La Sinistra perduta

Il crollo del muro di Berlino e la fine dell’Unione Sovietica tra i tanti effetti non hanno prodotto solo la crisi dei partiti comunisti ma anche quella dei partiti socialdemocratici d’occidente che hanno iniziato a guardare al neo liberismo come l’alternativa ideologica alla loro crisi identitaria. Emblematica a riguardo è stata la scelta del Labor Party  che è stato travolto dal blairismo che è sembrato essere per il capitalismo la carta da giocare per coprirsi a “sinistra” dopo le distruttive politiche thatcheriane. Il suo temporaneo successo, la conquista del potere ha spinto tutti gli altri partiti socialisti e i pentiti del comunismo ad allinearsi alle scelte neoliberiste imboccando una strada che li ha portati a quel mutamento genetico che è alla base della crisi di oggi. 

Così la classe operaia e i ceti subalterni hanno visto progressivamente smantellati quegli istituti di garanzia che avevano costruito nel ciclo precedente. La distruzione  di ogni istituto di tutela è stata ed è lenta e progressiva, tanto che non si è ancora conclusa non a causa delle resistenze che la classe operaia è stata in grado di opporre, ma per il fatto che le conquiste raggiunte erano ampie e profonde.  L’attacco padronale, condotto soprattutto dal capitalismo finanziario, è stato sempre più radicale e profondo e si è esteso alla classe media distruggendola, per la necessità di minare alla radice ogni possibilità di alleanze tra questa e la classe operaia, realizzando così la concentrazione della ricchezza nelle mani di una percentuale sempre più bassa di persone, tanto che oggi potere e ricchezza sono nelle mani dell’ 1% della popolazione nei paesi a più alto sviluppo. 

Nell’avvio del nuovo ciclo economico il capitalismo ha potuto apportare alcune significative modifiche all’idea che aveva degli strumenti istituzionali della gestione della società, eliminando la democrazia parlamentare di stampo liberale, rafforzando gli esecutivi, restringendo la base sociale di sostegno compatibile con la detenzione e il controllo del potere a un 25 % della popolazione partecipante al gioco politico parlamentare. Così facendo ha applicato alle istituzioni la regola relativa alla gestione delle imprese che permette anche al gruppo detentore del 25% del capitale di mantenerne il controllo attraverso gli assetti societari.

Il calo della partecipazione al voto, si è diffuso in tutti i paesi che furono di democrazia liberale e oggi una quota intorno al 50% degli aventi diritto al voto consegna al 25% del corpo elettorale, attraverso il varo di opportune leggi elettorali maggioritarie, il controllo delle istituzioni, rafforzato dall’esautoramento dei Parlamenti e da una concentrazione dei poteri nelle componenti burocratiche e “tecniche” degli apparati di governo, attuando una verticalizzazione dei processi decisionali che ha come obiettivo l’esautoramento completo e permanente di ogni interferenza da parte dei governati.  Si veda a riguardo l’analisi relativa al TTIP, nelle altre pagine, che se attuato affiderebbe a una conventicola di avvocati, arbitri internazionali e grandi burocrati la regolamentazione del mercato e il supremo governo dell’economia e quindi della società.

Di fronte a questo processo di trasformazione quelli che furono i partiti socialisti e progressisti non possiedono alcun strumento di difesa. ma si propongono anzi come i gestori del cambiamento e gli agenti esportatori e realizzatori della nuova strategia di governo. Ne è prova la recente alleanza tra Renzi e François Hollande costruita intorno alla riforma delle leggi sul lavoro e alla lotta contro la classe operaia per imporre la precarizzazione e una politica di sostegno alla concorrenza mediante bessi salari e riduzione di ogni tutela sociale. Lo sviluppo di questi processi, guidati anche dall’Unione Europea, è sempre più chiaro ed evidente anche in Italia e sta alla base non solo della crisi profonda delle istituzioni comunitarie, ma spiega anche la crisi del modello istituzionale italiano rispecchiata dalle riforme costituzionali del nostro paese che dovrebbero sanzionare la completa adesione a questo processo di trasformazione delle istituzioni tutte.

