Il 18-19 dicembre i leader dell’Unione europea hanno discusso a Bruxelles sulla possibilità di impossessarsi dei beni russi depositati presso Euroclear, un istituto finanziario belga. La “brillante” proposta di utilizzare gli asset russi come garanzia per finanziare un prestito a Kiev veniva da Ursula von der Stupid e dal suo entourage ed era sostenuta dal Cancelliere Merz, ma era palesemente contraria al diritto internazionale e soprattutto era avversata dallo Stato belga che sarebbe stato chiamato a rispondere, rifondendo il capitale, dagli istituti di rating di tutto il mondo che ritenevano che questa scelta rendesse insicuri gli investimenti nell’area dell’euro da parte degli investitori internazionali, avversata ovviamente da Euroclear che temeva la sfiducia dei depositanti con conseguente ritiro dei loro investimenti Inoltre a parere di molti stati inoltre vi erano forti rischi in quanto la Russia ricorrendo ai Tribunali Arbitrali Internazionali, avrebbe potuto ottenere provvedimenti che impongono la restituzione dei beni illegittimamente detenuti. A conferma di ciò è da sottolineare che Mosca ha già ottenuto da un Tribunale Arbitrale la confisca di beni lettoni e ora la Banca Centrale Russa reclama 195 miliardi di euro da Euroclear. Se i Tribunali russi daranno ragione a Mosca la sentenza potrebbe essere esecutiva in altre giurisdizioni, mettendo a rischio imprese occidentali ancora presenti in Russia e costringendo i contribuenti dell’Unione Europea a coprire eventuali perdite delle imprese.
La consapevolezza di questi rischi ha indotto anche l’Italia e la Francia a schierarsi contro la proposta, nel timore che la Russia possa rifarsi sugli asset dei due paesi, costituiti dalle aziende ancora operanti in Russia. Per quanto riguarda la Francia emergeva poi che presso banche francesi, sono depositati 19 miliardi di euro di proprietà russa, circostanza fino ad ora ignota. Ne viene che il provvedimento di confisca avrebbe dovuto essere esteso anche a questi depositi con il conseguente discredito e le perdite per le banche francesi, escludendo così gli asset russi congelati (210 miliardi di euro) resteranno per ora inutilizzati a tempo indeterminato.
La scelta dei leader degli Stati europei ripiegava così, con alcuni distinguo, sulla concessione all’Ucraina di un prestito a tasso zero da 90 miliardi di euro da finanziare mediante l’emissione di un debito comune garantito dal bilancio dell’Unione europea. Tuttavia è del tutto evidente che l’onere del prestito graverà sui bilanci dei singoli stati in quota parte mentre l’Ungheria, la Slovacchia e la Repubblica Ceca saranno esentati dal contribuire all’estinzione del debito comune. La gran parte della somma graverà sulla Germania quale maggior contributore dell’Unione per un importo pari a 29 miliardi di euro annui al tasso attuale del 3,25%. All’Italia toccherà rifondere un debito di circa 10 miliardi di euro che verranno sottratti al popolo italiano senza il voto del Parlamento.
Rimane il fatto che sul piano politico la von der Stupid e soci hanno fatto la figura dei pifferi di montagna che andarono per suonare e furono suonati. Eppure, da sostenitori del liberalismo quali dicono di essere, avrebbero dovuto sapere che quando la politica rende disponibile la proprietà altrui e se ne impossessa per esigenze contingenti, la certezza del diritto si erode e la propensione ad investire diminuisce, mentre il capitale si sposta verso luoghi in cui i diritti restano affidabili e neutrali e gli investimenti più sicuri.
L’emissione di prestito comune per 90 miliardi
Se la decisione risolve il problema immediato del finanziamento dell’Ucraina la somma stanziata è ampiamente inferiore alle necessitò evidenziate dal rapace elemosiniere Zelens’kyj, in quale tuttavia incassa, confidando nei proventi di future questue presso i singoli Stati, lasciando all’Unione il problema della restituzione dei prestiti ottenuti e giunti a scadenza. Se i leader bolliti dei vari paesi europei si illudono di coprire questi prestiti con Eurobond o l’emissione di debito nazionale si illudono: è illusorio pensare che vi sia chi è disposto ad investire su un tale prestito, anche se i rendimenti saranno generosi, a meno di non collocare le cartelle di prestito presso le aziende fornitrici di armamenti, mettendo in atto una triangolazione più volte ricorrente in occasione di conflitti. In ogni caso il finanziamento accordato costituisce un incentivo alla continuazione della guerra, in quanto la restituzione del prestito da parte ucraina è condizionata all’ottenimento del pagamento dei danni di guerra da parte della Russia.
