I processi di sviluppo economico delle diverse aree del pianeta hanno dato luogo alla progressiva formazione di grandi aggregati di potere economico ai quali corrisponde spesso la gestione di un territorio di dimensioni continentali. Questo processo è particolarmente evidente se si guarda agli Stati Uniti, alla Russia, alla Cina, all’India. Gli osservatori e gli studiosi di politica internazionale, hanno rilevato che la crisi del mondo unipolare sta dando vita ad un mondo multipolare nel quale si assiste ad una tendenziale rinascita degli imperi, ricalcando le divisioni e le articolazioni geopolitiche che storicamente hanno caratterizzato la vita dei popoli. Processi di aggregazione riguardano aree come quella che fu propria dell’impero ottomano, e analisi più attente dovrebbero essere fatte per aree specifiche come quella del Pacifico e interi continenti come il centro America, il Sud America e l’Africa.
A questo processo di concentrazione sfugge, o almeno sembra sfuggire l’Europa, continente nel quale si sviluppa un aggregato atipico costituito dall’Unione europea che, a differenza delle altre compagini politico – economiche che abbiamo indicato, appare disomogeneo, al punto tale da non riuscire ad esercitare alla pari degli altri aggregati economico – politici unicità di intenti e di direzione politica, pur costituendo una potenza economica ed essendo e identificandosi di fatto con l’area più ricca del pianeta.
Questa anomalia discende dà ragioni economiche e storiche che cercheremo sommariamente di prendere in esame, sviluppando alcune considerazioni, anche se non esaustive.
L’anomalia europea
Storicamente l’Europa è stata sede di Imperi, raggiungendo la sua massima potenza nella fase dello sviluppo del colonialismo che ha consentito in particolare alla Spagna e al Portogallo e poi alla Francia e all’Inghilterra, di dar vita ad imperi coloniali distribuiti sul territorio del mondo. Con meno fortune e clamore anche Belgio Olanda e Germania hanno avuto il loro impero coloniale, naufragato insieme a tutti gli altri, sotto il peso della storia e grazie alla lotta antimperialista. Come è noto gli esiti della seconda guerra mondiale hanno portato con sé la crisi di questo impianto che si è concluso intorno agli anni 70 con il processo di progressiva decolonizzazione. In particolare Francia ed Inghilterra hanno cercato di mantenere un simulacro della struttura coloniale: la Francia attraverso una rete di paesi francofoni che solo recentemente sta crollando; l’Inghilterra ha invece dovuto dismettere il proprio impero coloniale, anche se non sembra rassegnata a smobilitare la propria presenza militare distribuita nel mondo, grazie alla potenza finanziaria della City di Londra, sostenuta a livello politico dalla struttura del Commonwealth britannico c all’alleanza organica con gli USA.
I paesi dell’Europa continentale hanno reagito a questi eventi dando luogo alla costruzione dell’Unione europea che si è andata progressivamente rafforzando. Da questo processo, in una prima fase, è rimasta fuori l’Inghilterra, che ha cercato di dar vita ad un’aggregazione alternativa, costituita coi paesi del Nord Atlantico. Solo nel 1973 l’Inghilterra riesce, constatato il fallimento della struttura alternativa all’Ue, ad ottenere l’adesione all’Unione e da quel momento ne condiziona pesantemente lo sviluppo, spingendola ad un allargamento sempre maggiore,al fine di diluirne l’omogeneità e la coesione; in effetti l’obiettivo storico della politica estera inglese è sempre stato quello di mantenere diviso il continente, condizione essenziale per egemonizzarlo.
Lo sviluppo delle forze produttive in Europa, grazie alla partnership stabilitasi tra l’Unione europea e la Russia, per il tramite della Germania, ha raggiunto un livello di sviluppo e solidità messo in discussione dall’esplosione della pandemia. Tuttavia già dopo la crisi economica del 2008 nella classe dirigente inglese era maturata la convinzione che fosse necessario separare il futuro dell’Inghilterra dal continente, poiché si stavano creando le condizioni perché l’omogeneità economica tendenziale dell’area occidentale si trasformasse in un aggregato politico sovranazionale. Per
ottenere tale risultato l’Inghilterra doveva promuovere la crisi del processo di aggregazione dell’Unione attraverso due strade: l’ulteriore allargamento dell’Unione al fine di diluirne la coesione; la rottura dell’asse russo tedesco di collaborazione, al fine di mettere in crisi i processi di accumulazione dell’economia manifatturiera dell’unione europea.
