La guerra e i nuovi equilibri geopolitici

La guerra scatenata dalla coalizione Epstein contro l’Iran può finire in tre modi: con il ricorso degli Stati Uniti al lancio di un’atomica tattica; con una ritirata ignominiosa dal conflitto degli aggressori, affiancata da una dichiarazione unilaterale di vittoria da parte di USA e di Israele; con una tregua concordata tra le parti e un cessate il fuoco, eventualmente mediata da soggetti terzi. Provando ad esaminare le suddette ipotesi proviamo ad ipotizzare i possibili scenari futuri che ne derivano.
Nella prima malaugurata ipotesi di ricorso all’arma atomica, meno improbabile che mai oggi che il fine dichiarato dei sostenitori dell’operazione voluta da Trump e da Netanyahu è quello di avvicinare l’avvento dell’Armageddon, soddisfacendo l’ala più estremista dei neocom.
Si ricorrerebbe probabilmente all’utilizzo di una atomica tattica che dovrebbe bastare a fare da elemento di dissuasione nei confronti degli iraniani, in modo da indurli alla resa. Se solo andiamo con la memoria all’utilizzo delle bombe atomiche ad Hiroshima e Nagasaki, vediamo che gli Stati Uniti non sono estranei all’uso di questa logica che giustificano con l’intento di impedire vittime statunitensi e al tempo stesso porre fine al conflitto (ragioni al tempo utilizzate per costringere il Giappone alla resa). Tutto dipende da quanto siano potenti e decise le forze che sostengono Trump nella sua azione e dalla capacità di condizionarlo utilizzando gli elementi di ricatto presumibilmente nelle mani di Netanyahu nei confronti del Presidente statunitense e dalle implicazioni che questa decisione avrebbe rispetto alla consistenza del suo patrimonio e alla soddisfazione del suo ego. Sembra del tutto improbabile confidare in un sussulto di dignità del Senato e/o della Camera degli Stati Uniti e dei suoi organi costituzionali con il quale si riesca a reagire e a mettere sotto controllo l’azione del Presidente. Se la malaugurata ipotesi del ricorso all’arma nucleare si verificasse è del tutto improbabile che il lancio dell’ordigno verrebbe preannunciato e naturalmente ciò impedirebbe a Russia e Cina di porre un freno all’azione statunitense. L’Olocausto nucleare scatenato sull’Iran, tuttavia, non porrebbe fine alla guerra, ma incendierebbe ulteriormente il Medio Oriente e probabilmente non solo quest’area del pianeta, provocando l’innesco di un conflitto nucleare mondiale. In questa ipotesi ogni altra considerazione è superflua.