 La risposta della destra

 

            L’affermarsi di questo modello trova anche una risposta nelle forze conservatrici, in quelle nazionaliste, e nei ceti e nelle classi spaventate dal cambiamento. Partiti e movimenti di destra sollecitano una risposta xenofoba al problema della globalizzazione dell’economia e della società, contrastando il fenomeno migratorio in quanto elemento visibile e percettibile di questa mondializzazione dello spazio economico e istituzionale, appellandosi alle identità nazionali, linguistiche, religiose, culturali, illudendo le popolazioni sulla possibilità di una ipotesi regressiva dello sviluppo dei fattori economici, quasi che fosse possibile affrontare la complessità della trasformazione in atto negando le linee di sviluppo del mercato capitalistico e la stessa evoluzione dell’economia e la quarta rivoluzione industriale alle porte che si fa forte dello sviluppo della digitalizzazione e dell’informatizzazione dei processi produttivi.

Forze e partiti di sinistra riformista sono a loro volta subalterni a questa strategia, rispetto alla quale si propongono in alternativa come gestori di quelle stesse politiche, inventandosi grandi coalizioni o trasformando ulteriormente la loro composizione genetica e divenendo formazioni politiche centriste, come il caso del PD in Italia. Non c’è dubbio alcuno che queste considerazioni conferiscono una qualche “nobiltà” all’attività di governo renziana (bosco-verdiniana), ma occorre tener presente che le grandi strategie vengono poi condite dai meschini intrallazzi e dalle misere truffe di provincia della Banca Etruria e del Credito Fiorentino che lasciano in mutande i piccoli correntisti e il risparmio popolare. Accanto alle grandi strategie ci sono sempre gli avvoltoi che provvedono a ripulire il terreno del banchetto che vede come commensali le grandi banche i gruppi finanziari e i detentori effettivi del potere.

            E tuttavia questi episodi sono utili per capire che le strategie complessive che riguardano la gestione planetaria dell’economia e la crisi generale delle istituzioni rappresentative sono parte di un fenomeno complessivo che ha alla base il rafforzamento dello sfruttamento e le singole specifiche vite delle persone, non a caso colpite nei loro interessi. Quindi, se non altro che per questo motivo dovremmo tutti attivarci per contrastare un fenomeno che non è solo criminale, ma frutto di una strategia complessiva di spremitura degli interessi di ognuno a vantaggio di pochi. In fondo gli agenti di questa trasformazione istituzionale, i servi consapevoli del capitalismo internazionale hanno pur bisogno di avere delle pecore da tosare, trovandosi nello stesso rapporto che legava nel secolo appena trascorso le potenze coloniali alle borghesie nazionali nello sfruttamento dei popoli del terzo mondo.

 

La mondializzazione del dominio del capitale finanziario. L’alternativa latino americana.

 

             Il processo di trasformazione appena descritto ha dimensioni globali e sta portando alla chiusura progressiva degli spazi pur limitati e timidi che si erano aperti. In particolare appare sotto attacco l’area dell’America Latina nella quale si erano affermati alcuni governi di sinistra e si era prodotto un fenomeno di crescita economica e un tentativo di almeno parziale autonomia con la messa in proprio di forze di sviluppo che puntavano al miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro delle classi subalterne. Oggi vediamo invece il Brasile soccombere all’attacco della politica delle multinazionali che si stanno impossessando di uno dei paesi dotati del maggior numero di materie prime e che attraverso l’acquisizione del suo controllo proiettano la loro ombra sui paesi andini sul Venezuela e su Cile e Argentina.

