L’Iran alla ricerca di una terza via

Da giorni l’Iran si dibatte in una crisi profonda e complessa, diversa da quelle che in passato hanno segnato la vita del paese. Per comprendere la complessità di quanto sta avvenendo occorre tenere conto di molti fattori e sviluppare un’analisi articolata della configurazione etnica e sociale del paese, profondamente segnato dalla rivoluzione khomeinista che lo ha plasmato negli ultimi 46 anni.

La complessa composizione dell’Iran

Non si può comprendere ciò che avviene in Iran se non si parte dal fatto che il paese è un impero e sa di esserlo. La sua compagine statale riunisce un insieme di popoli molto diversi tra loro con radici culturali profonde: il paese è abitato da Persiani, Azeri e Curdi, che rappresentano circa il 70% della popolazione e da minoranze come Baluchi, Arabi, Gilaki, Mazandarani, Luri, Yasiri e altri. Nonostante questa diversità etnica, l’Iran ha una comune identità nazionale, fondata sulla lingua e sulla cultura persiana, formando un popolo finora coeso, malgrado le differenze culturali religiose e di costume che lo caratterizzano. Nei secoli queste comunità hanno mantenuto relazioni pacifiche, contribuendo all’unità dell’Iran. Il paese si estende su una superficie di 1.648.000 Kmq e ha una popolazione di circa 93 milioni di abitanti quasi equamente distribuiti tra maschi e femmine, con un’età media di 32 anni.
L’interesse economico del paese è costituito dalla presenza di giacimenti petroliferi di grande entità, 208,6 miliardi di barili e ne estrae da 3,2 a 4,7 milioni, 11,82% delle riserve mondiali, di giacimenti di gas naturale (secondo al mondo dopo la Russia) dai quali estrae solo 250 miliardi di metri cubi all’anno a causa delle sanzioni nonché dal possesso di molti giacimenti minerari (rame, ferro, piombo, cronite, zinco, litio, terre rare).
La sua posizione strategica a cavallo tra l’Asia centrale e il Golfo Persico le assegna una funzione preminente nel controllo anche militare dell’area e il possesso delle chiavi dello stretto di Hormuz, il che gli consente di condizionare il traffico marittimo proveniente dagli Emirati. Per questo insieme di motivi l’Iran è stato in passato oggetto delle mire dell’Inghilterra che, oltre a controllare la produzione petrolifera e di gas a impossessarsi dai suoi proventi, a sfruttare le sue risorse minerarie, utilizzava il paese come gendarme dell’area, sostenendo la dinastia dei Pahlavi. che governò il paese per 54 anni, grazie al sostegno di una polizia politica criminale, la SAVAK, che non aveva niente da invidiare alla Gestapo.
Da sempre le istanze sociali hanno avuto cittadinanze in Iran, prova ne sia che nel giugno 1920, attivisti del Partito Socialdemocratico dei Lavoratori Iraniani, “Edālat” (Giustizia), fondarono il Partito Comunista dell’Iran, il primo nel mondo arabo-islamica. A cercare di liberare il paese dallo sfruttamento della Gran Bretagna fu dal 1951 al 1953 Mohammad Mosaddeq, leader del Fronte nazionale dell’Iran, che ottenne l’incarico di Primo Ministro, dopo essere stato democraticamente, ma venne deposto da un colpo di Stato sostenuto dai servizi segreti di Gran Bretagna e Stati Uniti, appoggiato dalla casa regnante dei Pahalavi. Queste forze si opponevano alla sua decisione di nazionalizzare la Anglo-Persian OIL Company, alla pur timida riforma agraria che aveva permesso ai contadini di ricevere almeno parte del raccolto e a una riforma fiscale che obbligava per la prima volta le classi agiate a pagare le tasse sul reddito e le proprietà.
Queste sue scelte provocarono la crisi economica del paese, alimentando l’opposizione alle sue riforme per la modernizzazione, Mossaddeq vanne abbandonato dal clero sciita militante che non voleva rinunciare alle proprietà terriere gestite dagli habous, dai latifondisti, dai commercianti dei bazar colpiti dalle tasse, dalla borghesia nazionale vassalla dei poteri coloniali.
Così mentre lo Scià Mohammad Reza era in esilio a Roma il governo guidato da Mossaddeq fu abbattuto da un colpo di stato militare che ricevette l’aiuto dei servizi segreti statunitensi e britannici Queste forze dettero vita all’operazione Ajax che portò alla sostituzione di Mohammad Mosaddeq con Mossadeq Zahedi, gradito agli inglesi, mentre il leader deposto venne processato e imprigionato per 3 anni, per poi passare il resto della sua vita agli arresti domiciliari.
Il popolo iraniano conosce bene la sua storia, è profondamente e diffusamente acculturato, e non ha dimenticato. Per questo motivo le avance formulate dal figlio dello Scià in occasione di questa crisi di proporsi come guida alternativa del paese vengono guardate con disprezzo e disgusto, e non godono nemmeno del sostegno dei milioni di iraniani che compongono la diaspora e che hanno abbandonato il paese dopo la rivoluzione komeinista o che avversano la Repubblica Islamica ma sono rimasti nel paese. Sembrano averlo capito perfino Trump e l’amministrazione statunitense che sembrano aver scaricato questo losco figuro che non tralascia occasione per candidarsi a succedere agli Ayatollah.

