LA CONFESSIONALIZZAZIONE DELLO STATO COME RISORSA IDEOLOGICA DEL SOVRANISMO

Il sovranismo è un fenomeno emergente in tutte le parti del mondo e si fa forte della lotta contro la globalizzazione, ritenuta responsabile dell’impoverimento delle classi subalterne e della concentrazione della ricchezza nelle mani di un numero sempre minore di soggetti che ha aperto la strada a giganteschi spostamenti di popolazione, vere migrazioni di uomini, donne e bambini che cercano, disperati, territori meno ostili nei quali vivere.

Le élite dei diversi paesi cercano di porre un argine a questa emorragia di risorse e di mantenere in vita il campo di coltura dello sfruttamento nazionale, rinchiudendo in un recinto le pecore perché vengano tosate e per farlo hanno bisogno di strumenti di contenimento, di un filo spinato robusto, che eviti l’esodo. Ricorrono perciò ad antichi e sempre validi strumenti di differenziazione delle masse, prospettandone la divisione per etnia, per colore della pelle (quando non per razza, concetto dimostratosi scientificamente inconsistente, ma evocato a livello di massa), per appartenenza religiosa, in modo da dar vita a mondi separati, a contenitori territoriali nei quali questi “caratteri distintivi” possano operare per giustificare e motivare la dominanza, esercitata da una élite che, da parte sua, mantiene una visione internazionale di solidarietà e appartenenza di classe.

Il Sovranismo nei paesi BRICS

Una rapida rassegna che coinvolga diversi paesi ci consente di valutare l’entità del fenomeno a cominciare dall’India dove si è affermato il Partito Nazionalista Indiano il quale basa il proprio consenso su una rete di strutture sociali ramificate in tutto il paese che assicurano l’orientamento della parte più povera dell’elettorato, facendo leva sull’appartenenza religiosa e su un riferimento mitico alle radici, alla storia, alla tradizione del Paese. Rinasce così, nell’immaginario collettivo, alimentato dalla produzione delle fiction televisive di Bollywood e dalla retorica, la visione di un’India felix, precedente alla colonizzazione, che l’introduzione di valori occidentali avrebbe distrutto e portato gradualmente al degrado.
Questa deriva va recuperata, riportando indietro l’orologio della storia, facendo finta di dimenticare o forse ben sapendo che quella era l’India delle caste, degli intoccabili, della discriminazione verso le donne, della profonda diseguaglianza sociale. Per oscurare gli aspetti negativi dell’epoca felice invocata si ripropone la critica all’India coloniale, alle nefandezze britanniche, alle violenze le umiliazioni e i soprusi o e a quant’altro il colonialismo predatore ha prodotto contro il paese. Si dimentica l’alleanza tra i governanti locali, la nobiltà e i colonialisti. E c’è da dire che la ricetta sembra al momento vincente, al punto da portare il leader del partito nazionalista indu al potere. In questa strategia di ricostruzione dell’orgoglio nazionale gioca un ruolo essenziale la religione, in
questo caso l’induismo, recuperato nella sua versione più tradizionalista retriva e conservatrice, come portatore di valori della tradizione, come scrigno ideologico che costituisce l’essenza identitaria del programma politico prospettato da queste forze conservatrici.
A ben guardare lo stesso tipo di fenomeno con modalità diverse investe la gran parte dei paesi BRICS, acronimo, utilizzato in economia internazionale, che individua cinque paesi (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) accomunati da alcune caratteristiche simili, tra le quali: la condizione di economie in via di sviluppo, una popolazione numerosa, un vasto territorio, abbondanti risorse naturali strategiche che sono state caratterizzate, nell’ultimo decennio precedente alla crisi del 2008 da una forte crescita del PIL e della quota nel commercio mondiale. Il ricorso al sovranismo è più forte quanto più questi paesi faticano ora ad uscire dalla crisi.
E’ di questi giorni la vittoria in Brasile di Bolsonaro, candidato della destra golpista del paese, ma non a caso espressione del fondamentalismo evangelico, movimento che fa da cemento al programma politico e sociale del neo Presidente e che propone il recupero e la generalizzazione dei valori di un cristianesimo infarcito di riferimenti magici e esoterici, che affonda le radici nelle convinzioni profonde della parte più povera e diseredata della popolazione, utilizzando gli stessi valori che furono funzionali alla dominanza della paese da parte della borghesia e nobiltà di origine portoghese e coloniale, legata ai circoli economici internazionali che depredarono in passato il paese.
Anche in questo caso si recupera l’immagine felice di una società che vive in un immaginario mitico e spensierato che è oggi distrutto dalla durezza delle condizioni materiali di vita, a dimostrazione che la sfiducia nel futuro provoca una ricostruzione mitica del passato cui aggrapparsi. L’assenza di futuro genera nostalgia!
Il paese del gruppo BRICS, che sembra estraneo per ora a questo vento che soffia rigoglioso nei paesi nei quali sono in corso massicce implementazioni di produzioni e creazione di classe operaia, con conseguente trasformazione della composizione sociale della popolazione, è il Sud Africa che fatica anch’esso ad uscire dalla crisi del 2008: sta perdendo l’aggancio al gruppo dei paesi BRICS, ma le differenze sembrano dipendere più da fattori interni che di carattere generale. Qui il confronto politico sembra giocarsi, in vista delle elezioni presidenziali del 2019, tra le correnti interne al Congresso Nazionale Africano (ANC), partito che governa il Sudafrica dalla fine dell’apartheid nel 1994, ma non sono da escludere sorprese da qui a un anno, in quanto la presenza diffusa della corruzione (elemento comune sia all’India che al Brasile) gioca un ruolo essenziale nella crisi delle istituzioni e dello Stato.

