti disordini scoppiati in Iran sono una esemplificazione della strategia preferita dal quasi premio Nobel per la pace, Donald J. Trump.
Analizzando in modo dettagliato gli eventi dicembrini, non possiamo negare che siano stati in parte la conseguenza di errate politiche interne iraniane, ma è fuori di dubbio che siamo di fronte anche a provocazioni esterne che ricordano molto le primavere arabe ed il movimento di piazza Maidan in Ucraina.
Infatti, il segretario al tesoro statunitense, Scott Bessent, si è pubblicamente vantato del fatto che le varie sanzioni imposte all’Iran hanno messo in difficoltà l’economia persiana. A questo aggiungiamo che la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata una manovra finanziaria ai danni del Rial che ha costretto la banca centrale iraniana ad una svalutazione. Il progetto era precisamente quello di far franare il governo sotto la spinta di una sommossa popolare. Si è scoperto subito che i primi a sparare sono stati i rivoltosi, uccidendo centinaia di rappresentanti delle forze dell’ordine, che solo successivamente sono intervenute, rispondendo al fuoco col fuoco. Giusto per confronto, proviamo ad immaginare cosa avrebbe mai fatto l’ICE negli Stati Uniti di fronte all’ipotetica uccisione di qualche loro rappresentante.
Il risultato della rivolta non è stato però quello desiderato ed ecco che spunta l’Armada (nome, mi auguro, appropriato ricordando la fine dell’Armada spagnola). Analizziamo dunque il possibile scenario futuro. Credo sia chiaro a Trump, (forse l’unica cosa che gli è chiara), che non può permettersi una guerra più lunga di un paio di settimane. Si era proposto ai suoi elettori, ed ha vinto le elezioni, presentandosi come quello che non vuole fare guerre infinite e che vuole rivolgersi alla classe media molto impoverita. Considerando che a fine anno ci saranno le elezioni di midterm, un ulteriore coinvolgimento bellico sarebbe esiziale; già c’è l’Ucraina che doveva essere chiusa in 24 ore e non può essere chiusa alla Saigon o alla Kabul, pena una débacle politica per l’uomo (e non sottovalutiamo il modo in cui l’affaire Epstein viene gestito – prescindendo dal coinvolgimento diretto del POTUS). A questo aggiungiamo l’aspetto militare: una volta lanciati tutti i Tomahawk dell’Armada, oppure i missili antimissile che saranno costretti a sparare, ci sarà bisogno di rifornimenti che non possono essere fatti in altro modo che inviando temporaneamente l’Armada verso basi comunque lontane.
Quindi l’operazione deve essere veloce: l’ideale sarebbe il re-make della soluzione venezuelana. Questo non è facile; gli iraniani non solo hanno visto cosa è stato fatto e avranno preso contromisure, ma sono anche memori di quanto accaduto loro nel giugno 2025, quando l’attacco aereo arrivò durante i negoziati (marchio di fabbrica della premiata ditta USA-Israele-Ucraina).
In pratica è cambiato qualcosa rispetto a giugno per entrambe le parti? Sul fronte iraniano ci sono notizie di aiuti significativi da Cina e Russia. Nella guerra dei 12/13 giorni, l’Iran fu preso di sorpresa non solo perché non si aspettavano un attacco in quello specifico momento, ma anche perché non avevano strumenti per rilevare in tempo l’arrivo di aerei.
Nel frattempo, l’Iran ha proceduto ad installare un sistema cinese integrato basato sul nuovo tipo di radar YLC8B che, lavorando a bassa frequenza, è in grado di rilevare aerei stealth (leggi invisibili) fino a 700 Km di distanza, permettendo di mettere in atto contromisure adeguate. La risposta militare può essere gestita in tempo reale, grazie all’integrazione con la rete Bei Dou di satelliti cinesi che sostituiscono i GPS e sono anche più precisi essendo di nuova generazione). Incidentalmente, organizzazioni cinesi hanno reso pubbliche immagini delle basi americane di Diego Garcia ed in Qatar (Al Udeid), dove si vedono chiaramente i missili Thaad recentemente arrivati: un chiaro avvertimento per far notare che loro sanno cosa stanno facendo gli americani e sono anche in grado di fornire le coordinate per un eventuale immediato lancio di missili iraniani.
Oggi, non è dato sapere se questa rete integrata funzioni perfettamente, ma ci sono motivi per rendersi conto che l’Iran avrà molte più possibilità di rispondere o addirittura bloccare un primo attacco rispetto a quanto accaduto nel giugno del 2025. Questo aiuto cinese è il frutto di un coordination agreement fra i due paesi e si capisce l’interesse cinese, dato che gli USA stanno sistematicamente minando le loro linee di approvvigionamento energetico (leggi Venezuela, ma anche il continuo pirataggio di petroliere in acque internazionali).
