Con il massacro della redazione di Charlie Hebdo e i fatti ad essi collegati, si è aperto un nuovo fronte nel confronto militare tra occidente e mondo islamico che, benché alimentato dalla guerra aggressiva condotta dagli Stati Uniti nel mondo arabo per il controllo delle fonti di produzione del petrolio e per motivi strategici che ha visto nel tempo gli USA finanziare e armare il terrorismo a seconda delle convenienze, porta ora in campo anche lo scontro interno al mondo arabo per la leadership religiosa e politica in questi paesi.
Sul punto rimandiamo ai ripetuti articoli pubblicati su questa rivista1 ma al di là del conflitto interno all’Islam e delle ragioni economiche che sottostanno alle guerre in atto in medio oriente l’attentato di Parigi da parte di francesi educati e cresciuti nel paese dove sono nati dimostra il fallimento del modello d’integrazione adottato dalla Francia. Questo modello ha come obiettivo dichiarato. l’assimilazione di tutti coloro che abitano il territorio francese, i quali dovrebbero uniformarsi ai principi della Repubblica, subendo il fascino delle parole d’ordine fondative del patto costituzionale di libertà eguaglianza e fratellanza. E’ come dire che una volta adottati i modelli proposti, le tradizioni, i comportamenti sociali – quasi che andare in giro con la baghette avvolta sommariamente in un pezzo di carta faccia di chi assume questo comportamento un francese. A guidare il cittadino in questo percorso di inculturazione c’è la laicità, intesa come divieto di ostentazione di simboli religiosi identitari nei luoghi pubblici, come argine al proselitismo.
L’edificio è apparentemente perfetto se non che la libertà assicurata a coloro che risiedono sul territorio della Repubblica, benché cittadini, è scarsa, soprattutto a causa della diversità delle condizioni economiche e di opportunità di mobilità sociale delle diverse componenti della popolazione. Questa differenza è del tutto evidente e resa plastica e palpabile dalla distribuzione degli abitanti sul territorio. Le classi sociali emarginate sono relegate nelle banlieue, dove i francesi borghesi o quelli dei ceti medio-alti non entrano nemmeno, dove domina la disoccupazione, e l’emarginazione sociale; nel mentre esistono quartieri “bene” recintati, esclusivi e sorvegliati da vigilanti privati. Questi dati di fatto fanno a pezzi l’idea stessa di fraternità, di solidarietà tra i francesi delle diverse classi sociali e rendono un vaniloquio tutte le chiacchiere sul principio di uguaglianza, con il risultato che non c’è nulla, nessun valore, nessuna idea condivisa di società – intesa come compagine sociale con caratteristiche unitarie – alla quale guardare.
Il limite principale del modello francese di multiculturalità consiste nel fatto che gli standard per una completa integrazione, economica e sociale nel tessuto della società sono ancora molto alti, e ciò favorisce maggiormente gli autoctoni. Infatti, nonostante l’impegno delle istituzioni a promuovere il distacco dalle comunità di origine, il numero di stranieri in grado di raggiungere un’adeguata indipendenza da questi veri e
propri ghetti è ancora troppo basso. Solo un numero limitato di individui di origine nord e centro-africana riesce a raggiungere, infatti, uno stile di vita assimilabile a quello delle élites francesi, e cioè solo quegli individui dotati di particolari talenti, che partecipano e vincono basandosi su regole del gioco non fissate da loro. La maggioranza degli africani d’origine, anche se nati in Francia, rimane in condizioni di vita decisamente inferiori a quelle della maggioranza autoctona. Così il sogno francese di uguaglianza nella libertà e nella fratellanza si frantuma e lascia un vuoto colmato oggi come ieri dalle religioni che promettono una vita migliore dopo la morte invece che dalle lotte per l’emancipazione sociale nella vita di ogni giorno.