La Repubblica Islamica

Durante il regno di Reza Pahalavi il popolo iraniano venne oppresso da 26 anni di dittatura e di persecuzioni terribili, mentre le avventure galanti dello Scià inondavano i tabloid di tutto il mondo. Poi una serie di sconvolgimenti politici e sociali portarono alla rivoluzione islamica, guidata dall’Ayatollah Khomeini, che ben presto insediò nel paese un governo teocratico ispirato al pensiero politico dell’Islam sciita, all’epoca sostenuta dai commercianti dei bazar, danneggiati dal colonialismo predatorio, e dalle masse contadine oppresse.
Gradualmente il potere si trasformò in regime, impose al paese la propria etica e la propria morale, derivata da una lettura del Corano in base alla quale il profeta e l’esperienza di governo della discendenza sciita avrebbero disegnato le strutture e le istituzioni di una società di segno islamico, sia per quanto riguarda l’ordine politico che quello sociale e etico. In questa nuova società a gestione teocratica la morale pubblica, nell’interpretazione letterale sciita del corano e della storia dell’Islam, costituiva e costituisce un elemento fondante del ruolo di controllo del clero, sia nella vita di relazione che in quella economica. Da qui l’introduzione di una legge morale pubblica, caratterizzata dai principi della sharia derivante dal Corano e dalla Sunna, che guida i vari aspetti della vita, spirituali, etici e legali, dalla si fa discendere l’abbigliamento della donna alla quale si impone di indossare il chador interpretato come atto formale di sottomissione della donna, status al quale tuttavia corrisponde nella società iraniana una grande libertà di accesso delle donne alla formazione culturale e professionale universitaria e un conferimento ad esse di un ruolo riconosciuto nell’organizzazione sociale e nel mondo del lavoro sulla base delle competenze acquisite (il 70% delle laureate è donna). Tuttavia l’interconnessione di questa visione con la realizzazione di strutture di clientela come gli hobus ha finito per dar vita a fenomeni distorsivi, caratterizzati dal clientelismo e dalla corruzione, che producono delle capacità e del merito per le donne come per gli uomini.
Da qui una richiesta di liberalizzazione dei costumi e di abolizione dell’uso del chador, nonché della polizia morale istituita per reprimere e far rispettare la “morale islamica” che ha portato alla nascita del movimento “Donne, giustizia e libertà”, represso con le carceri, le impiccagioni, e la repressione più violenta, sfociato poi nella sospensione dell’efficacia della legge che obbligava ad indossare tale indumento secondo rigorosi dettami.