L’accordo permette all’Iran di accedere ad informazioni militari altrimenti criptate che vengono elaborate dai satelliti geostazionari di BeiDou, che fra l’altro, essendo a grande distanza, sono praticamente immuni da effetti di jamming come è successo recentemente per gli Starlink che sono stati resi inoperativi, rendendo inefficaci le comunicazioni con e fra i cosiddetti rivoltosi iraniani. A questo si deve aggiungere la nave da ricognizione cinese Da Yang Yi Hao (Ocean One) presente subito fuori dal golfo Persico: la nave si configura come nave da ricerca oceanografica, ma funziona anche come gli aerei Awacs, riuscendo a tracciare aerei e soprattutto sottomarini nelle vicinanze, oltre ad intercettare messaggi che vengono spediti in quella zona; la stessa nave sembra sia anche scortata da un paio di cacciatorpedinieri. Per quanto si sa, anche la Ocean One farebbe parte dello stesso sistema informatico integrato che,
incidentalmente, sarebbe simile al link 17 che ha permesso al Pakistan di surclassare l’India negli scontri aerei dello scorso anno.
Si sa meno in relazione agli aiuti forniti dai russi. Circolano notizie relative alla fornitura di sistemi antimissile S400 che sono molto efficaci, ma richiedono competenze che si acquisiscono solo con il tempo, a meno che non siano gestiti direttamente da tecnici addestrati in precedenza. Altre fonti riferiscono di missili ipersonici: il problema è quello dell’integrazione di tutti i sistemi d’arma per un uso efficiente in tempo reale.
Se l’Iran si è attrezzato per difendersi, cosa hanno fatto gli USA per pensare di poter avere successo?
Apparentemente poco, a parte la messa a punto di una Armada che è certamente molto potente, ma forse anche vulnerabile, come ha mostrato la grande vittoria dello scorso anno degli USA sullo Yemen, in occasione della quale un missile yemenita ha costretto una portaerei ad una manovra rapida, che causò la caduta in mare di un F14. Di fatto una portaerei, per essere relativamente al sicuro da attacchi missilistici, deve stazionare a circa 1000 Km dalla costa, rendendola alla fine meno letale di quello che potrebbe essere. Infine, fra i fattori che Trump deve tenere di conto c’è anche la possibile chiusura dello stretto di Hormuz che, bloccando il traffico di petrolio, indurrebbe una crescita del prezzo e causerebbe una spinta inflattiva anche negli USA: l’ultima cosa che Trump vorrebbe vedere in periodo di elezioni.
Razionalmente, ci si potrebbe domandare: chi glielo sta facendo fare? Un fattore è l’enorme arroganza del potere, la convinzione di avere molte più armi, armi più potenti degli altri; ma qualcuno dovrebbe far notare loro, per esempio, che la guerra di Ucraina sta rallentando la ricostituzione dei depositi di armi, quasi svuotati nella guerra del giugno scorso.
Infatti, anche se gli USA non spendono un dollaro nel fornire armi a Kiev, vendono armi agli europei (che poi le girano all’orchetto verde) ed il collo di bottiglia sembra essere la produzione di armi (in particolare i missili Patriot): troppo lenta in relazione alla domanda. La recente lamentela di Zelensky è proprio legata al ritardato arrivo di missili.
Dunque, chi glielo fa fare? Che sia (anche) la lobby sionista? Miriam Adelson ha regalato 200 milioni di dollari a Trump per la sua elezione: lei è quella che con il marito, al giro precedente nel 2016 (altro giro altri soldi) aveva richiesto – e ottenuto – lo spostamento della capitale israeliana da Tel Aviv a Gerusalemme. Lei, pur americana, è per Israel First, non America First e non è la sola finanziatrice di Trump (c’è lo storico e potente gruppo di pressione AIPAC). Insomma ci sono almeno 200 milioni di buoni motivi per soddisfare i desiderata di Netanyahu.
Per finire, alleggeriamo la tensione ricordando un simpatico episodio di censura del 1979, quando uscì il film Brian di Nazareth, un capolavoro dei Monty Python che prendeva in giro (fra gli altri) la religione cristiana, ma anche gli ebrei, salvo che la scena chiave riguardante il popolo eletto fu censurata (altrimenti il film non sarebbe stato distribuito nei democraticissimi USA): la scena riguardava Otto il Nazireno, un ebreo esaltato con i baffetti che concionava sulla grande Israele e sulla necessità di invadere ed occupare la Samaria (il simbolo: una stella di Davide con quattro stanghette esterne uncinate). Era satira ed era il 1979, oggi è la realtà.
Non sappiamo tante cose; forse Trump ci può ripensare all’ultimo momento, ma che figura ci farebbe a livello internazionale? Quella di un bullo che minaccia e non mette in pratica: pessimo esempio per gli altri oppositori, ma anche per gli alleati che potrebbero svegliarsi. Forse Trump darà l’ordine di intervenire e finirà intrappolato in una guerra senza fine; o forse gli statunitensi grazie al discombombulator che secondo Trump ha permesso alle forze speciali di rapire velocemente Maduro, potranno liberarsi anche della guida suprema Ali Khamenei.

Antonio Politi