TTIP verso la Calenda greca

Che l’ambizioso Trattato Transatlantico di Partenariato per gli Investimenti (in Inglese la sigla è TTIP) vada incontro a un non ben determinato rinvio rispetto alla prevista scadenza di fine anno, è ormai voce corrente; e ciò nonostante la recente visita di Obama in Europa volta proprio a sollecitare i governanti europei ad accelerare le procedure di approvazione per ottenerne la sigla prima della scadenza del proprio mandato.

Le cause del ritardo

Molteplici sono le motivazioni che rendono ragione del ritardo e del procrastinarsi sine die della ratifica del trattato. Ci sono cause tecniche, che molto preoccupano gli USA. Una volta firmato l’accordo esso dovrà ricevere l’approvazione di tutti i Parlamenti degli Stati europei (28), con situazioni nazionali e politiche molto diverse tra loro. Tra l’altro ancora molte parti dell’articolato trattato devono essere definite tra le parti.

Ci sono anche motivi intrinseci al trattato stesso. Per fare un esempio tra i più rilevanti, a luglio scorso, il neo presidente della Commissione europea ha annunciato di rifiutare ogni accordo sull’ISDS (la sigla sta per Investor-State Dispute Settlement, ovverosia Risoluzione delle controversie tra investitore e Stato), una clausola fortemente voluta dagli Stati Uniti. In sostanza, nel caso in cui le compagnie che investono in un determinato paese ritengano che alcune legislazioni nazionali siano in contrasto con i loro interessi e nuocciano ai loro investimenti richiedono un arbitrato internazionale che decide sulla questione: le deliberazioni di questo tribunale privato si impongono sulle eventuali pronunzie sia dei giudici nazionali e internazionali, sia dei Parlamenti.

 

 

 

 

 

 

Il collegio giudicante è composto da grandi avvocati di diverse parti del mondo (se ne contano non più di trenta) che si costituiscono in corte arbitrale decidendo sulle questioni poste con effetti vincolanti per i sottoscrittori del Trattato.  Questa clausola già in vigore tra alcuni Stati permette agli avvocati delle multinazionali di agire contro le legislazioni nazionali, creando pesanti interferenze sulla sovranità dei singoli Stati e in questo caso della stessa Unione Europea. [ Per l’esemplificazione di alcuni casi eclatanti si veda: Giorgio Garbasso: ISDS: l’arma delle multinazionali contro la sovranità degli Stati, [http://goo.gl/dhkxHg] Esistono, infine, anche molteplici motivi politici. Il profilarsi del raggiungimento dell’accordo, anche grazie alla pubblicazione di carte che avrebbero dovuto, nelle intenzioni dei negoziatori, restare confidenziali, ossia riservate, hanno suscitato allarme nell’opinione pubblica e hanno favorito il nascere di una forte corrente di pensiero che si oppone alla sua ratifica. Esiste uno scambio di missive tra Ignacio Garcia Bercero, capo dei negoziatori per il TTIp dell’UE, e L Daniel Mullaney, analogo per gli USA, che si accordano sulla riservatezza dei documenti relativi al Trattato, alla loro conservazione ed al loro pubblico trattamento.

Joseph Stiglitz – premio Nobel per l’economia nel 2001 di nazionalità statunitense. Ha dichiarato: “Un’altra cosa che l’Europa non deve fare è sottoscrivere il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (TTIP). Un accordo di questo tipo potrebbe rivelarsi molto negativo per l’Europa. Gli Stati Uniti, in realtà, non vogliono un accordo di libero scambio, vogliono un accordo di gestione del commercio che favorisca alcuni specifici interessi economici. Il Dipartimento del Commercio sta negoziando in assoluta segretezza senza informare nemmeno i membri del Congresso americano. La posta in gioco non sono le tariffe sulle importazioni tra Europa e Stati uniti, che sono già molto basse. La vera posta in gioco sono le norme per la sicurezza alimentare, per la tutela dell’ambiente e dei consumatori in genere. Ciò che si vuole ottenere con questo accordo non è un miglioramento del sistema di regole e di scambi positivo per i cittadini americani ed europei, ma si vuole garantire campo libero a imprese protagoniste di attività economiche nocive per l’ambiente e per la salute umana.”  [http://goo.gl/YVjQDC] Questo orientamento delle popolazioni è più avvertito in Germania e ciò pone i governanti, in vista degli appuntamenti elettorali, in una posizione più guardinga e meno supina nell’accettazione di un accordo che favorisce spudoratamente le esportazioni statunitensi verso l’Europa e non vede un’adeguata contropartita per i paesi del continente. La recente pubblicazione di altri documenti riservati ha suscitato vive reazioni anche nel Governo francese che ha minacciato di non ratificare l’accordo per come si sta profilando, [Cfr.: https://goo.gl/xSNJfd].    Come non concordare con le preoccupazioni che emergono? Basti un solo esempio.