Per iniziativa di un gruppo di politici conservatori inglesi, accreditati negli ambienti NATO veniva perciò elaborato un piano di destabilizzazione degli assetti politici europei che puntava a disarticolare il ruolo internazionale dell’Ucraina per pilotarne l’ingresso nell’Unione europea e nella NATO.
Il piano di destabilizzazione
Per spostare l’Ucraina nell’area occidentale occorreva aggredire la gestione politica del paese: questa operazione viene condotta in porto attraverso la realizzazione del colpo di Stato conseguente ai fatti di piazza Maidan e con l’incendio della sede dei sindacati di Odessa. Contemporaneamente prende via la manipolazione della composizione
religiosa del paese, promuovendo all’interno dell’ortodossia uno scisma che utilizza l’estrema frammentazione confessionale che da tempo sta prendendo piede nel paese. Con la copertura ed il consenso del Patriarcato di Costantinopoli prende piede, progressivamente, un processo di unificazione delle componenti scismatiche presenti
nell’ecumene ortodossa del paese. Il fine è quello di dar vita ad una Chiesa ortodossa autocefala che funga da contraltare alla presenza della Chiesa ortodossa Ucraina, appartenente al Patriarcato di Mosca al fine di scardinare i legami culturali e religiosi che legano l’Ucraina alla Russia. Questo progetto strategico giungerà a buon fine nel 2019 con la Costituzione della Chiesa Ortodossa Ucraina autocefala, benedetta dal governo ucraino e dal Patriarcato Ecumenico.
Parallelamente inizia in tutto il paese un processo di de-sovietizzazione, demolendo i monumenti dell’epoca sovietica, modificando i programmi scolastici, proibendo l’uso della lingua russa e obbligando alla conoscenza e allo studio nella lingua ucraina, aggredendo militarmente le province orientali del paese che, colpite dallo spostamento
dell’economia ucraina nell’area occidentale, avevano visto entrare in crisi la loro struttura economica e produttiva e il proprio apparato industriale e avevano chiesto l’autonomia amministrativa da Kiev: iniziava la guerra nel Donbass. I negoziati svoltisi a Minsk in ben due occasioni, cercano di trovare una soluzione alla crisi che soddisfi tutte le parti in conflitto: puma era ammissione dei negoziatori tedeschi, francesi e inglesi si trattò solamente di un espediente per prendere tempo in attesa che le relazioni segrete stabilite tra l’Inghilterra e l’Ucraina producessero gli effetti sperati.
La vittoria elettorale di Zelenski e l’approvazione della legge sulla vendita delle proprietà agricole del 2019 determina l’inizio della crisi. La proprietà della terra collettivizzata in epoca sovietica viene messa in vendita al maggior offerente, provocando la reazione indignata dei piccoli contadini che riescono con una sollevazione popolare ad imporre il rinvio di un anno dei termini di legge per consentire anche ad acquirenti stranieri l’acquisizione della proprietà. L’ingresso potente delle multinazionali occidentali nell’affare esclude gli oligarchi russi dagli investimenti nel paese, in nome della pregiudiziale antirussa fatta propria dal governo. Inoltre la sempre più chiara collocazione del paese nell’area occidentale, la sua richiesta di adesione alla NATO oltre che all’Unione europea preoccupano strategicamente la Russia che chiede
garanzie. L’Ucraina, con la copertura degli accordi di Minsk, continua il suo avvicinamento all’occidente e la sua integrazione nel dispositivo militare occidentale, così che il 24 febbraio 2022 la Russia invade il paese con l’”Operazione speciale.”
Non vi è dubbio che le cause profonde della guerra in Ucraina discendano principalmente dalle preoccupazioni di carattere strategico della Russia per la sua sicurezza, ma l’intervento russo rappresenta la risposta preventiva all’obiettivo inglese di destabilizzazione della Russia. In effetti la rescissione della partnership russo tedesca sulla base dello scambio tra energia e manifattura non è il solo obiettivo della Gran Bretagna, la quale mira ad indebolire la Russia promuovendone la dissoluzione come Stato unitario, sul presupposto che la preminenza inglese sull’Europa è possibile solo se impedisce l’unità del continente europeo. Per la Gran Bretagna l’Eurasia, è un’area che deve caratterizzarsi per la presenza di una miriade di nazioni che possano essere guidate da una presenza egemone, costituita dall’Inghilterra.
Disvelando questo progetto non riveliamo niente che non sia nota da tempo. È ben ricordare che dallo scoppio della rivoluzione russa fu l’Inghilterra, nella persona di Winston Churchill a promuovere e finanziare le spedizioni di Juddenik, Wrangel, Demikin e a sostenere il progetto nazionalista di Pelityura che aveva come campo di azione il Donbass e le sterminate steppe dell’Ucraina. Il progetto perciò è antico!