Certo i ceti dirigenti di questi paesi, anche i leader dei partiti di “sinistra”, non sono esenti da colpe e responsabilità e spesso hanno cercato l’arricchimento personale e utilizzato il governo della cosa pubblica a propri fini, Ma quello che va in crisi con loro è quel generoso processo di rinnovamento che trovava espressione a livello istituzionale nelle nuove Costituzioni di Ecuador e Bolivia dalle quali emergeva la volontà di rifondare questi ordinamenti secondo un modello di sviluppo sostenibile e solidale, alternativo a quello egemone occidentale e in linea con il sistema di pensiero proprio delle popolazioni indigene. Gli aspetti più originali dei due testi costituzionali fanno riferimento ai richiami alla cosmovisione andina, e hanno come obiettivo l’esistenza in armonia con la collettività e con la natura, dove la sfera privata e quella comunitaria, la sfera materiale e quella spirituale, sono concepite come interdipendenti. L’obiettivo era quello di condurre in nome del buen vivir  una battaglia contro le multinazionali nella quale la difesa, ad esempio, dell’acqua rappresentava un diritto umano inviolabile.

L’obiettivo era quello di poter finalmente riscrivere il contratto sociale fondamentale, riconoscendo per la prima volta al mondo «i diritti della Natura» in quanto tali e ponendo alla base la pluri nazionalità e la condivisione di valori come l’inclusione sociale a di la’ dell’appartenenza etnica, l’equità, la tutela della biodiversità e delle risorse naturali, che comprende natura e ambiente, patrimonio naturale ed ecosistemi, suolo; acqua; biosfera, ecologia urbana ed energie alternative. Tutti valori e concetti che declinano  il contenuto dei diritti del buen vivir, imponendo obblighi allo Stato, manifestando in questo modo le priorità politiche di una società solidale. Come si vede ce n’è abbastanza per una riflessione ampia e articolata  sulle strade intraprese per contrastare le politiche neoliberiste e i loro effetti, mutando completamente e in modo radicale l’approccio alla ricerca di una nuova strategia, di nuovi valori per i quali combattere e vincere.

Questo tentativo di rinnovamento, di costruzione di una nuova strategia si comprende ancora di più se si pensa che invece i vecchi partiti – divenuti ormai “sinistri” – hanno accettato e fatto proprie alle politiche di risanamento e stabilità del bilancio, perseguite non solo attraverso l’adozione di misure per combattere l’evasione fiscale, ma anche riducendo le prestazioni sociali erogate ai cittadini,. Ci riferiamo ai partiti che in Europa dicono di sostenere politiche di sinistra come fa il PD.

I loro programmi fanno proprie le misure tipiche  neoliberiste, consistenti in interventi volti a migliorare la competitività, riformare il lavoro deprivando di diritti i lavoratori e smantellando il settore dei servizi pubblici, anche mediante interventi strutturali di riforma del sistema dei trasporti e dell’amministrazione della giustizia, nella convinzione che tali misure finirebbero per potenziare l’attività economica, conformemente ai dogmi della dottrina neoliberista. Questa analisi dimostra che la via di uscita dalla crisi economica in atto è irrealistica e le scelte adottate sono  perfettamente e integralmente succubi della politica neoliberista, tanto che gli interventi cosiddetti strutturali si sono risolti in una omologazione a una gestione dello Stato e della sua funzione, propria dei grandi gruppi finanziari che dominano l’economia internazionale. 

A soccombere è stata l’idea stessa di Stato sociale e l’ampiezza e la portata dei diritti in uno Stato democratico. L’assenza di ogni attenzione verso i beni comuni e la loro tutela, la mancata individuazione di un “nocciolo duro” di principi da difendere ci fa dire che l’effetto di queste scelte è fortemente recessivo sul piano della tutela dei diritti, al punto che l’insieme dei valori fondanti compatibili con il quadro culturale di riferimento e in particolare i valori di eguaglianza, libertà e solidarietà, ne risultano mortificati, ponendo una pesante ipoteca sulla persistenza dei valori fondanti della sinistra.