Le ragioni profonde della crisi

La Repubblica islamica dell’Iran, dopo 46 anni di vita ha costruito le proprie strutture sociali tenendo ben conto del ruolo svolto dalle componenti sociali, culturali ed economiche che hanno sostenuto in moto rivoluzionario. La rivolta contro il despota monarchico è nata nel bazar ed ha visto un ruolo preminente della borghesia nazionale iraniana, fondata in passato sull’economia legata al bazar, oppressa e taglieggiata nei suoi commerci dai britannici e degli statunitensi. Per vincere, la rivoluzione si è alleata e ha coinvolto i contadini che all’epoca costituivano la maggioranza assoluta della popolazione del paese (ancora oggi la popolazione rurale è in maggioranza nel paese). A rinforzare il regime ha provveduto l’esercito che negli anni ha costituito uno dei pilastri portanti dello Stato iraniano, con un ruolo crescente via via che le forze armate si rafforzavano nel tentativo di dare al paese la capacità necessaria per svolgere il
ruolo politico strategico che le compete nell’area.
Col tempo il clero sciita ha proceduto alla costruzione dello Stato teocratico, erigendo delle istituzioni che rispondono ai principi del diritto islamico sciita, principalmente fondato sul ruolo svolto dagli dal clero in campo politico e dagli hubus in campo economico, sia nella gestione della proprietà terriera, ma anche nello svolgimento di attività economiche di ogni tipo, al punto che ognuna di queste “fondazioni pie”, controllate dal clero, ha costituito di fatto un compound produttivo e/o finanziario al quale sono connesse le clientele. Nel loro insieme oggi gli hobus controllano i principali settori della produzione del paese e assicurano una rete di potere e di clientele che funge da distributore di attività di lavoro, ottenendo in cambio da coloro che ne fanno parte, l’obbedienza alle indicazioni del clero sciita e il sostegno alle sue battaglie.
In questo contesto generale recentemente un ruolo importante di opposizione è stato svolto dagli studenti universitari, numerosissimi nel paese, e dal loro movimento formato prevalentemente da studentesse che partecipano alla vita produttiva con un ruolo apicale nelle attività economiche, in quelle finanziarie, nelle professioni liberali, come in nessun altro paese musulmano avviene. Va detto anzi che proprio il contrasto stridente tra questo ruolo perfettamente autonomo e di valorizzazione sociale, culturale ed economica della donna crea uno stridente contrasto con le restrizioni in materia di abbigliamento e con il ruolo sociale delle donne che il clero sciita relega ad un livello subordinato e comunque socialmente oscurato dal costume vigente. Questo elemento di contraddizione è stato – come so è detto – alla base della nascita del movimento “Donne vita e libertà” e ha guidato le lotte per l’emancipazione, dando vita ad un movimento radicale e profondo che ha coinvolto larga parte della gioventù, soprattutto femminile dell’Iran, che ha condotto le proprie lotte dal 2021 al 2024, destando l’interesse di tutte quelle forze che avversano la Repubblica islamica e larga simpatia e sostegno nei movimenti femministi e non solo. L’acuirsi della crisi economica provocata in larga parte da 46 anni di sanzioni è sfociata in crisi istituzionale e politica del regime, logorato dal diffondersi e dal permanere dei rapporti clientelari (spesso sfocianti in attività corruttive), si scontra sempre più con le aspirazioni di una classe media colta e meritocratica che si vede compressa nelle sue aspirazioni.
A queste cause di carattere interno si sommano gli effetti della crisi politica internazionale che, a causa degli attacchi israeliani e statunitensi, ha portato all’eliminazione o neutralizzazione dei proxy del paese, costituiti dai tanti movimenti di opposizione al sionismo nati nel Libano, in Palestina, tra gli Huti, che hanno consentito all’Iran di svolgere un ruolo attivo nell’area mediorientale e di sostenere la lotta dei palestinesi. Le spese per il riarmo imposte dagli attacchi internazionali che hanno compattato il paese intorno al governo, rafforzandolo, hanno però ulteriormente peggiorato la situazione economica, insieme alle sanzioni imposte al paese da Stati Uniti e occidente.
Ce n’è abbastanza per produrre l’humus necessario ad alimentare le protesta per l’altissima inflazione, la svalutazione del rial (la moneta nazionale) proprio quando i nuovi rapporti economici intessuti in ambito Brics sembravano offrire al paese una prospettiva di sviluppo e di superamento dell’assedio mediante sanzioni.
I costi dell’attacco portato all’Iran da Israele e le spese necessarie per il riarmo sono una delle cause della crisi economica dell’Iran, insieme alle ragioni geo-strategiche derivate dal fatto che l’Iran aveva trovato nei Brics e nella partnership economica con la Cina un modo per sfuggire al cappio delle sanzioni che lo strangolano economicamente da anni. Oggi la crisi economica rischia di rendere sempre più critica la congiuntura economica, anche se la partnership con la Russia in materia di armamenti ha contribuito ad aumentare la pressione dell’egemone statunitense sul paese.