Detto questo trovano spiegazione l’appoggio incondizionato dell’Inghilterra ai nazionalisti ucraini, i profondi legami tra i servizi segreti inglesi e quelli ucraini, l’irriducibilità del governo inglese nel sostenere la guerra alla Russia, il ruolo leader dell’Inghilterra nella guida dei cosiddetti volenterosi, il riavvicinamento dell’Inghilterra all’Unione europea al fine di condizionarne e guidarne di fatto la politica estera del tutto inesistente, in quanto progetto strategico autonomo.
Inutile dire che accettando la leadership inglese nella sua politica estera l’Unione europea lavora contro i propri interessi, al punto di avere masochisticamente accettato che il Nord Stream due venisse reciso da un’operazione di sabotaggio alla quale sembrano aver partecipato come parte attiva anche i servizi segreti inglesi, in possesso del know-how necessario a compiere il sabotaggio.
Aggressore e aggredito
Alla luce di questa ricostruzione, sia pur sommaria, non possiamo che concludere che la nostra posizione sulla guerra in Ucraina deve prescindere dalla dinamica aggressore-aggredito e andare alla sostanza delle cose, cercando di discernere quali siano i reali interessi in discussione. Se così è, non si tratta di difendere un paese aggredito né di
difendere un paese libero, perché innanzitutto il regime instaurato a Kiev per orientarne le scelte a livello internazionale e geostrategico è di natura illiberale, per quanto riguarda le libertà civili, la libertà religiosa, le libertà culturali, il diritto alla propria lingua e al rispetto della propria etnia, il rispetto delle minoranze, i rapporti economici e di classe, dominato dalla corruzione. Su questi aspetti dovrebbero ben riflettere tutti coloro che hanno deciso di dare il proprio sostegno al governo di Kiev, considerando l’Ucraina Stato aggredito, per capire che ci si trova di fronte ad un problema ben più complesso, di carattere geopolitico, che richiede profonde riflessioni che riguardano il rispetto dei diritti e delle minoranze, le componenti etniche e culturali delle popolazioni del Donbass, la storia sociale e politica dei territori contesi.
Ma al di là delle considerazioni ideali vale la pena di spostare l’analisi sulle conseguenze economiche della guerra in corso e questo anche perché il broccardo: “l’appetito vien mangiando,” conserva la sua validità.
Da parte di coloro che si fanno carico delle ragioni securitarie della Russia si sostiene che l’esercito russo, operando in Ucraina, non mira a conseguire annessioni territoriali, poiché la Russia è un paese immenso, che non ha bisogno di acquisire né ulteriori territori, né ulteriori risorse. Questa considerazione non tiene conto del fatto che
l’intervento russo in Ucraina dal suo inizio ha mutato gli obiettivi da conseguire. Se all’inizio la marcia su Kiev mirava ad un mutamento di regime e all’instaurazione di un governo amico, con la rimodulazione dell’intervento, la Russia ha mutato obiettivo, prendendo atto che le trasformazioni indotte nella società Ucraina da anni di lavoro ad opera dell’intelligence occidentale avevano ormai prodotto un danno irreversibile, quantomeno incrinando la solidarietà tra russofoni. Da qui la decisione di puntare alla tutela della minoranza russofona e all’acquisizione dei territori insorti del Donbass.
Non solo ma considerando che Trump e gli europei hanno col tempo di svelato i loro obiettivi economici che riguardano l’utilizzazione e lo sfruttamento delle risorse ucraine, partendo dal concetto che ciò che è sottratto al nemico ti avvantaggia, la Russia sta ora puntando all’acquisizione di quegli oblast che contengono la gran parte delle risorse
minerarie dell’Ucraina, oggetto degli appetiti occidentali. In questa direzione i successi russi sono innegabili.