Il frutto malato della fine delle ideologie
Il patto di convivenza poteva funzionare nella misura in cui operavano nella società forze e movimenti, partiti e sindacati che si organizzavano in vista di modificare la società ora e subito, un modo da dare almeno una speranza di trasformazione nella direzione dell’attuazione dei principi sociali della Repubblica, ( il motto ufficiale della repubblica è liberté fraternité egalité almeno formalmente!), ma queste presenze sono state considerate troppo pericolose dalle classi sociali dominanti, le quali hanno condotto in Francia come nel mondo una guerra di classe per disarticolarne le organizzazioni di classe, distruggere ideologie e idee forza, creare la palude immobile e nauseabonda dove prima c’era vivacità e vita sociale che costituisce il motore stesso dell’evoluzione. Da e su questa crisi si innesta il ritorno del religioso, come fuga nell’irrazionale e nel sogno, come trasposizione della speranza in un altro mondo, in un’altra vita, che non soffre i condizionamenti di quella di ogni giorno. Se questo è l’obiettivo, varcare le soglie del paradiso promesso, è anche giusto immolarsi, soffrire e morire per esso.
Come tutti i sogni e i messaggi irrazionali e messianici c’è bisogno del sacrificio che sarà ricompensato in un’altra vita, occorrono martiri ed eroi, è necessaria l’ordalia del sangue, questa volta consumata non come sacrificio simbolico per ricordare il figlio di dio, ma come fatto reale, attraverso la somministrazione della morte ad altri esseri umani.
Sta qui la ragione profonda delle adesioni al terrorismo, degli attentati sanguinari: come si vede un Islam motivato nel profondo da ragioni tutte occidentali, tutte francesi, frutto perverso di una società ineguale e classista, che ha rifiutato il concetto stesso di evoluzione attraverso la ragione, di sviluppo di un progetto di uguaglianza sociale che passava dalla valorizzazione dell’apporto individuale di ognuno in questo mondo e non nel trascendente. Ora la Francia si guarda allo specchio senza capire e cerca la risposta nell’islamofobia: troppo tardi!
La rinascita del “religioso” è un fenomeno con il quale bisogna fare i conti e non bastano i vecchi arnesi della laicité de combat e tanto meno l’inasprimento delle politiche repressive o il coordinamento delle intelligence. Ci vuole un progetto politico-sociale che non c’è e gli strumenti vanno attualizzati.
Modello inglese e modello francese
Né si tratta solo di un problema francese perché anche le politiche di integrazione adottate in Inghilterra sono fallite, prova ne sia l’alto numero di adesioni alla jihad islamica di persone nate, cresciute ed educate in questo paese. Nel caso dell’Inghilterra siamo al cospetto di una differente interpretazione dell’idea di eguaglianza. Il modello francese pone l’accento sull’eguaglianza dei soggetti, quello inglese sull’eguaglianza tra le culture. Il fatto è che il modello francese privilegia le libertà individuali, non riconosce un ruolo politico all’appartenenza etnica. Pertanto il diritto di cittadinanza e di partecipazione politica rimane una prerogativa individuale, che appartiene al soggetto, indipendentemente dalle sue origini e dal radicamento sociale, dalle tradizioni culturali o religiose.
L’atteggiamento del governo britannico nei confronti delle comunità etniche è caratterizzato invece dal rispetto delle loro prerogative e delle tradizioni culturali. Le istituzioni favoriscono la formazione di comunità, richiamandosi ad un’ideale armonia razziale e ad un trattamento paritetico delle minoranze. L’idea di base che fa da sfondo all’architettura istituzionale del modello britannico e che definisce le finalità della politica di riconoscimento da esso adottata si fonda su un’idea di società nazionale, quale entità plurali, composte da unità differenti – microsistemi – che entrano in rapporto con lo Stato. Il governo britannico incentiva l’istituzionalizzazione dei gruppi etnici e religiosi attraverso l’attribuzione di risorse politiche ed economiche. Così facendo finisce per aumentare le distanze tra le comunità, riducendo le possibilità di
dialogo ed escludendo dalla partecipazione al confronto politico tutti coloro i quali non sono in grado di esprimere un proprio rappresentante. Si riconosce un grande potere, all’interno dei gruppi alla fazione maggioritaria o a quelle in grado di esercitare un qualche dominio sulle altre, accentuando così le differenze anche all’interno delle stesse comunità e mortificando, fino ad annullarle, le minoranze. Tutti coloro i quali non si riconoscono nella voce dei rappresentanti della comunità pubblicamente riconosciuti dal governo, di fatto, non hanno alcun ruolo politico. Ne viene che nel microcosmo comunitario che vive ghettizzato ed assediato, si sviluppano rancori e rivalse che alimentano il fondamentalismo religioso.