Il sovranismo della Russia e quello dell’Est Europa

Se la Cina, che del resto non può più considerarsi parte dei BRICS, ma è piuttosto l’altra potenza economica mondiale insieme agli Stati Uniti, può considerarsi al di fuori di queste dinamiche, il paese che con caratteristiche proprie vi è immerso è la Russia, la quale dà del sovranismo una versione che si sposa con le esigenze della struttura oligarchica delle sue classi dirigenti che, private della copertura dell’ideologia social comunista nella versione bolscevica, hanno da tempo, ma sempre più, riscoperto il riferimento all’eredità e ai valori della Chiesa Russa Ortodossa.
Si tratta di un amore antico, che risale al settembre 1943, quando di fronte al bisogno di rafforzare il fronte interno nella “grande guerra patriottica” (seconda guerra mondiale) Stalin, in una notte riportò in vita la Chiesa Ortodossa Russa, convocando al Cremlino i quattro vescovi ortodossi superstiti, dotandoli di un’auto con pieno di benzina e di una sede, l’ex ambasciata tedesca a Mosca, e dandogli il compito di ricostruire la loro Chiesa.
Da allora la Chiesa Ortodossa Russa ha percorso un lungo cammino, entrando prima nel Presidium del Soviet supremo dell’URSS con tutti i suoi dirigenti e poi – al crollo del regime – offrendosi come cappello ideologico e ideologia di coesione dell’intero sistema di potere con il quale oggi si identifica totalmente e che governa la Russia. Anche in questo caso l’armamentario è il solito: valore della tradizione, ricordo di un’epoca felice e pura ricca di valori, mitezza verso Dio e la religione, esaltazione della famiglia, ridimensionamento del ruolo sociale della donna, speranza nella provvidenza e nella onnipotenza della divinità, valore della tradizione e del passato. In ogni caso sfiducia nel futuro, se non tenuto in vita dal costante richiamo all’identità, potenziamento delle politiche demografiche, difesa degli interessi e dell’identità nazionale.Né questa riscoperta di valori si ferma alla Russia, perché, mutatis mutandi, investe in misura diversa tutti i paesi dell’Est Europa e anche l’Europa occidentale, facendo volgere l’occhio al passato. A quella Europa felix che rischia di scomparire, travolta dalla globalizzazione e da un’orda di migranti che invade il continente, compromettendone alla base identità etnica, religiosa e linguistica, che stravolge le tradizioni e il costume, che introduce un pluralismo colturale e religioso che snatura i caratteri distintivi. Fenomeni che spingono l’Inghilterra profonda a sottrarsi al caos continentale ricorrendo alla Brexit nell’illusione di evitare l’esser travolta.
Per questa strada l’Europa si ammanta dei fantasmi della storia, si richiude in se stessa, e va a cercare le ragioni delle differenze piuttosto che quelle dei comuni interessi dei singoli paesi, presentandosi divisa sul mercato mondiale, a confrontarsi con i due giganti economici di questa era: Cina e Stati Uniti. Il primo paese ancora sponsor della globalizzazione dei mercati che vede nello spazio illimitato per il suo commercio lo strumento per affermare come sistema paese la sua egemonia; il secondo che utilizza una forma di sovranismo autarchico, nell’illusione di essere ancora il paese che domina gli scambi internazionali e l’economia mondiale. Così analizzato il sovranismo si pone come un modello di gestione della fase economica internazionale caratterizzato dall’instabilità dei mercati, dall’incertezza degli scambi, da un mercato del lavoro non governato, da una ricerca del profitto che fa dei disinvestimenti programmati e del decentramento produttivo gli strumenti per la competizione sui mercati.

