DIVERSAMENTE LIBERALI

Un uomo va dal dottore. Gli dice che è depresso, che la vita gli sembra dura e crudele. Gli dice che si sente solo in un mondo minaccioso. Il dottore dice: «La cura è semplice. Il grande clown Vannacci è in città. Lo vada a vedere. La dovrebbe tirar su.» L’uomo scoppia in lacrime. «Ma, dottore – dice -Vannacci sono io.»
(libera parafrasi dalla barzelletta raccontata da
Rorschach nelle pagine di Watchmen, il fumetto di Alan Moore, e nell’omonimo film tratto dal fumetto)

La destra Italiana ha attraversato 2 momenti importanti e decisivi, uno fino all’avvento del fascismo e uno successivo. Fino al fascismo la destra è stata una forza tendenzialmente conservatrice ed elitaria, al cui interno possiamo inserire tranquillamente anche buona parte della compagine liberale “che fece l’Italia”. Una destra che, dopo la prima guerra mondiale, non era più in grado, come del resto tutto lo stato liberale, di sintonizzarsi con la popolazione italiana.
Oddio, a dire il vero questa sintonia non era mai esistita, visto che il processo di formazione della nazione fu compiutamente minoritario e anche annessionista. Ma, fino alla comparsa delle masse non solo sulla scena sindacale, ma anche in quella elettorale, lo Stato italiano poteva permettersi di essere insieme meritocratico ed elitario.
Mussolini capì prima di tutti che delle masse non si poteva più fare a meno; del resto era stato un avvincente arruffapopolo e capace giornalista.
Con l’invenzione del fascismo riuscì a mettere insieme istanze “popolar-populiste” e, nello stesso tempo, classiste e reazionarie. I precedenti Bonapartisti sicuramente erano stati dei modelli, ma il fascismo si configurò come qualcosa di assolutamente nuovo perché riuscì a costruire, prendendo a prestito lo schema del partito socialista, una inedita struttura statalista/liberista a partito unico e fondato sul “consenso” passivizzato delle masse.
Questa totale confusione, che Mussolini costruì senza un vero progetto di base (qui una delle sostanziali diversità dal socialismo: l’ideologia fascista cambia continuamente e si adegua, anche capovolgendo le proprie istanze), non fu compresa dalle forze socialiste e comuniste, e solo pochi si accorsero che questo ircocervo era un essere veramente pericoloso.
La destra liberale e la c.d. “destra storica” furono completamente spianate da questa novità, tanto che, nel secondo dopoguerra, l’unica vera destra che si ricostituì (lasciando perdere le insignificanti pattuglie liberali, quasi sempre al soldo – letterale – dell’atlantismo) fu quella fascista, la cui definizione di “post” è stata del tutto fraintesa. “Post” non perché non fosse e non sia fascista, ma, semplicemente perché è rinata dopo la fine del fascismo-regime.
Ma veniamo all’oggi e al campo della destra attuale. La compagine di governo presenta una triade composta da:
Forza Italia: classica forza di destra che sotto la veste di una improbabile “moderazione” rappresenta la parte più smaccatamente liberista. Il suo vendersi come “liberale” (un termine che appare innocuo secondo una propaganda ormai egemone) riesce ad attirare parzialmente anche soggetti provenienti dalla “sinistra liberale” (ossimoro in altri tempi, oggi, purtroppo una realtà distopica).
Fratelli d’Italia: eredi diretti del MSI e del PNF, a differenza del MSI, che rivendicava l’appartenenza al fascismo di Salò, i fascisti della Meloni si rifanno a tutto tondo al ventennio. Dentro questa realtà politica quindi non ci stanno quindi i fascisti “movimento” che negli anni ‘60 del secolo scorso videro grandi scontri interni, ma proprio il fascismo-regime. Non più “ribelli” ma gerarchi. La Meloni si muove bene dentro il capitalismo ordoliberista. Se, da un lato, infatti segue, con il consueto scrupolo di tutti i governi italiani da Maastricht in poi, i diktat ordoliberisti e atlantisti, dall’altro riempie il vuoto lasciato dalla impossibilità di operare scelte che siano tali con l’armamentario della destra più stantia: anticomunismo viscerale, nemici interni, repressione, razzismo ecc…, insomma una destra, che, rispetto ai decenni precedenti appare francamente reazionaria, quasi una DC in realtà aumentata.