Il piano di destabilizzazione statunitense e israeliano

Mentre sembra prepararsi un’ulteriore aggressione trumpiana all’Iran, questa volta condotta in prima persona dagli statunitensi che ancora una volta rivendicano il controllo sul petrolio e sul gas iraniano, con l’intervento di rincalzo di Israele, a completare l’opera distruttiva delle infrastrutture, ci si chiede quale sia l’obiettivo dell’egemone, considerato che se ben si comprendono le ragioni strategiche ed economiche di questa aggressione, consistenti nell’acquisizione del controllo dei paesi maggiori produttori di petrolio, al fine di gestire il mercato del greggio e del gas e di condizionarlo, consentendo agli Stati Uniti di assumere una posizione dominante nella commercializzazione del prodotto e nella fissazione del suo prezzo a livello mondiale, meno chiare sono le modalità con le quali gli Stati Uniti intendono perseguire questo obiettivo, nonché comprendere fino in fondo quali siano gli obiettivi perseguiti da Israele.
Un’ipotesi abbastanza credibile è costituita dalla replicazione in l’Iran di quanto pensato dalle menti brillanti che imperversano a Washington a proposito della Russia. Considerando che il paese è, come dicevamo un impero, formato da più etnie e da più popoli, la prospettiva nella quale gli Stati Uniti sembrano muoversi è quella di produrre la frammentazione del paese, la sua balcanizzazione e la divisione in tanti piccoli Stati etnici, più facilmente gestibili e manovrabili, grazie ad una rete di alleanze e di interconnessioni che Israele e gli Stati Uniti si ritengono in grado di costruire. Un Iran spezzettato, in tanti piccoli Stati non potrebbe costituire e frapporre alcun ostacolo all’egemonia di Israele su tutto il Medio Oriente, consentendogli di ridisegnare i propri confini, in modo radicale e definitivo, creando lo spazio e le premesse per la costruzione del grande Israele, il cui Governo è oggi alla ricerca spasmodica di un successo che possa giustificare le sue azioni di guerra, in quanto il paese ha aperto molti fronti, ma non è riuscito a chiuderne nemmeno uno, con un sia pur limitato successo.
Se il ragionamento è questo Stati Uniti e Israele hanno sbagliato a fare i conti senza l‘oste e cioè il popolo iraniano, il quale dall’attacco portato nella guerra dei 13 giorni al paese e dalla storia delle sue relazioni con l’Occidente ha tratto l’insegnamento che l’obiettivo del nemico è quello di mettere in discussione l’unità nazionale, colpendo l’orgoglio e il prestigio del popolo persiano, non certo disponibile a stare sotto il tallone degli statunitensi o degli israeliani. Anzi, la crescita delle possibilità di dissoluzione dell’unità del paese va’ a rafforzare il potere del clero sciita sulle istituzioni, tanto più che esso conserva una larghissima influenza sulla popolazione rurale del paese, prova ne siano le grandi manifestazioni a sostegno del governo che, malgrado tutto, si sono svolte e che l’Occidente e i suoi media asserviti alla narrazione mainstream statunitense si sono guardati bene dal rendere note e hanno fatto di tutto per
occultare.
È nostra convinzione che un attacco statunitense al paese non solo non sarebbe indolore per la squadra navale guidata dalla portaerei Lincoln che si dirige verso il Golfo Persico, ma finirebbe per rafforzare ancora una volta il regime.
Dopo la guerra dei 13 giorni la Cina, più che la Russia, hanno rinnovato l’arsenale missilistico, le reti radar e l’aviazione iraniana, in quanto hanno visto nell’attacco al paese la messa in discussione dei loro investimenti (non bisogna dimenticare che la Cina acquista gran parte del petrolio e del gas iraniano indispensabile alla sua economia).
La partita iraniana è dunque tutta aperta e da giocare, e su di essa e dall’esito di questa dipende il futuro del Medio Oriente e non solo.

Gianni Cimbalo