La parola alla piazza

In questo ultimo mese la parola sembra ritornata alla piazza e almeno due grandi manifestazioni hanno caratterizzato la cronaca italiana. La prima organizzata dal mainstream “liberal” e la seconda da un gruppo di partiti politici e di forze associative riconducibili alla sinistra. Si è trattato di due piazze dai contorni in parte simili e in parte differenti rispetto alla loro composizione: la prima piazza voluta dal giornalista Michele Serra, ha visto convergere i cosiddetti europeisti parapacifisti, sostenitori dell’Ucraina, ma critici nei confronti dell’intervento israeliano a Gaza, sommessamente, senza tanto entusiasmo ed essendo attenti ogni volta a ribadire la condanna di Hamas e sostegno al popolo palestinese; la seconda voluta dei 5 Stelle per la pace e contro il riarmo dell’Europa, certamente critica verso Israele, quantomeno dubbiosa verso le ragioni dell’Ucraina.

La manifestazione di Piazza del Popolo

Presentata come un’iniziativa spontanea quasi estemporanea, la prima manifestazione fa parte in realtà di un insieme di iniziative adottate a livello europeo dai sostenitori dell’occidente, critici e sconvolti dal disimpegno statunitense dalla guerra per procura fatta combattere gli ucraini contro i russi. Costoro sono in buona sostanza gli eredi della politica dei democratici americani che, deprivati dell’appoggio della casa madre ormai in mano al movimento Maga, affollano i corridoi dell’establishment dell’occidente europeo e non solo, sentendo odore di putrefazione per il loro potere e si aggrappano a un catalogo dei valori della democrazia liberale che essi stessi non si fanno scrupolo di mettere in discussione e di trasgredire quando si tratta di mantenere intatto il loro potere.
Sconcertati si sono guardati intorno nei loro paesi e si sono accorti di essere sempre più soli, sempre più isolati.
Ci sono i macroniani che si aggrappano, disperati, al potere, mentre il loro leader putrescente si consuma nei corridoi dell’Eliseo, in un paese in crisi economica in caduta libera; ci sono i socialdemocratici tedeschi in lutto per la perdita del governo, ma decisi a sostenere il colpo di Stato istituzionale di mutamento della Costituzione a Parlamento
scaduto, pur di guadagnarsi la carta di futuri membri di minoranza della coalizione di governo cristiano sociale che governerà il paese; c’è il sedicente socialdemocratico Starmer che fa di tutto per agire in continuità con i suoi predecessori conservatori nelle politiche di sostegno all’Ucraina e di guerra alla Russia, anche a costo di vedere il suo
governo perdere in breve tempo il sostegno compatto dell’elettorato; ci sono i governi di destra olandesi e danesi pronti a tradire l’elettorato anti-bellicista che li ha votati; ci sono i baltici compatti nel loro odio anti-russo e i polacchi baldanzosi sostenitori del riarmo e della grande Polonia. Si tratta di un’asse abbastanza forte per imporre la violazione dello Stato di diritto in Romania, eliminando un candidato sgradito e pericoloso alla Presidenza della Repubblica; a intervenire nella Moldavia, truccando le elezioni ed eliminando una Presidente di regione scomoda.
La differenza con l’Italia è che nel nostro paese queste presenze sono ancora così forti da scendere in piazza e manifestarsi nella società e questo perché il più votato tra i partiti dell’opposizione è ambiguo, bellicista, filo ucraino e incapace di esprimere una reale posizione di condanna di Israele e della sua politica di genocidio. Non è dunque un caso che solo in Italia si sia riusciti ad esprimere una posizione di massa, indubbiamente partecipata a sostegno della politica dell’Europa, benché questa sia ambigua: anzi è proprio l’ambiguità che ha consentito sia ai su citati sostenitori della pace e della trattativa per l’Ucraina, sia ai sostenitori della causa palestinese di partecipare a questa manifestazione e non distinguersi dai guerrafondai sostenitori dell’intervento a tutti i costi fino alla vittoria dell’occidente in Ucraina, ai sostenitori di Israele sempre e comunque.
A costoro diciamo che coerenza vorrebbe che un battaglione, se preferite un reggimento, venisse formato da giornalisti e giornaliste, da opinionisti e opinioniste, da influencer di ogni tipo, da intellettuali, cantanti, attori e quant’altro che, petto in fuori e pancia in dentro, incuranti di ogni acciacco e impedimento, marciassero compatti come
volontari sul fronte ucraino: ne applaudiremmo entusiasti il sacrificio e ne  acquisteremmo stima, pronti ad attribuire e tributare loro onori e gloria. I loro epigoni futuristi, interventisti nella prima guerra mondiale, pensavano le stesse cose, ma ebbero il coraggio di andare al fronte e combattere, non si limitarono, come loro, a chiedere agli altri di fare la guerra.

La manifestazione di via dei Fori Imperiali

Una manifestazione ben più massiccia e partecipata, più chiara nei suoi intenti si è svolta da piazza Vittorio in via dei Fori Imperiali. Ad essa hanno partecipato quei sinceri pacifisti che avevano partecipato alla precedente iniziativa, condividendone il più chiaro e palese intento. Ma il maggior numero di presenze era dovuto alla ricomparsa in piazza di persone che da tempo restavano a casa o impiegavano diversamente il loro tempo, segno che era opportuno pronunciare un chiaro rifiuto della guerra, una chiara indisponibilità ad armarsi per combattere il nome di lor signori. I partecipanti a quella manifestazione avevano ascoltato con orrore la riflessione di Mario Monti sul fatto che l’Europa si costruisce nella guerra e col sangue, sono consapevoli che i primi a pagare in caso di guerra sono i giovani, i loro figli, e che a loro si chiede di armarsi e partire per la guerra, ma che le popolazioni non sono risparmiate. Ai presenti in quella piazza era ben chiaro che la guerra serve ai padroni, che le armi una volta costruite sono fatte per essere usate, che se vuoi la pace devi preparare la pace, ma se prepari la guerra, avrai la guerra.

La Redazione