Le risorse ucraine
Guardando alle sue risorse minerarie, l’Ucraina detiene il primo posto in Europa delle riserve di minerali di uranio, il secondo posto per quanto riguarda le riserve di manganese, mercurio, titanio, minerali ferrosi, il terzo posto per quanto riguarda la produzione di gas da scisto e di ferro, il settimo di carbone, mentre si trovano sul territorio ucraino la gran parte delle riserve di litio. Proprio al riguardo di questo minerale, essenziale per l’industria dei semiconduttori, i russi hanno comunicato di avere in questi giorni preso possesso dell’area di Shevchenko, dove ha sede il più grande giacimento di litio d’Europa (40 ettari). Oltre al litio, il campo contiene anche tantalio, niobio e berillo. Non solo, ma come se non bastasse le truppe russe possano ormai vantare il controllo delle miniere di coche pregiato ucraino, localizzate nei pressi
di Pokrovsk: ora l’industria siderurgica Ucraina per produrre acciaio dipende dall’estero. A subire i danni della perdita del controllo sul giacimento di litio è da una parte la società mineraria European Lithium, registrata in Australia e di proprietà di un imprenditore britannico dall’altra; l’Ue che perde l’accesso a tale risorsa. Si tratta di un danno gravissimo, tenuto conto che un rapporto della Commissione europea del 2020 stimava che entro il 2030 l’Unione avrebbe avuto bisogno di una quantità di litio fino a 18 volte maggiore per i suoi progetti di “transizione verde” e 60 volte maggiore entro il 2050.
Ma vi è di più: guardando allo sviluppo delle operazioni sul campo di battaglia c’è da prevedere che l’avanzata russa si dirigerà verso l’acquisizione di almeno la parte orientale dell’oblast di Dnipropetrovsk, completando così l’acquisizione di larga parte dei terreni minerari ucraini. Non solo ma l’espansione della presenza russa nell’oblast di
Sumy minaccia direttamente territori con identiche caratteristiche. Inutile dire che quando sta avvenendo trasforma in carta straccia buona parte degli accordi indecorosi tra Trump e Zelensky per lo sfruttamento da parte degli Stati Uniti delle risorse minerarie ucraine.

Ma ad essere compromesse non sono solo le risorse minerarie dell’ucraina ma anche quelle agricole. È bene ricordare a riguardo che anche il cosiddetto agrobusiness rischia di essere messo in forse, considerato che i territori agricoli dell’Ucraina sono infestati dalle bombe e da sostanze inquinanti, prodotte dal conflitto. È completamente saltato, a causa della guerra, il contratto sottoscritto nel 2013 Nel 2013 dalla società agricola ucraina KSG Agro con lo Xinjiang Production and Construction Corps, un’organizzazione governativa cinese, per la concessione in affitto di terreni agricoli
nella regione orientale di Dnipropetrovsk. L’accordo prevedeva un’iniziale locazione di 100.000 ettari, con la possibilità di espandersi fino a 3 milioni di ettari nel tempo, equivalenti a circa il 5% del territorio ucraino o alla superficie del Belgio. Anche in questo caso la durata prevista dell’affitto era di 50 anni. L’obiettivo principale era la coltivazione agricola e l’allevamento di suini, prodotti destinati al mercato cinese. Ma si tratta di terreni oggi contesi dalle truppe russe e sui quali si stanno svolgendo intensi bombardamenti, terreni inquinati verso i quali degrada ogni interesse tanto più che la loro acquisizione da parte di entità straniere aveva sollevato non poche perplessità.
Rimane comunque il fatto che, secondo un rapporto del 2023 dell’Oakland Institute intitolato War and Theft: The Takeover of Ukraine’s Agricultural Land, oltre 9 milioni di ettari di terreni agricoli ucraini – più del 28% delle terre arabili del Paese – sono controllati da una combinazione di oligarchi ucraini e grandi aziende agroindustriali. Tra queste ultime figurano entità con sede negli Stati Uniti, in Europa e in Arabia Saudita. Ad esempio, NCH Capital, un fondo di private equity statunitense, gestisce significative porzioni di terreni agricoli in Ucraina, con investimenti provenienti da fondi pensione, fondazioni e dotazioni universitarie statunitensi. Altre aziende coinvolte includono la francese AgroGeneration e le tedesche KWS, Bayer e BASF. Inoltre, il fondo sovrano saudita Public Investment Fund (PIF) e la Saudi Agricultural and Livestock Investment Company (SALIC) detengono partecipazioni rilevanti sul mercato nel settore agricolo ucraino.
La Conferenza di Roma per la ricostruzione dell’Ucraina
Con queste premesse il 10-11 luglio si svolta a Roma la Conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina: un Recovery Forum, con circa 5.000 partecipanti, fra cui circa 100 delegazioni governative e 40 di Organizzazioni Internazionali. Al di là delle frasi roboanti di solidarietà, pronunciate dalla Presidente del Consiglio e dal Presidente della
Repubblica gli avvoltoi presenti per spartirsi il bottino della ricostruzione hanno dimostrato di avere il braccino corto, prova ne sia sono stati messi a disposizione solo 10 milioni per un’operazione che secondo la Banca Mondiale ne costerà da 500 a 1000 miliardi. Vi sono infatti forti resistenze ad investire risorse nella ricostruzione, considerando che lo stato di guerra, la grande corruzione dominante nel paese mentre le continue distruzioni neutralizzano gli investimenti. L’Ucraina è uno Stato fallito che vive di sovvenzioni dell’Ue per quanto riguarda tutti i suoi bisogni e non è in grado di ripagare i debiti contratti. Le risorse ricevute dall’Ue e dagli USA le sono state fornite, almeno formalmente, sotto forma di prestiti.