Sfugge comunque sia ai francesi che agli inglesi il fatto che la stragrande maggioranza degli immigrati è costituita da individui uniti in famiglie, reti di parentele o alleanze provvisorie, costituite in base alla provenienza geografica e non da un collante identitario a base nazionale. La loro organizzazione collettiva, oltre ad essere scarsa, è generalmente limitata a fini economici, lavorativi, culturali, religiosi, senza finalità politiche rivendicate pubblicamente e rese esplicite. La maggior parte di questi gruppi non mostra, almeno pubblicamente, un interesse e un impegno finalizzato a mantenere la propria identità collettiva e a richiedere un’autonomia di gruppo con il risultato che la soluzione è vista da qualcuno di loro nella fuga, per combattere una guerra internazionale ovunque per la propria liberazione: la jihad. Non bisogna dimenticare poi che i migranti di questi due paesi – almeno per quanto riguarda la prima ondata – sono il frutto della dismissione dell’impero coloniale. Gli immigrati di prima generazione erano spesso soldati i quali hanno combattuto una guerra per procura per conto degli stati ospitanti, persone che hanno dovuto lasciare il loro paese per effetto delle trasformazioni politiche intervenute con la decolonizzazione, comunque tenuti ai margini della società ospitante.
Non è un caso che l’adesione alla jihad avvenga da parte di immigrati di seconda e terza generazione, gente che non ha mai visto il paese d’origine, piuttosto che dagli immigrati recenti. Tra costoro le centrali insurrezionaliste cercano di fare proseliti, utilizzando i convertiti di provenienza soprattutto borghese.
Non è un caso che l’adesione alla jihad trova proseliti minori in paesi come l’Italia, la Spagna, il Portogallo, la stessa Germania. Ciò avviene non solo perché è più ristretto il numero di immigrati e diversa è la politica di integrazione adottata. Ci si preoccupa di disperdere sul territorio i nuovi arrivati, fermo restando a riprova il fatto che dove non lo fa si creano episodi di contrasto e di rigetto, destinati ad aumentare proprio per la scarsa attenzione dedicata al problema.
Le società inclusive come antidoto alla mancata integrazione.
Per combattere la deriva del fondamentalismo religioso hanno scarsa efficacia le politiche repressive e le restrizioni alle libertà di tutti che, approfittando dell’occasione, i governi europei stanno preparando. Bisognerebbe incidere sulle condizioni di vita e di lavoro delle popolazioni, ricordando che il disagio sociale costituisce il brodo di coltura per ogni attività eversiva.
Dobbiamo prendere atto che la composizione delle popolazioni sul territorio è irreversibilmente cambiata e che perciò non si può fare finta che questo non sia accaduto. Lo sviluppo della convivenza sociale non procede più secondo una linea progressiva di inevitabile secolarizzazione, ma le maglie dell’integralismo religioso e politico si rafforzano, facendo spazio anche a posizioni politiche regressive. Il peso della destra politica in tutti i paesi d’Europa aumenta in modo considerevole, in Francia come in Ungheria, in Danimarca come in Germania e ciò non può che avvicinare lo scontro tra le diverse componenti della società. Esiste un solo modo per contrastare questa tendenza: ripartire dai territori proponendo e costruendo una gestione dal basso della società che sia genuinamente inclusiva.