Si da il caso che l’Ucraina sta perdendo palesemente la guerra e, da che mondo è mondo, chi perde la guerra non riceve il pagamento dei danni di guerra, ma semmai li paga, perché è il vincitore a beneficiare della vittoria sul campo di battaglia. Ne viene che, come ha affermato anche Zelens’kyj, il quale è ben cosciente dell’andamento reale del conflitto, si tratta di un prestito a fondo perduto, che l’Ucraina non restituirà mai, con grave scorno dei cittadini dell’Unione che saranno chiamati a pagare la continuazione di una guerra perduta. La decisione assunta costituisce perciò un incentivo a continuare la guerra per tutti i paesi europei, perché questo sarebbe il solo mezzo per ottenere, con l’improbabile vittoria dell’Ucraina, la restituzione di quando dato.
Ursula von der Stupid ed i suoi accoliti, Merz compreso, continuano a comportarsi come maldestri bari ad un tavolo di poker che cercano di vincere con le carte truccate e, presi dalla febbre del gioco, continuano a giocare continuando a perdere e ad accumulare debiti per le generazioni future.
È bene ricordare che tra le ragioni che portarono alla nascita dell’Europa Unita c’è il desiderio di far sì che i popoli europei, in nome dei comuni interessi, evitassero in futuro il ricorso alle guerre che avevano dilaniato per tutto l’inizio del ‘900 le nazioni del vecchio continente. Ma se il risultato di questa operazione è che per far nascere uno Stato unitario, benché federale, occorre un bagno di sangue e il lavacro della guerra – come ebbe ad affermare il senatore Monti in un momento di cinica sincerità – allora dell’Unione europea è meglio fare a meno: troppo alto il prezzo da pagare.
La guerra d’Ucraina deve finire al più presto e a qualsiasi costo Abbiamo più volte espresso la nostra posizione sulla guerra d’Ucraina, ma riteniamo opportuno chiarire e ripetere ancora una volta quel che pensiamo.
La guerra in Ucraina è nata dalle male arti dell’imperialismo americano, associato all’interesse mai tramontato dell’Inghilterra di dividere il continente europeo, nella convinzione che un’Europa frammentata e costituita da stati in conflitto fra loro, è lo strumento per garantire la perpetuazione dell’impero anglosassone sotto nuove spoglie. Ma c’è di più: a fronte della dismissione oggettiva dell’impero britannico, l’Inghilterra pensa di ricostruire il suo dominio frammentando lo Stato russo in tante entità territoriali che possano costituire un’area di saccheggio delle risorse necessarie a sostenere il benessere morente di un’isola dalla popolazione fatiscente e in netto declino economico, culturale e sociale.
Questo progetto è incarnato nell’establishment britannico, a qualsiasi partito esso appartenga, prova ne sia che con il mutare della maggioranza di governo ed il passaggio dai conservatori ai laburisti, la politica estera dalla Gran Bretagna non è mutata. Stolti e stupidi i governanti dell’Unione europea che, dopo avere subito la Brexit, perché fosse consentita all’Inghilterra una politica estera autonoma, subiscono ora gli input britannici che ne orientano la politica estera e la condizionano (vedi, “volenterosi”).
Avrebbero potuto approfittare delle intenzioni di Trump di autonomizzarsi dalla direzione occulta inglese della politica dell’impero americano morente, e dai circoli politici espressione della City di Londra, per cercare di salvare il salvabile, ridimensionandone il dominio e sganciarsi dal fardello britannico per lasciare che l’isola affondi nelle sue contraddizioni, e invece, educati ad obbedire alla vecchia politica angloamericana, impersonata dal mainstream del partito democratico degli Stati Uniti che occupa lo Stato profondo statunitense – da servi sciocchi quali sono – continuano ad obbedire al vecchio padrone, ormai condizionati e incapaci di un pensiero autonomo.
Certamente forti sono gli interessi che li legano al vecchio progetto, ma le loro aspettative sono rese obsolete dal crescere di nuove realtà, dall’irrompere sia pure con molte difficoltà del multipolarismo in politica internazionale, schiacciati dal peso crescente dei Brics, incapaci di prendere atto dei rapporti di forza internazionali ormai mutati. Prova ne sia che fanno di tutto per perseverare nel loro sogno di balcanizzare la Russia, augurandosi la morte di Putin, spargendo la voce delle sue malattie e non rendendosi conto che il governante russo è fra i pretendenti alla leadership del suo paese un moderato, a fronte di tanti altri che vorrebbero rieducare l’Occidente con qualche confetto nucleare, attingendo al loro immenso arsenale, trasmettendo agli europei la sensazione palpabile della paura che sembrano aver dimenticato.
