Da quando Giorgia Meloni si è insediata a Palazzo Chigi, il 22 ottobre 2022, ricevendo il passaggio dalla della campanella da uno dei pulcini più abili usciti dalla covata della Goldman Sachs, Mario Draghi, il Primo Ministro (al maschile come preferisce essere chiamata) è rimasta pervicacemente ferma ed immobile seguendo i consigli del suo mentore che aveva creato le condizioni e preparato per lei l’incarico.
Il governo Draghi, che l’aveva preceduta, aveva preparato opportunamente il terreno per consentire alla destra di prendere la guida del paese: questa operazione era stata condotta con abilità, riuscendo ad ottenere il consenso di tutti i partiti della “sinistra“, catturati dalla cosiddetta “piattaforma Draghi,” un piano politico-finanziario inesistente e mai ammesso dall’intestatario, che consisteva esclusivamente nel mettere al governo un presidio costituito dalla destra estrema, con il compito di traghettare a destra il paese, gestendo la modernizzazione delle istituzioni. L’obiettivo non dichiarato, ma reale, era quello di modernizzare l’ordinamento dello Stato e l’ordine Costituzionale, partendo dal presupposto dell’inefficacia del parlamentarismo nel gestire i processi decisionali, in un mondo nel quale occorrono procedure decisionali sempre più veloci, di gestire la trasformazione della Repubblica in Democratura.
Pertanto, la legislatura che si apriva, avrebbe dovuto concentrare tutte le energie su tre riforme: il premierato che portava con sé la riforma del vertice di governo, attraverso l’elezione diretta del Presidente del Consiglio, con esautoramento del ruolo attuale del Presidente della Repubblica; lo smantellamento dell’equilibrio dei poteri, ridimensionando quello della magistratura; la devolution regionale, in modo da indebolire i non necessari poteri del Governo centrale nella gestione del paese e soprattutto dell’economia. Questi obiettivi venivano fatti propri dal governo Meloni e ne costituivano il programma. Per consentire l’esecuzione del piano il governo uscente preparava una legge finanziaria catenaccio che avrebbe vincolato le future politiche e lasciava a guardia il proprio ministro delle finanze, eterodiretto.
Questa scelta consentiva una relativa stabilità economica per permettere all’esecutivo di vivacchiare, agitando la prospettiva del risanamento dei conti pubblici, della stabilità, del rientro dalla procedura di infrazione, affinché potesse riprendere in mano la possibilità di fare debito e distribuire così prebende. Il governo ha migliorato l’avanzo primario ma consegnato il paese all’immobilismo. Nel contempo il piano prevedeva mano libera all’esecutivo sulle libertà civili e sulla ristrutturazione dei rapporti tra ceti e classi sociali, facendo agio sull’uso strumentale della sicurezza, presentata come l’emergenza sociale, alimentando la paura verso gli immigrati e la xenofobia nel paese, comprimendo i salari, anche al prezzo di peggiorare le condizioni di vita della parte più debole della popolazione, ristrutturando la distribuzione del reddito tra le diverse classi e componenti sociali, trasformando il paese, riscoprendo il corporativismo fascistoide, rivisitato e rimodernato, nel quadro di un’alleanza stretta con il capitalismo finanziario nazionale e internazionale.
Restando immobile, il governo avrebbe dovuto – come ha fatto – assicurare la tenuta sociale e garantire il controllo sulle forze sociali, perché venisse portato a termine il processo di spoliazione dei residui asset industriali fondanti del paese, senza eccessiva resistenza sociale (es. smantellamento FIAT e lenta morte dell’Ilva), iniziato negli anni ’90 del secolo scorso proprio da Mario Draghi con la vendita all’asta al miglior offerente dell’industria ed economia italiana del dopoguerra e soprattutto delle Partecipazioni Statali, nei lussuosi saloni del Britannia, all’uopo noleggiato.
Missione parzialmente eseguita
Il governo Meloni è stato diligente e ha cercato di portare a termine il compito assegnatogli. Ha iniziato con l’autonomia differenziata, facendo aggio sulla mancata efficacia dell’opposizione della sinistra, sedicente riformista, ancora stordita dalla batosta elettorale; per fortuna la limitazione del successo governativo è venuta dalla Corte Costituzionale che ha provveduto a smantellare pezzo per pezzo le incongruenze del provvedimento legislativo di riforma, individuando le violazioni della Costituzione e di fatto spingendo il provvedimento su un binario morto.
Il governo ha incassato e si è convinto di dover provare a cambiare cavallo, scegliendo quello della riforma della magistratura che appariva uno dei più facili da conseguire, puntando sul discredito dei giudici, alimentato dal loro operare. Ma visto che la Costituzione era chiamata direttamente in campo, era più che lecito chiamare i cittadini a difenderla. Ci hanno pensato soprattutto risorse provenienti dalla società civile, i partiti sono venuti a traino. In un modo travolgente e inaspettato il Referendum ha travolto il Governo. A questo punto, considerato anche che la legislatura volge al termine, la riforma madre del premierato sembra essere entrata definitivamente nei desideri impossibili della premier e confidiamo che defunga definitivamente. Ad alimentare questa convinzione contribuisce il dato di fatto che quando l’attentato alla Costituzione è palese, i cittadini si mobilitano e quindi l’operazione da portare a termine è ardua. Tuttavia l’esperienza insegna che bisogna essere vigili e prevenire ulteriori tentativi, in modo da non incorrere nella stanchezza degli elettori. Pertanto anche per impedire l’ulteriore deterioramento delle condizioni di vita e di lavoro della popolazione occorre operare un cambio della gestione politica del paese, approfittando delle elezioni politiche generali che dovrebbero tenersi a fine legislatura tra circa un anno.