Lega Nord: La lega nord, quella nata a fine anni ‘70 del secolo scorso dal ribellismo della piccola e piccolissima borghesia dell’Italia del Nord-est, a destra della DC e poi orfana, composta da evasori fiscali, e tutto il corollario dell’italiano-medio di quegli anni non esiste più da tempo. La svolta salviniana ha trasformato un partito che con il “tricolore ci si puliva il culo” in una realtà di estrema destra a vocazione nazionale e con agganci – strumentali – con la destra eversiva. Il problema è che Salvini è falso come i soldi del monopoli, ovvero, non ci crede neppure lui e si vede chiaramente. Per di più la Lega, che governa da tempo interi territori, non pare che lo abbia molto in simpatia. Del resto dei discorsi “nazionali”, nella base (ammesso che esista ancora), a parte il folclore, non sanno che farsene.
Tra l’altro Salvini è quello che gettò a mare un governo con i 5S dove, da ministro dell’interno, in pratica faceva le funzioni di Presidente del Consiglio. Potremmo dire un vero e qualificato coglione.
Riesce francamente difficile capire come i militanti e gli iscritti possano aver affidato la leadership a cotanto emerito. Ma credo faccia parte del precipizio ormai pluridecennale delle classi dirigenti globali o, perlomeno europee.
Veniamo dunque al caso Vannacci, che, al momento pare scomparso dalle cronache. Un signor nessuno, scrittore di banalità un tanto al chilo spacciate per pensiero di destra, intervistato e reso famoso dalla borghesia indignata per lo scarso “bon ton” (la stessa borghesia che non vede i 18.000 bambini uccisi a Gaza) e salito agli onori della cronaca. E Salvini che fa? Senza neppure essere iscritto alla Lega lo “nomina” vicesegretario.
Vannacci si guarda intorno, sarà bifolco ma non scemo, capisce che quello è un ottimo trampolino e fonda un nuovo partito, libero dai lacci “nordici” della Lega e che va a raccogliere la parte più estrema della destra che ormai sta stretta sia in FdI (divenuta Sionista, cosa letteralmente impensabile per un militante di destra fino a poco tempo fa, non perché l’ideologia fosse diversa ma perché l’ebreo/cosmopolita/capitalista/bolscevico funziona sempre) sia con la Lega, poco convincente dal punto di vista “socialnazionale”.
Ora, se Sparta piange Atene non deve ridere. In altri tempi un Vannacci sarebbe stato al massimo un personaggio da folclore golpista. Ma nella fase attuale l’ex militare sembra riprendere in mano, con molta più libertà di movimento, alcune questioni che la Lega aveva tentato di fare proprie (superamento Fornero, no alle armi all’Ucraina) ma incompatibili con uno qualunque dei governi della UE.
Ma a sinistra, eccetto qualche sporadica pattuglia, sulle questioni della guerra la distanza con il sentire della popolazione italiana e assai marcata.
In questo cuneo si inserisce Vannacci, andando a sostituire un Salvini sempre più impacciato e impallato che deve comunque stare nella compagine di governo.
Il problema è che sull’Ucraina l’ex-militare ha più carte da giocare della sinistra. E, seppure partendo da una ideologia palesemente reazionaria (le donne, i neri, l’immigrazione, l’ammirazione per il machismo putiniano) come un orologio fermo, riesce a dire, in questo marasma, almeno 2 volte al giorno, delle verità banali.
Verità banali ma che dentro la sinistra “ufficiale” non si riesce non solo a dire ma neppure a pensare. E tra una Picierno, un Fiano e compagnia cantando, e Vannacci, quest’ultimo sembra non essere più, o perlomeno non essere il solo, scemo del gruppo.
La torsione ideologica compiuta dalla sinistra ha assunto caratteristiche patologiche dopo la guerra Russo-Ucraina, tale che pare ormai irrimediabile (ammesso che vi fosse rimasti qualcosa da rimediare) la timidezza – ad essere buoni – su Gaza – un genocidio a scena aperta – per un introiettato filo-sionismo che viene mescolato con la paura di passare per antisemiti, l’incapacità di comprendere, o anche solo studiare, la complessità della scena internazionale hanno fatto sì che la “palla” della pace sia passata in mano ad un nazionalsocialista che non ha timore di strumentalizzarla.
“Grande è la confusione sotto il sole” diceva qualcuno. Vannacci al momento pare scomparso dalla scena e non è detto che riesca ad avere davvero seguito nel suo percorso dichiaratamente radicale ed estremista, ma potrebbe avere molte più chances e agibilità rispetto alla paludata compagine governativa alla quale forse toccherebbe, alla fine, supportarlo per non perdere percentuali di votanti.

Andrea Bellucci