La variabile Ucraina
L’Inghilterra ha potuto e saputo sfruttare gli interessi del nazionalismo ucraino che vuole, nel confronto-scontro con la Russia, gettare le basi della propria esistenza e della propria ragion d’essere, ponendo fine all’esistenza di un paese multietnico e multilinguistico e dando vita ad uno stato centralizzato e nazionalista. Per mettere in atto il suo progetto l’attuale governo ucraino realizza un genocidio culturale linguistico ed etnico con l’obiettivo di formattare non solo la lingua e la cultura del popolo ucraino ma persino la sua storia.
Ha perciò imposto il solo ucraino come lingua ufficiale del paese, perseguitando e perseguendo giuridicamente chi parla altre lingue; si è creato una propria Chiesa e l’ha imposta come Chiesa di Stato; sta cercando di cancellare la memoria storica del paese, demolendo monumenti, bruciando libri, riscrivendo la storia a suo uso e consumo. Ha cercato di formattare la formazione della popolazione, rimuovendone addirittura i ricordi, cambiando il nome di città e villaggi, cancellando dal calendario religioso i nomi dei santi di origine russa, ha cercato di cancellare la tradizione, cambiando la data del Natale, spostata obbligatoriamente al 25 dicembre, reprimendo con sanzioni amministrative e poliziesche chi lo celebra ancora il 7 gennaio, come è tradizione ortodossa, ponendo in atto, così facendo, un revisionismo criminale e violento, quando non grottesco, che impone con la forza ciò che non riesce ad ottenere con la ragione e con la convinzione.
Consapevole di non poter raggiungere questo scopo con i soli propri mezzi l’establishment ucraino ha cercato di sfruttare la contingenza internazionale, offertale dello scontro tra le diverse potenze e ha sposato il sogno della frammentazione della Russia, nella convinzione che tanto più sono frammentati e di piccole dimensioni i paesi vicini, tanto più il nazionalismo ucraino avrebbe potuto prevalere. Costoro hanno teorizzato che il bagno di sangue e la comune sofferenza del paese, la guerra, fossero il cemento necessario e il prezzo da pagare per la fondazione della nazione e della sua identità. Per queste ragioni e per motivi di bieco interesse comprovati dai lauti guadagni derivanti dalla corruzione e dall’arricchimento personale, l’establishment di Kiev si è schierato con la politica inglese, ha messo in vendita gli asset nazionali, a disposizione delle multinazionali, a cominciare dalla proprietà della terra e si è offerto da vassallo al disegno politico britannico, nella convinzione di trovare posto nel futuro assetto del continente, ricavandosi una funzione egemone in nome e per conto del socio insulare.
Queste strategie colpiscono gli interessi delle popolazioni europee, non solo perché reintroducono la guerra fratricida tra i paesi che la compongono, ma perché ne distruggono il tenore di vita e il benessere, rendendo impossibile un miglioramento delle condizioni di vita sociale e politica dei popoli che ne fanno parte, creando le premesse di un’ulteriore sconfitta delle classi subalterne che si vedono relegate ad una funzione di subordinazione permanente, spingono verso l’adozione di politiche repressive delle libertà civili e la militarizzazione della società, come dimostrano i recenti provvedimenti di censura e di deprivazione della libertà d’opinione, adottati dalla Comunità europea nei confronti di coloro che elaborano in tutta autonomia, analisi e opinioni, come è avvenuto all’ex colonnello Jacques Baud, privato con un provvedimento amministrativo della libertà di circolazione e colpito con la chiusura dei suoi conti per aver scritto libri e manifestato il proprio pensiero da un provvedimento amministrativo che non può essere giuridicamente impugnato.
In buona sostanza Jacques Baud ed altri, inseriti in una lista di prescrizione, viene condannato alla morte civile, senza processo, senza avere modo di difendersi, per avere espresso delle opinioni, in totale violazione dello Stato di diritto e similmente a quanto avviene in un regime dittatoriale. Tuttavia egli è il solo, cittadino svizzero, di fatto trattenuto nel territorio dell’Unione, impossibilitato a difendersi davanti ad un giudice.