Il primo passo in questa direzione è quello di attribuire gli stessi diritti a tutti coloro che risiedono sul territorio, facendo della presenza consolidata (a prescindere dal possesso formale della cittadinanza) strumento di riconoscimento del diritto alla partecipazione. In una parola il territorio e di chi lo abita! Un diverso sistema di gestione, anche sul piano istituzionale, dei territori è il solo modo di assicurare il coinvolgimento di tutti, riconoscendo il ruolo di interlocutori alle aggregazioni nate sui bisogni. Quindi gli immigrati, non come tali, in quota parte, ma al pari degli altri abitanti devono avere il diritto riconosciuto di partecipare alla gestione dei quartieri, del territorio, dei beni comuni, dei servizi, di essere negli organismi di rappresentanza nelle scuole ecc. Su questa esigenza ci siamo più volti soffermati e perciò in questa occasione pensiamo sia opportuno riflettere in questa occasione sul rapporto tra confessioni religiose e territorio.
Rinascita del religioso e territorio
Dobbiamo prendere coscienza che lo smarrimento in campo politico, l’assenza di alternative alla povertà e all’emarginazione non porta solo alla caduta della partecipazione elettorale, ma può avere come effetto una riviviscenza del fenomeno religioso da parte di chi vede la via di salvezza nel trascendente. Per combattere questa tendenza non tutto è risolvibile in termini di laicità e di secolarizzazione del bisogno religioso. Occorre offrire alternative concrete ripristinare la presenza sul territorio delle aggregazioni di classe ma anche ripristinare e sottolineare il ruolo delle istituzioni pubbliche che sono di tutti, rispetto a quelle religiose-
Ecco perché dobbiamo ricordare a tutti che l’appartenenza religiosa è un fenomeno individuale e che il diritto di credere non può essere negato alla persona ma non può tradursi in organizzazione politica, in partito. Da ciò consegue che certamente va assicurato il diritto di celebrare il culto pubblicamente, specificando che a garanzia di tutti quando ciò avviene deve essere fatto nella lingua del territorio.
I servizi sociali vanno garantiti a tutti, ma il sostegno pubblico, anche minimo, a quelli gestiti da privati e dalle confessioni religiose va assolutamente vietato, sia che si tratti di ospedali, case di cura o ospizi, sia che si tratti di scuola. L’intervento caritatevole non può essere strumento di proselitismo, tanto più se finanziato dallo Stato. Sul piano individuale e quindi su materie come l’abbigliamento o il cibo va garantita la libertà dell’individuo, ferma restando la riconoscibilità della persona. Ciò si traduce nella libertà di indossare il foulard, ma nel divieto di uso del niqab e del burqa in pubblico in modo da consentire la riconoscibilità della persona.
Ma se i provvedimenti legislativi di ricognizione della libertà religiosa sono necessari ancora di più lo è la propaganda ateista, la dissacrazione delle religioni, il richiamo alla razionalità, all’evoluzionismo. Dobbiamo fare dell’etica e dei valori laici il contraltare di quelli religiosi affrontando il rapporto con le organizzazioni religiose con tolleranza, ma anche con fermezza incrollabile, chi crede: Ma che Dio è un Dio che ha bisogno che almeno un uomo gli dica Dio mio?
Gianni Cimbalo
1 Centro studi Ucadi, Dossier fondamentalismo, “Newsletter”, 69, 7 ott. 2014, http://www.ucadi.org/images/stories/ucadi/pdf_nl/cp68.pdf; Siria: scontri nel mondo islamico e scontro mondiale, “Newsletter” 58, 19 sett 2013, http://www.ucadi.org/images/stories/ucadi/pdf_nl/cp58.pdf; Guerra d’Africa, “Newsletter”, 50, 20 genn 2013, http://www.ucadi.org/images/stories/ucadi/pdf_nl/cp50.