Un bilancio dell’azione di governo
Pur restando immobile, il governo ha aumentato le tasse attraverso la ristrutturazione delle aliquote e approfittando della crescita dell’inflazione, per cui la crescita limitatissima dei salari nominali, dovuta alle tante sbandierata parziale fiscalizzazione degli oneri sociali, è stata ampiamente riassorbita dal meccanismo inflattivo e dall’uso strumentale della tassazione. Altra efficacia avrebbe avuto una rimodulazione della tassazione rendendo realmente progressivo il fisco, come da Costituzione, e provvedendo alla tassazione delle grandi rendite e dei grandi patrimoni, magari imponendo, anche sotto il solo profilo dell’applicazione della progressività, una tassazione significativa dei redditi più alti, applicando alle rendite almeno le stesse aliquote del lavoro dipendente. Oggi l’Italia è tra i paesi della UE quello dalle tasse più alte.
Lo storno delle risorse esigue del paese a favore del finanziamento della guerra e del riarmo ha ulteriormente impoverito gli stanziamenti per il welfare, con il risultato di un peggioramento evidente complessivo dell’assistenza sanitaria, a fronte di privilegi economici e finanziari a favore della sanità privata, alla quale si aprono spazi sempre maggiori: la riduzione di fondi per l’assistenza agli anziani, la chiusura di asili, l’assenza di provvedimenti per la casa, le misure di sostegno sociale alla parte più povera della popolazione. In compenso, proliferano le norme repressive verso chi cerca di resistere, rivendicando il diritto alla casa, il diritto all’assistenza e mettendo in atto lotte sociali e mobilitandosi, provvedendo ad inasprire le pene per coloro che lottano per conseguire questi obiettivi, mediante l’introduzione di sempre nuovi reati sociali nel codice penale.
Il governo si è distinto in campo scolastico per aver investito sulla fallimentare istituzione del liceo del Made in Italy, rimasto deserto, verso il quale si sono riversate le pochissime nuove risorse attribuite alla scuola mentre sul piano generale lo stanziamento per questo capitolo di spesa è stato tormentato dai tagli continui che ne hanno compromesso il funzionamento. Il sistema scolastico non è stato aiutato nemmeno provvedendo alla manutenzione ordinaria dell’edilizia scolastica, per non parlare degli stipendi degli insegnanti che sono rimasti al palo e che sono decisamente inadeguati rispetto alle nuove necessità di un insegnamento riqualificato anche a causa dell’innovazione tecnologica e dei bisogni di istruzione delle nuove professioni e dei nuovi saperi.
Lo smantellamento degli asset produttivi è stato perseguito con determinazione per ricaccia, provvedendo a lasciare irrisolte centinaia di crisi aziendali, aumentando il ricorso alla cassa integrazione, il cui costo, ricordiamolo, è a carico dei lavoratori e non stimolando alcun investimento che aprisse a nuovi spazi alle attività industriali del paese è stato portato a termine. Ne sono prova le politiche perseguite a proposito dell’automotive e della produzione di acciaio, posto che è da tempo scomparsa dal paese ogni attività della chimica e di innumerevoli altri settori industriali, anche come effetto della chiusura dei mercati dovuta alle sanzioni erogate a destra e a manca, ma non a Israele, autoespellendosi da molti mercati, all’assenza di una qualsiasi politica industriale del governo, fattore che ha di recente sollevato perfino la protesta di Confindustria.
Che dire poi della politica agricola del governo, il quale ha assunto un atteggiamento quiescente nei confronti delle decisioni della Commissione europea di ridimensionare il finanziamento comunitario al settore agricolo, per poter drenare fondi da destinare al finanziamento della guerra Ucraina e al riarmo e, nel contempo, senza cautela sottoscrivere il Mercosur, sottovalutando l’impatto sul settore agricolo che verrà ulteriormente penalizzato, visto il consenso all’adesione immediata dell’Ucraina nell’Unione europea, che porterà all’immissione sul mercato agricolo di merce a basso costo, perché coltivata in terreni fortemente inquinati dalla guerra, con gravi conseguenze sulla salute di tutti e prezzi resi ancor più competitivi dalla canalizzazione futura dei finanziamenti comunitari verso l’Ucraina per la ricostruzione.
È da notare inoltre che tutto ciò avviene in una situazione in cui abbandonano il paese ogni anno 500.000 giovani, formati dal sistema scolastico nazionale, che vanno a potenziare ed arricchire le altre economie e che accentuano la desertificazione demografica del paese. È a questa migrazione che il governo avrebbe dovuto porre rimedio, piuttosto che fare di tutto per dimostrare di essere incapace di gestire in modo regolare e umano la migrazione nel paese di forza lavoro e di popolazione della quale c’è un estremo bisogno. Si è preferito invece portare a compimento con pervicacia l’investimento fallimentare della deportazione in Albania, gestire il decreto flussi con una totale incapacità rispetto al fabbisogno e alla configurazione professionale delle richieste, lasciando scoperti numerosi settori produttivi, si è preferito continuare ad alimentare il mercato clandestino della manodopera in modo da mantenerlo costantemente alimentato, a prescindere dai nuovi arrivi, con i provvedimenti di polizia che ributtano molti nella clandestinità.
La Redazione