La nostra opposizione alla guerra nasce dalla convinzione che essa produce il degrado delle condizioni di vita delle popolazioni e pregiudica la possibilità di qualsiasi movimento emancipatore, di qualsiasi crescita sociale, della libertà e dell’uguaglianza. Ad aggravare la situazione valga la constatazione che la politica perseguita dall’Ucraina e dai suoi oligarchi e delle sue milizie, oltre che essere ispirata ad un fascismo storico che ebbe il suo campione nazionale in Bandera, è caratterizzata da xenofobia, razzismo, bieco ed ottuso nazionalismo, è nemica della libertà di coscienza e delle libertà civili, è profondamente corrotta, al punto da rischiare di infettare l’intera Unione e perciò va tenuta lontana da qualsiasi vicinanza agli Stati europei. Da qui il nostro deciso no dell’Ucraina nell’Unione europea.
Ciò non significa che siamo sostenitori dello Stato con il quale essa combatte, il quale, a sua volta, è caratterizzato da un nazionalismo legato ai principi dell’ortodossia, della tradizione, dello Stato padrone, è retto da un governo oligarchico, nemico della libertà civili e dell’uguaglianza, ma che rispetto al nazifascismo ucraino, rappresenta il minore dei mali.
Gli interessi dei popoli europei
È interesse delle popolazioni europee selezionare i propri interlocutori sulla base della loro disponibilità ad accettare la convivenza pacifica e a mantenere relazioni economiche e commerciali aperte, in una prospettiva di collaborazione al benessere comune. Il rispetto di queste condizioni non dipende esclusivamente dalla buona volontà dell’interlocutore, ma ha fondamento nelle condizioni oggettive, geografiche, orografiche, economiche, sociali, storiche che caratterizzano la vita dei popoli europei. Se si analizza la situazione partendo da questi fattori ben sì comprende che costituisce l’elemento fondante degli interessi della unione dei paesi che fanno parte dell’Europa continentale guardare ad una collaborazione economica, commerciale e culturale con la Russia. Questo non solo perché la Russia è parte integrante dell’Europa e di quello che oggi essa è, ma perché appartiene alla sua storia per quanto riguarda le relazioni sociali, economiche e culturali, l’elaborazione dei valori che hanno caratterizzato la vita del continente nei secoli.
Sul piano meramente economico le risorse umane, economiche e strutturali delle due componenti dell’Eurasia – quella occidentale e quella orientale – si integrano mirabilmente e costituiscono un tutt’uno, in quanto frutto dell’incontro di civiltà, quella romano barbarica e quella slava, che hanno imparato faticosamente a comunicare che nel tempo si sono conosciute ed integrate e dopo aver combattuto hanno scelto di intrecciare rapporti di collaborazione e di scambi di esperienze e di culture che fanno di questa parte del mondo un insieme che ha una storia comune. Ambedue le aree culturali, politiche ed economiche hanno avuto l’esperienza comune di stabilire relazioni con la civiltà islamica, che non a caso costituisce oggi un elemento comune sia della società russa che della società europea, sia pure per effetto della migrazione dell’ultimo secolo, per quanto riguarda l’occidente.
Tutto questo in realtà fa parte del patrimonio comune dell’umanità che dovrebbe indurre civiltà e sistemi politici diversi a cercare le ragioni della convivenza piuttosto che della guerra, consentendo alle società e ai popoli di aspirare ad un sempre migliore tenore di vita e inducendo tutti a dedicare le forze, le energie e le risorse al superamento degli squilibri interni a queste società, rappresentato dalla distribuzione ineguale della ricchezza che è il vero pericolo, in quanto costituisce le ragioni di una guerra ben più grave di quella fra gli Stati e cioè dalla guerra sociale e di classe.
I popoli europei, come tutti gli altri popoli, non hanno l’energia, le risorse, il tempo e l’interesse da dedicare alla guerra fratricida, in nome degli interessi degli stati e del nazionalismo, becero, miope e miserabile, ma hanno tutto il diritto di cercare condizioni di vita pacifiche e felici, nella convivenza e nella cooperazione, nel rispetto reciproco,
ponendo fine allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sia che esso avvenga ad opera di un capitalismo sempre più spregiudicato, cinico e crudele, che ad opera di regimi oligarchici che governano i popoli, sopprimendo la loro libertà.
È questa una visione utopica delle relazioni fra i popoli?
Forse no, se si guarda al futuro e si hanno a cuore gli interessi dell’umanità, la conservazione della specie, dell’ambiente e dell’umanità.
La Redazione