Articolo 8 L’eliminazione delle misure di controllo ridondanti 1. Le Parti riconoscono l’un l’altro autorità competenti come responsabile per assicurare che gli stabilimenti, impianti e prodotti che possono beneficiare di esportazioni soddisfano i requisiti sanitarie o fitosanitarie applicabili della parte importatrice. 2. La parte importatrice riconosce gli stabilimenti o impianti che sono stati autorizzati elencati dalla parte esportatrice senza ri – ispezione, certificazione di terze parti o qualsiasi altro , ulteriori garanzie”. [Dal testo ufficiale della proposta di accordo formulato dalla UE per la trattativa relativa al TTIP: http://goo.gl/I11KRQ] Chiunque sa bene che gli standard di sicurezza e i controlli di non nocività dei farmaci immessi sul mercato degli Stati Uniti sono molto meno garantisti per la salute pubblica di quanto non lo siano le analoghe verifiche europee. Gli esempi si potrebbero moltiplicare se prendessimo in esame i vari settori previsti dal Trattato.

E l’Italia?

In questa situazione l’approccio del Governo Renzi è per lo meno curioso. Eclissata la Guidi dal Ministero dello Sviluppo Economico, il posto vacante è stato assegnato a Carlo Calenda. Costui era da pochi mesi stato catapultato quale ambasciatore presso la UE, e la sua richiamata in patria ha dato un segno inequivocabile di quanto il nostro Esecutivo tenga alle buone relazioni diplomatiche con la Commissione e quale sia il concetto relativo alla loro stabilità.

Ma il problema che ci riguarda è un altro. Appena nominato il neoministro ha subito ribadito le sue posizioni filo TTIP, già ben note. Occorre approvare e presto il Trattato, anche se le motivazioni relative ai benefici che ne ricaveremmo sono tutt’altro che ben chiare. Ma il suo zelo non si è fermato alla sola enunciazione della bellezza dell’accordo incipiente, è andato molto più oltre; preoccupato delle lentezze burocratiche dei singoli Stati ed in evidenti ambasce per la possibilità che qualche Stato possa invalidare la ratifica del Trattato, Calenda si è fatto promotore di una proposta di specchiata fedeltà democratica: ratificare il Trattato anche se qualche paese dovesse bocciarlo. [http://goo.gl/c6ixxF] Ma il cuore del PD renziano batte all’unisono, Alessia Mosca, membro del Parlamento Europeo e della Commissione per il Commercio Internazionale, si spende, anch’essa, per una sollecita approvazione e le motivazioni sono molto stringenti. Alla domanda del giornalista: “Gli standard americani sulla sicurezza alimentare sono molto diversi dai nostri.”, la risposta è inoppugnabile: “La deregolamentazione già c’è. E oggi gli Stati Uniti sono liberi di produrre quello che vogliono seguendo solo le loro regole. Noi vogliamo solo che chi fa buoni prodotti sull’altra sponda dell’Atlantico sia libero di venirli a vendere anche qui.

Contro il Ttip si sono mosse ondate di movimenti no global a cui si sono aggregati movimenti di protesta che insistono proprio sulla cessione della libertà personale, ma non c’è alcun rischio.” Seguiamo, nei limiti delle nostre poche possibilità, la logica moschesca. Allora, la deregolamentazione c’è già, perché gli Stati Uniti la applicano e quindi basta che noi importiamo solo cibi di qualità, in base a quale filtro non è dato sapere. Il ragionamento non fa una piega, così che possiamo sentirci tranquilli e rassicurati dall’affermazione che i rischi non sussistono: Mosca garantisce. Quindi zitti e mosca.

Resta il fatto che il nostro governo è quello più subalterno agli interessi statunitensi, battendo la stessa Gran Bretagna; e le sue scelte non fanno altro che confermare che esso è strumento cieco delle volontà delle multinazionali.

Saverio Craparo