La vittoria unilaterale proclamata

Ricorrendo a una retorica che gli è familiare, il Presidente degli Stati Uniti potrebbe dichiarare vinto il confronto e raggiunti gli obiettivi del conflitto, peraltro mai dichiarati e perciò ipotizzabili alla bisogna come conseguiti. Parlando letteralmente fuori dal vaso, Trump ha identificato come causa del conflitto una gamma molto larga di motivazioni: quella di impedire che l’Iran si dotasse dell’arma atomica, obiettivo peraltro dichiarato come raggiunto, da ultimo nella guerra dei 12 giorni, affermazione evidentemente falsa, visto che è stato costretto a ricorrere ad un nuovo conflitto a tale scopo; ha dichiarato che l’obiettivo era quello di smantellare la dotazione missilistica dell’Iran, ridimensionandone la dotazione e di voler quindi condizionare le capacità offensive iraniane; ha dichiarato di voler aiutare il popolo iraniano a ribellarsi alla dittatura degli Hayatolla, provocando la caduta del regime e l’emergere di un governo favorevole agli interessi degli Stati Uniti.
Ha omesso di dire, più verosimilmente, che l’obiettivo di fondo era quello di attuare il disegno di Breziski concepito negli anni ’90, che ipotizzava per l’Iran (come per la Russia), la dissoluzione e la sua suddivisione in più Stati a composizione etnica, in modo da renderne impossibili le capacità di leadership regionale del paese, progetto quest’ultimo largamente condiviso dal suo alleato israeliano.
Non è da escludere che con il passare del tempo e la persistenza del conflitto, altri motivi verranno inventati dall’inquilino della Casa Bianca: da questo punto di vista la sua fantasia è smisurata e le sue capacità di mentire assolute.
Vi è inoltre da aggiungere che l’alleato israeliano persegue, come fine, la realizzazione della cosiddetta “Grande Israele”, ovvero l’espansione dello Stato ebraico a danno della Siria, del Libano, e perché no, dell’Iraq, con l’ambizione di raggiungere l’Eufrate, appropriandosi delle ambite risorse d’acqua della regione e di divenire in assoluto la potenza egemone nell’area, senza alcun contraltare.
Si dà il caso, però, che a questa ipotesi e a questo disegno si oppongano non solo l’Iran, che ha tutte le intenzioni di restare unito, e di contendersi non solo con Israele, ma anche con le medie potenze dell’area l’influenza su tutto il Medio Oriente; ma anche la Turchia che, è bene ricordarlo, è un paese NATO, ha un esercito che è il più numeroso dell’intera Alleanza atlantica e il meglio armato, ha ambizioni imperiali e ora, dopo gli eventi siriani e dopo aver pilotato il cambio di regime, detiene il controllo della Siria e di fatto confina con lo Stato ebraico. Non solo, ma di fronte a questo progetto, la Turchia ha tutto l’interesse a favorire l’integrità dell’Iran, considerato che dalle sue ceneri potrebbe nascere rione di un’entità curda che farebbe da catalizzatore per i curdi iracheni e soprattutto i 2 milioni di curdi che vivono in Turchia, ne sono prova le dichiarazioni di Erdoğan sulla politica di Netanyahu, definito un pericolo per l’umanità.
Altro attore regionale da non trascurare è l’Arabia Saudita, peraltro forte del legame privilegiato con il Pakistan, che è una potenza atomica, a suo tempo finanziata proprio dall’Arabia Saudita per realizzarla. Per questo motivo i sauditi non hanno nessuna intenzione di porsi in una posizione subordinata rispetto agli altri due contendenti che abbiamo menzionato. Né possono essere sottovalutati gli interessi e le intenzioni dell’Egitto che, è bene ricordarlo, è uno degli Stati demograficamente più numerosi dell’area, nonché dei tanti Stati del Golfo Arabico che fanno agio sulla loro potenza economica e finanziaria, appena scalfita, ma non distrutta, dalla guerra in corso.
Non è poi da sottovalutare il fatto che quanto è avvenuto con l’estensione del conflitto da parte dell’Iran alle basi statunitensi presenti in questi paesi, che avrebbero dovuto costituire per loro una garanzia di sicurezza, è entrato in crisi, forse irreversibile, l’intero sistema di sicurezza USA nell’area. Ricchi ma non stupidi, le posticce monarchie del Golfo hanno potuto constatare che gli USA di fronte all’attacco iraniano gli Stati Uniti hanno anteposto alla loro difesa quella dello Stato ebraico. Questo dato di fatto sta inducendo molti a riflettere sull’opportunità di mantenere la “protezione” e l’alleanza dagli Stati Uniti, posto che essa non offre alcuna garanzia di sicurezza e, anzi, mina la stabilità sociale rispetto alle popolazioni, schierandosi contro i loro interessi. Questi paesi potrebbero concludere che forse è venuto il tempo di guardare in altra direzione per assicurarsi il sostegno sufficiente a soddisfare le loro esigenze, con la rimessa in campo a tutto tondo del ricorso alla Russia e/o alla Cina, nonché all’India, potenza emergente, come sembra stia già avvenendo mentre il conflitto è ancora in corso.
Le difficoltà nelle quali si trova la coalizione Epstein sono del tutto evidenti, prova ne sia che di fronte alla chiusura iraniana dello stretto di Hormuz, Trump ha provato a chiedere la formazione di una coalizione di paesi “interessati a tenere aperta la navigazione”, invitando alla formazione di una squadra navale congiunta, non tanto perché la marina militare USA non riesce a fare da sola, ma perché per la prima volta gli Stati Uniti vanno in guerra senza il sostegno politico e la collaborazione dei sudditi, certificando che l’impero è così debole che non riesce a costringere i suoi valvassori a fare da carne da cannone e a fornire truppe ausiliarie. Da qui il ricorso all’arroganza per mascherare l’isolamento, le minacce inviate per il tramite di squallidi personaggi, quali il Senatore e faccendiere Lindsey Graham e il tentativo di portare in guerra la NATO, cercando di utilizzare a fronte della mancanza di autorizzazione dei paesi europei, una base NATO dell’Alleanza, situata in Romania ma controllata dagli USA per alimentare il conflitto e bombardare, trasformandola in bersaglio legittimo degli iraniani.
Malgrado tutto questo Trump insiste nell’errore e pensa ad un intervento dei marines per uno sbarco che porterebbe le truppe USA al massacro e gli Stati Uniti ad impegnarsi in una guerra infinita del tipo del Vietnam o dell’Afganistan, come Netanyahu vorrebbe. Un eventuale sbarco terrestre sul territorio iraniano che si tratti di un’isola del Golfo Persico o a maggior ragione della costa, metterebbe gli statunitensi a mal partito, dovendo affrontare un esercito di 2 milioni di uomini. Gli statunitensi e Trump hanno sottovalutato l’effetto coesione interna in caso di guerra e la vocazione al martirio come scelta etica di vita giusta, che è parte essenziale dello sciismo, in particolare.

