Cosa c’è di nuovo – Iatevenne

Sembra che gli americani lascino le basi e se ne vadano portandosi via armi, bagagli e … atomiche.
Se fosse vero si potrebbe fare un’eccezione a quel che pensiamo ed erigere un monumento a Donald Trump che nel suo edonismo ne sarebbe soddisfatto. Dobbiamo alla NATO e alle basi statunitensi nel paese tutti gli attacchi alla Repubblica, a cominciare dal SIFAR (chi si ricorda del Sifar e del Generale De Lorenzo), all’organizzazione di Gladio, alle stragi di Stato, dei corpi militari parafascisti; ai finanziamenti statunitensi finalizzati alla rinascita del MSI e alla conservazione della fiamma sul cadavere del fascismo, in modo da mantenere vivo il fascino dell’uomo forte e i tentativi autoritari. Senza le basi statunitensi ci saremmo evitati l’omicidio impunito del 3 febbraio 1998, quando un aereo militare statunitense tranciò i cavi della funivia dell’Alpe Cermis, in Val di Fiemme (Trentino), facendo precipitare una cabina e causando la morte di venti persone, tra passeggeri e manovratore.
Dobbiamo ancora agli statunitensi la colonizzazione del maggior partito di opposizione, attraverso l’americanizzazione, ad opera dei “democratici“, del suo gruppo dirigente, al quale è stata fornita la copertura ideologica necessaria a superare il crollo della “chiesa” moscovita, inducendoli ad importare primarie ed altre amenità, come quella ben più pericolosa, costituita dalla privatizzazione delle istituzioni e dello Stato, il culto del mercato, che ha portato allo smantellamento delle partecipazioni pubbliche nell’economia, benché l’Italia, priva di capitali di investimento, avesse bisogno dell’intervento statale per crescere economicamente e garantire la permanenza nel paese di molte filiere produttive. Avremmo potuto fare a meno di deificare Mario Draghi per la svendita dei beni dell’industria pubblica, che ha condotto per conto della Goldman Sax; avremmo potuto evitare l’ingresso dei privati nell’erogazione dei servizi pubblici per fare profitto, smantellando lo Stato e l’economia sociale e consegnarlo il paese a un capitalismo di rapina.
Dovremmo e potremmo salutare l’abbandono delle basi come la fine di un incubo, come la conclusione della guerra mondiale, come la fine vera dell’avventura fascista e la ripresa di un dialogo costruttivo per dare finalmente attuazione alla Costituzione, che tanto sangue e tante lotte è costata, per dare finalmente una dimensione sociale ai rapporti tra capitale e lavoro nel nostro paese.
Senza le basi statunitensi potremmo ripensare in autonomia le ragioni fondanti per stare insieme in Europa e costruire su nuove basi una vera unione europea, coesa, sociale e solidale, un’Europa dei diritti e delle libertà, senza differenze e preclusioni di lingue, di religioni ed etnie, dove le tradizioni e i modi di vita, le sensibilità si mettono in comune per costruire la convivenza pacifica tra i popoli, in un rapporto di solidarietà che può dispiegarsi senza il ricatto di dover pagare il tributo all’impero, senza doversi riarmare, ma cercando nel ripristino dei diritti violati, di individuare regole comuni che ci consentano di vivere in pace non solo ora ma per le generazioni future.
Quella che manifestiamo non è l’esigenza di un continente vecchio e stanco che non ha più voglia di lottare per il proprio benessere, ma di cittadini che hanno capito dalla loro storia che la logica di potenza, il confronto muscolare, lo sfruttamento degli altri, è causa di ingiustizie che prima o poi si trasformano in sottomissione e perdita della libertà e del benessere.
Si tratta di scegliere e decidere se la corsa per mantenere un’egemonia ormai perduta può lasciare il posto ad una competizione senza guerra, fatta di commerci, scambi e cooperazione, per dare una risposta positiva a problemi comuni come la salvaguardia del pianeta, la lotta contro le malattie, contro la fame, contro la povertà oppure fare la guerra, con la consapevolezza che scivolare verso un conflitto mondiale devastante, atomico, è una delle ipotesi tragicamente percorribile ed equivale ad una strada senza ritorno che porta all’annientamento.