Dopo la sottoscrizione del documento voluto da Trump sulla “condivisione” delle risorse minerarie del paese, che sconfessa i precedenti accordi sottoscritti dal governo ucraino con quello britannico sulla medesima materia e dopo gli accordi eventualmente intercorsi tra Trump e Putin, testimoniati dalla presenza di Dmitriev, nella delegazione per le trattative di pace, che dal 2011 gestisce il fondo sovrano russo per gli investimenti diretti, del Cremlino, vi sono seri dubbi che resterà qualcosa da spartirsi tra gli imbelli e stupidi governanti europei. É certo che a loro toccherà pagare i costi economici e sociali della guerra. È infatti ormai evidente che l’Occidente ha perso la guerra d’Ucraina e i paesi europei sono chiamati a pagare i danni di guerra, con la prospettiva di dover spendere per investire in un paese alla deriva, deprivato della sua popolazione, con il tessuto sociale sconvolto dalla guerra, gravato da una diaspora di dimensioni bibliche, deprivato delle risorse del territorio che ancora rimane sotto il controllo dello Stato ucraino, peraltro dissestato da una guerra devastante, afflitto da corruzione endemica, radicata e strutturale.
Ciò significa che il costo della ricostruzione del paese graverà per intero sul bilancio dei paesi che fanno parte dell’Unione europea i quali dovranno attingere alle risorse dei singoli Stati per sopportare il peso della ricostruzione ucraina, a tutto vantaggio del profitto delle imprese che interverranno per gestire il business della ricostruzione. Si tratta di un investimento che ha tutte le caratteristiche di un’impresa fallimentare, posto che si tratta di operare in un paese che non dispone più della forza lavoro necessaria alla ricostruzione, poiché la sua popolazione dall’inizio della guerra si è dimezzata e che dei 25 milioni di abitanti rimasti 15 di questi sono esclusi dalle attività produttive, perché minori o anziani o perché mutilati di guerra, non in grado di svolgere una piena attività produttiva.
La situazione è resa ancora più grave dal fatto che non è scontata l’adesione del paese all’Unione europea, senza che da parte degli altri paesi vi siano delle forti resistenze. Ad oggi l’Ucraina non possiede nessuno o quasi dei requisiti richiesti per consentirle l’adesione. Non solo, ma la sua presenza nell’Unione è di ostacolo agli interessi di molti dei paesi membri che da questa presenza sono decisamente danneggiati, poiché per la sua particolare situazione politica ed economica l’Ucraina finirebbe per assorbire la gran parte delle risorse disponibili, richiedendo alla fiscalità dei paesi aderenti all’Unione enormi sacrifici, incompatibili con la congiuntura economica attuale e con la necessita di sostenere il proprio welfare.
Confidiamo che, forti di queste ragioni, gli Stati Ue invocheranno le condizioni previste dai Trattati per procrastinare all’infinito l’adesione del paese all’Unione e soprattutto rifiuteranno la proposta ucraina di fungere da pretoriani dell’Unione, offrendosi come il nerbo, la struttura portante dell’esercito dell’Unione.
A nostro avviso è interesse dell’Europa che l’Ucraina perda la guerra, perché nel caso in cui la Russia non riesca ad imporre al paese la smilitarizzazione, esso conserverebbe una forza militare rilevante che costituirebbe di gran lunga l’esercito più forte d’Europa, grazie all’esperienza maturata in guerra, imponendo di fatto i propri come soldati di ventura dell’intera Unione, facendone le truppe mercenarie destinate a svolgere la funzione deterrente, finendo inevitabilmente con lo svolgere funzioni securitarie a fronte del rifiuto della militarizzazione dei giovani europei. Sarebbe come dire che l’Europa affida il presidio delle sue istituzioni democratiche ai nazisti dell’Azov. Francamente riteniamo che l’Europa non ha bisogno dei nazionalisti ucraini, perché facciano da poliziotti, da guardiani delle istituzioni tanto più che fra di loro prevalgono tendenze nazistoidi come è ampiamente dimostrato dalla configurazione del panorama politico ucraino e dalla configurazione del suo esercito.
La Redazione