La mediazione

A questo punto l’ipotesi più probabile ed auspicabile è quella di una mediazione da parte della Russia o della Cina o da ambedue, che consenta l’accettazione di un cessate il fuoco e la stipula di una tregua, che lasci le parti sulle rispettive posizioni, con l’apparente risultato che nessuno ha vinto e nessuno ha perso. Ipotizzare un qualche ruolo dell’Unione Europea è del tutto impossibile, stante il personale politico che la dirige: soggetti come la von der Stupid o Kretina Kaja Kallas sono silenti e assenti, a causa della loro mancanza di credibilità e della loro palese inettitudine anche se i paesi europei sono, insieme a quelli asiatici, quelli maggiormente sono danneggiati da questa guerra.
Quel che è certo è che, resistendo all’attacco congiunto israelo-statunitense, l’Iran ha già vinto una prima parte della sua battaglia che si concretizzerà inevitabilmente, alla cessazione delle ostilità, con la costruzione dell’atomica, come strumento di garanzia e indipendenza (come è avvenuto per la Corea del Nord, il Pakistan e l’India) e nella definitiva alleanza con Cina e Russia, consentendo a questa alleanza il controllo strategico sull’Asia, con proiezione verso l’Europa e il Medio Oriente.
A questa alleanza l’Iran potrà portare in dono lo smantellamento del sistema di sicurezza statunitense, costituito dall’insieme delle basi che gli USA hanno disseminato in tutta la pellicola arabica e nel Medio Oriente. Non solo, ma chi si fiderà più di avere gli Stati Uniti come degli interlocutori credibili, visto che hanno assunto l’abitudine di bombardare durante le trattative. Non c’è che dire, un gran risultato! Tutto questo senza parlare dei costi economici del conflitto per gli Stati Uniti e la loro dissestata bilancia dei pagamenti, spese delle quali Trump dovrà dare conto al paese in occasione delle elezioni di medio termine che si svolgeranno a settembre negli Stati Uniti.
Anche se al momento non si vedono le modalità con le quali Trump può trarsi fuori dal ginepraio nel quale si è cacciato, il conflitto non può continuare all’infinito per ragioni tecniche, ovvero per l’esaurirsi di armamenti, di intercettori di droni e missili, per l’usura alla quale è sottoposta l’aviazione sia statunitense che israeliana. L’occasione potrebbe essere data dall’invasione del Sud Libano da parte di Israele, iniziativa non a caso intrapresa non solo per colpire Hezbollah, ma per impossessarsi di un altro fazzoletto di terra da collocare nel mosaico di costruzione della “Grande Israele”, insieme ai territori siriani già occupati, portando nel contempo a compimento la definitiva acquisizione della Cisgiordania e l’espulsione dei palestinesi. Questa strategia israeliana inaugura il conflitto con la Turchia, contribuendo a ridisegnare gli equilibri politici nel Medio Oriente.

La Redazione