Il sovranismo in chiave islamica

A ben guardare non è estranea anche all’insieme dei paesi islamici, o almeno alla grandissima parte di essi, la tentazione di usare la religione quale strumento di governo della fase economica e come mezzo attraverso il quale controllare l’esercizio del potere. Ma del sovranismo questi Paesi danno una lettura che declina gli identici valori di ricorso alla tradizione, all’identità etnica e culturale, alla religione, con effetti regressivi sullo sviluppo delle relazioni sociali che si produce in forme peculiari diverse: il fondamentalismo, ovvero il richiamo della tradizione pura nella lettura rigida del messaggio del profeta; quella della versione tradizionale, ma sociale dell’islam, anche in questo caso inteso come epoca felix nella quale la riproposizione della tradizione e dei valori islamici è vista come componente della dottrina sociale e del patrimonio valoriale della società (fratelli musulmani e simili); quella nazionalista e identitaria che usa i valori tradizionali come baluardo difensivo contro la modernità e utilizza questa lettura come antidoto alle degenerazioni proposte dal mondo occidentale e dal colonialismo per rifiutare i valori e i modelli di vita occidentali.

Le tante facce dell’insicurezza sovranista

A ben guardare tutte queste forme che oggi definiamo di sovranismo rappresentano una forma di conservatorismo regressivo sulla base dell’idea di fondo una società organizzata non può sfuggire all’iidea stessa di autorità, di gerarchizzazione, di ordine: La natura umana va temperata dal comandamento divino perchè l’uomo e soprattutto la donna nascono imperfetti: è compito di Dio mettere ordine nelle cose, ripristinare l’armonia e restituire ad ognuno un ruolo nella vita terrena le cui sofferenze avranno una compensazione trascendente nel paradiso o nella reincarnazioni per significare che uguaglianza e felicità non sono di questo mondo. L’obiettivo di tutto questo è negare che gli uomini e le donne nascono uguali, che gli uomini e le donne non sono uguali. A temperare queste disuguaglianze è solo la carità nelle sue varie, forme gestita e voluta da Dio a seconda della religione condivisa. Ciò che viene attaccato alla radice è il principio stesso di uguaglianza, il suo declinarsi nelle azioni, il suo articolarsi nelle politiche sociali, nell’affrancamento dallo sfruttamento, nell’uguaglianza dei diritti, nel superamento delle differenze di genere nel loro amarsi liberamente, nel gestire la propria vita e la propria morte.
Una prova?
Provate a declinare i valori del sovranismo in ognuno di questi temi e avrete la risposta e la verifica!

Gianni Cimbalo