 

Progettualità e conflitto sociale

 

Occorre dunque una ridefinizione dei principi fondanti delle forze di sinistra, siano esse riformiste o rivoluzionarie. Esse possono considerare il messaggio che viene dall’America Latina terzomondista e inadeguato ai paesi europei e al Nord America, inadatto forse ad altre parti del mondo che si muovono a partire da una cultura diversa, a volte prigionieri di dogmi religiosi e di visioni sociali a queste riconducibili, e che comunque si muovono nello schema della privatizzazione delle strutture di sostegno sociale, come molta parte dei paesi islamici, in un’ottica si concorrenzialità integrata con il modo di produzione capitalistico, oppure devono confrontarsi con la strategia cinese della crescita continentale che utilizza una nuova forma di imperialismo, ecc.

Comunque sia c’è bisogno di riproporre scelte economiche di tipo keynesiano, supportate da nuovi valori che comunque trovano nell’individuazione dei beni comuni da difendere la ragione portante dell’agire sociale. Qualche timido passo in questa direzione si intravede in alcuni segni, come il rinnovato interesse di una parte dell’elettorato di Bennie Sanders negli Stati Uniti, nell’elezione a leader del Labour Party di Jeremy Corbyn, nell’accordo tra Podemos e Izkierda Unita in Spagna, nella spaccatura all’interno dei socialisti austriaci e nelle lotte sociali in Francia contro la legge El Khomri (versione francese dello Jobs Act).

Si dirà fenomeni sparsi e scoordinati e questo è vero; siamo ancora lontani da una vera acquisizione di consapevolezza, ma quel che non possiamo fare è delegare a spezzoni dei partiti riformisti, alle frange superstiti delle vecchie aggregazioni politiche della sinistra parlamentare il compito di una nuova progettualità politica e quello di prendere le redini della risposta all’attacco capitalistico, che, lo ricordiamo, ha dimensioni globali.

Non si tratta di riproporre politiche del novecento, ma di tirare le fila di questa generale ricerca di nuovi valori per costruire un nucleo di riferimento in base al quale articolare strategie credibili e percorribili che non possono che investire il mondo intero, stante il livello dello scontro che è globale. E’ in gioco non solo la capacità di analizzare quello che sta avvenendo nei diversi scenari, settore per settore, ma occorre tracciare strategie alternative di azione sul piano economico istituzionale e politico.

Si tratta di uno sforzo immane che coinvolge non solo i partiti e le forze di sinistra parlamentare, ma anche e soprattutto quelle rivoluzionarie – e l’anarchismo tra queste – che sono ancora più in ritardo, se possibile, dopo essersi lasciate sfuggire l’occasione di una profonda riflessione durante gli anni settanta del secolo scorso, e dopo essere state incapaci di mettere in campo proposte costruttive e alternative di organizzazione sociale.

Sono tante le tematiche sulle quali occorre riposizionarsi e vanno dal concetto di natura e di sviluppo sostenibile per poi passare alle ragioni e gli strumenti di una economia paritaria e collaborativa, all’accettazione della dimensione globale della circolazione della forza lavoro e alla definizione di regole comuni per l’emancipazione dallo sfruttamento, per una strategia di tutela della sanità di tutti e per la gestione della malattia anche terminale, per la gestione dell’invecchiamento e dell’assistenza e la solidarietà verso i diversamente abili, per condizioni e età, per la gestione dei rapporti interpersonali tenendo conto delle differenze di genere, e il catalogo potrebbe e dovrebbe essere molto più ampio.

Quel che conta sono comunque i valori fondanti, le direttrici di azione che non possono prescindere da valori quali l’uguaglianza, la solidarietà, la libertà, la cooperazione e perciò grande importanza riveste il ruolo delle istituzioni che non possono che essere condizionate dai limiti da porre alla delega, alla democrazia di mandato, al ruolo non professionale della politica e in buona sostanza a un’analisi attenta delle strutture di potere da porre al servizio della società.  In questo nuovo contesto la battaglia per una economia solidale che liberi l’umanità dal bisogno ripropone la necessità della lotta senza quartiere nei confronti dei potentati economici esistenti, contro il capitale finanziario che continua a stritolare le capacità di vita di tutti gli esseri umani.

Un invito alla riflessione, dunque, che cercheremo di accogliere e sviluppare noi per primi.

Gianni Cimbalo