LA FESTA E’ FINITA

La pacchia è finita: Dubai, Abu Dabi, il Bahrain non saranno più le stesse, anche se albergatori e operatori turistici faranno di tutto per recuperare il terreno perduto, offrendo pacchetti vacanze per molto meno dei 2500 euro a settimana, a folle di turisti che vogliono godersi una vacanza al sole fuori stagione.
Il personale dei grandi hotel e dei resort è stato invitato a prendere ferie retribuite, a causa della drastica riduzione degli ospiti che ha ridotto notevolmente il lavoro quotidiano.
I continui bombardamenti iraniani hanno fatto sì che quella che fino a pochi giorni fa era considerata una meta privilegiata per imprenditori e investitori, influencer, oligarchi di tutto il mondo, in fuga dopo aver depredato le loro aziende, modelle e attrici, alla ricerca di facili carriere, un territorio che costituiva un rifugio sicuro per capitali più o meno puliti, anche grazie ad un regime fiscale estremamente favorevole, si è oggi trasformato in un luogo insicuro dal quale fuggire. Ad accusare il colpo non sono solo le classi dirigenti composte da Sovrani improbabili di monarchie che si sono fidati della protezione statunitense per prosperare ed arricchirsi e hanno assicurato sostegno al dollaro e investimenti negli Stati Uniti, ma anche le popolazioni, in gran parte composte da schiavi provenienti da tutti i paesi più poveri dell’Asia che hanno sostituito una pressoché inesistente popolazione autoctona, ottenendo in cambio garanzie di guadagni difficili ma impossibili nei paesi di provenienza, garantiti dal fatto di operare in una bolla speculativa nella quale potevano beneficiare di un apparente welfare che, con la crisi del turismo, viene meno. Le risorse petrolifere e gassifere non bastano da sole a garantire benessere economico e occupazione di massa e per questa bolla di benessere del Golfo Persico si prepara una crisi strutturale che sarà difficilmente superabile.
Niente più centri commerciali gremiti, le strade sono deserte e domina la paura: sapientemente gli iraniani hanno preso di mira il distretto finanziario vicino a Burj Khalifa con l’obiettivo di mettere in crisi l’economia degli emirati arabi, mentre una delle torri delle Dubai International Financial Centre, brucia a causa dell’impatto di un drone iraniano e il distretto che ospita più di 1500 aziende oltre 50.000 lavoratori si spopola, brucia il più grande giacimento gassifero del mondo. Molti fuggono appena possono, le aziende di ogni tipo riducono il personale o chiedono che lavori in smartworking mentre voli incessanti delle compagnie aeree partono pieni e ritornano vuoti, a caricare quelli che sono rimasti, a chiudere conti e a trasferire in tutta fretta le attività.

Disastro ecologico e crisi della logistica

A deteriorarsi, a causa della guerra, non sono solo le relazioni economiche, le prospettive di sviluppo e la vita sociale, ma anche e soprattutto l’ambiente. Particolarmente colpite sono le 33 isole del Golfo Persico che si trovano al largo della costa settentrionale della penisola arabica e che compongono il Regno del Bahrain. Spiagge una volta affollate, sono ora deserte, mentre il mare una volta cristallino, la fauna e la flora marina ricchissime e meravigliose, rischiano ora di essere fortemente inquinate, fino ad essere compromesse a causa delle perdite di petrolio che si riversano nel mare dalle petroliere colpite e dagli impianti costieri distrutti, dai quali il petrolio veniva caricato sulle navi. Pozzi di petrolio e di gas che bruciano inquinano l’aria.
Il paradiso propagandato in eleganti carnet turistici si sta sempre più trasformando in un inferno, mentre le parti in conflitto non si fanno scrupolo di risparmiare gli impianti di desalinizzazione che, fornendo l’acqua, rendono possibile la vita, allontanando in prospettiva le popolazioni e i turisti. Il blocco dello stretto di Hormuz, non solo per quanto riguarda il traffico delle petroliere, ma anche quello delle navi mercantili, riduce drasticamente la disponibilità di generi alimentari, in considerazione del fatto che questa area non produce quanto è necessario anche a livello essenziale per vivere e che tutto deve essere importato, in una situazione in cui il traffico navale è, a livello, praticamente inesistente.
Attualmente si calcola che siano più di 3200 le navi bloccate nel Golfo che non riescono ad attraccare e non dispongono di sufficienti scorte di viveri ed acqua.
Ma conseguenze ancora più gravi, se possibile, riguardano la logistica, in considerazione del fatto che gli aeroporti di Abu Dhabi e Dubai sono degli hub essenziali al traffico aereo sulle rotte fra l’Europa, l’Australia e l’Estremo Oriente. La conflittualità che si sviluppa nei cieli, il continuo arrivo di droni, la distruzione delle strutture aeroportuali, o almeno di parti di esse, la riduzione dei servizi di radar che sorvegliano e assicurano il traffico aereo, rendono l’uso di questi scali impraticabile ed estremamente rischioso.
Non è un caso che le gare di Formula Uno previste in aprile, in Bahrain e Arabia Saudita, ma anche le gare delle moto GP previste nel Qatar, siano state cancellate. Forse non è la fine del mondo, ma certo comincia a somigliarci. Quel che è certo è che è la fine di un mondo, quello della bolla turistica-petrolifera sulla quale i paesi dell’area prosperavano.
È certamente vero che quanto sta avvenendo danneggia, non solo i paesi del Golfo Persico, ma anche l’Europa, che nel suo complesso, dopo aver reciso i rapporti con la Russia per le forniture di petrolio e gas, si approvvigionava di risorse energetiche in quest’area e ancor più danneggia la Cina, il Giappone e i paesi dell’Estremo Oriente che sui giacimenti iraniani e su quelli del Golfo, facevano conto per alimentare le loro economie. Quel che è avvenuto ha fatto perdere agli Stati Uniti quell’aureola di grande protettore della stabilità di questi paesi, al punto che è più che probabile, a guerra finita, che i capitali di cui questi paesi sono detentori, si guarderanno bene dal prendere la strada degli Stati Uniti, realizzando gli investimenti promessi a Trump, anche perché dovranno essere impiegati per finanziare la ricostruzione.
Indubbiamente ne approfitteranno Russia e Cina che avranno così l’occasione di rientrare alla grande all’interno dell’area mediorientale, determinandone i nuovi equilibri.
Comunque vada la guerra sul campo di battaglia, dal punto di vista strategico, l’Iran ha già vinto la guerra.

G. L.