Il Premier inglese Boris Johnson chiude il Parlamento per 5 settimane, a dimostrazione che le istituzioni delle democrazie borghesi, soprattutto quelle che non hanno lavato i propri panni nella Rivoluzione Francese e non sono dotate di bilanciamenti di poteri tra gli organi costituzionali, sono deficitari nel garantire la libertà e la sovranità del popolo. Nel Parlamento – quello britannico – nel quale la regina, prima di entrare, deve far bussare alla porta il premier è un dittatore che fa e disfà, che esercita i poteri con spregiudicatezza e senza controllo al pari di quanto avviene nelle democrature inventate dai sovranisti.
In questo clima l’isola si prepara a buttarsi nelle braccia dei “coloniali” e a diventare il cinquantunesimo Stato dell’Unione, al pari di Puerto Rico, pagando il prezzo di un voto a favore della Brexit esercitato manipolando e condizionando ampiamente l’elettorato. Si celebra cosi l’atto finale del glorioso impero britannico diventato da colonialista…. colonia!
Tutto questo senza che l’opposizione abbia saputo opporsi, incapace di sciogliere il nodo tra avversione alle politiche liberiste dell’Unione considerate inamovibili e desiderio di politiche sociali favorite dall’ambito di azione nazionale e cadendo così nella trappola delle politiche liberiste che contraddistinguono l’economia americana. E ora…
Se ci sei,…
Corbyn ha battuto un primo timido tocco. Va riconosciuto al leader dei laburisti britannici il merito di aver scrostato il partito dai cascami del blairismo; ma rimane irrimediabilmente un inglese, convinto della autosufficienza dell’isola, partecipe del suo inutile orgoglio e quindi un “brexiter”.
Non contano per il popolo, ed anche per lui, i già evidenti guasti causati da questi tre anni di annunci della prossima uscita del paese dall’Unione Europea, non conta il fatto che le prospettive della fuoriuscita siano economicamente disastrose, non conta infine che una nazione la cui forza era l’essere il centro della finanza europea e non solo, stia perdendo rapidamente questo ruolo. Lui ha continuato testardamente ha perseguire una caduta del governo conservatore ed un nuovo turno elettorale, nonostante questa prospettiva sia stata vanificata per mesi. L’idea era quella che un nuovo governo laburista avrebbe potuto trattare una Brexit con un nuovo accordo con l’Unione, senza considerare che margini reali per una nuova trattativa non ve ne siano, come non esistono soluzioni alternative al problema del confine tra le due Irlanda. Per la prima volta ha accennato timidamente alla possibilità di un nuovo referendum, che ha lo svantaggio di poter vanificare tutto il lavoro passato e futuro, diminuendo il suo ruolo di mediazione.
Ma la verità è un’altra. Lungi dal creare una Gran Bretagna più forte e più protagonista nel panorama internazionale, Brexit creerà il 51° Stato degli Usa, misera appendice oltre oceano degli Stati Uniti; non a caso Trump è un fervido sostenitore della rottura tra Gran Bretagna ed Unione Europea. Ma d’altronde i legami tra l’isola e la sua ex colonia non si sono mai troppo allentati, soltanto che rispetto a due secoli e mezzo fa i rapporti di forza si sono ribaltati.
Il nostro capo dell’opposizione è comunque arrivato in ritardo. Supponendo di avere più
capacità degli altri di convincere l’UE ad un accordo più morbido. Ciò gli concedeva tempo fino a che il governo era in mano alla cammellona pasticciona, ma col nuovo primo ministro conservatore, un ottuso rinoceronte, i tempi si sono drasticamente ristretti ed ora la rincorsa è difficile e disperata.