Nel 2004 il progressivo allargamento ha visto l’ingresso dei Paesi baltici nell’Unione europea, ricongiungendo i territori rivieraschi del Mar Baltico al blocco di Stati europei continentali. L’evento è stato salutato come il raggiungimento dei confini storici dell’Europa ad est, come il risultato di un’operazione geopolitica di recupero di questi territori sul piano identitario ed etnico, posto che le ragioni economiche di tale adesione erano pressoché nulle. Per rendersene conto basta guardare alcuni parametri relativi a questi Stati: ad esempio il Pil complessivo dei tre paesi nel 2024 non ha superato i 163 miliardi di USD. La popolazione delle tre Repubbliche, nel suo complesso. raggiunge appena i 6300 000 abitanti, ovvero non supera quella del Lazio, è quasi pari a quella di San Pietroburgo ed è la metà di quella di Mosca. Malgrado ciò, i tre paesi baltici, Lituania, Estonia e Lettonia hanno nell’Unione Europea a un peso politico decisamente sproporzionato come si evince dagli incarichi dei politici provenienti da questi paesi negli organismi comunitari.
A Kaja Kallas,ex premier estone è stata affidata la Politica Estera e di Sicurezza Comune, a Andrius Kubilius ex premier lituano il Commissariato per la Difesa e lo Spazio appena istituito. mentre Valdis Dombrovskis, ex premier della Lettonia è da dieci anni custode della politica economica e finanziaria della Commissione: nel complesso una scelta responsabile, autolesionista, suicida. Inoltre, grazie al meccanismo decisionale comunitario che prevede l’unanimità, il peso dei tre paesi nelle scelte politiche è condizionante.
Ma non tutti sanno che almeno 1/4 degli abitanti di Lettonia ed Estonia non gode dei diritti di cittadinanza in quanto appartenente alla minoranza russofona. In quanto tali, costoro sono considerati per legge privi dei diritti politici e, di fatto, hanno uno status paragonabile a quello degli apolidi anche se nati nel territorio dello Stato, perché viene messa in atto una politica di discriminazione delle minoranze, in violazione dell’aequis comunitario e dei Trattati istitutivi che considerano tutti i cittadini dell’Unione come titolari degli stessi diritti e stabiliscono per gli Stati facenti parte dell’Ue a tutela delle minoranze. Né la discriminazione riguarda solo la cittadinanza, perché ha riflessi rilevanti sulla partecipazione alla vita politica e incide sul diritto di essere eletti ed elettori, concerne anche la loro libertà di culto in quanto si obbligano per legge le Chiese alle quali costoro fanno riferimento a darsi strutture nazionali e a recidere i legami con il Patriarcato di Mosca, al quale esse appartengono. Le minoranze russofone vengono discriminate anche per quanto riguarda la conoscenza della lingua e la possibilità di utilizzarla, imponendo il divieto di studiarla e di parlarla. A riguardo
l’Unione europea ha sempre fatto finta di non vedere limitandosi a sanzionare l’Ungheria per la violazione dell’aequis comunitario ma ben guardandosi dall’imporre il rispetto dei diritti di libertà più elementari agli stati baltici su menzionati.
Si dirà che tutto questo viene fatto in nome della realpolitik e che vi sono ragioni geostrategiche per le quali si consente ai governi dei paesi baltici l’adozione di queste politiche, ma non vi è dubbio che ciò incide sulla coesione sociale alimentando l’estraneità di una parte non irrilevante della popolazione agli interessi nazionali. Inoltre è del tutto evidente che sia il numero complessivo di popolazione che la sua composizione incidono sull’apporto che questi Stati danno alla difesa comune che è di tre brigate di fanteria, un battaglione del genio, affiancato dalla “ Forza volontaria della
difesa nazionale” per quanto riguarda la Lituania; da una Forza terrestre di 5.000 militari professionisti, 8.000 Guardia Nazionale e 11.000 riservisti delle Forze Armate, per quanto riguarda la Lettonia e da un totale di 5.600 ufficiali e militari di truppa, affiancati da un corpo volontario, denominato Lega della Difesa con circa 10.000 soldati per l’Estonia. La Marina e l’aviazione sono coerenti allo stesso ordine di grandezza, il che fa sì che la difesa di questi paesi dipenda totalmente all’appartenenza alla NATO. Le considerazioni relative al ruolo svolto per quanto riguarda la forza sul piano militare e quindi praticamente nulla. È questa situazione di fatto a spiegare perché l’adesione alla politica del riarmo dell’UE da parte di questi paesi è stata da essi fortemente voluta.
Partendo da queste considerazioni bensì comprende che la grande importanza dei Paesi baltici riguarda soprattutto i profili del rapporto strategico che essi ricoprono nell’attività di contrasto nei confronti del territorio russo e di quello degli Stati associati alla Federazione russa come la Bielorussia. In effetti i paesi baltici per la loro configurazione geografica ricoprono una funzione di Stati cuscinetto tra il mondo polacco e tedesco e quello russo e si presentano come una propaggine degli Stati scandinavi, completando e nord la cintura di contenimento dei popoli slavi.
Queste ragioni non sono, a nostro avviso, sufficienti per fare delle esigenze dei Paesi baltici il perno sul quale fare ruotare le relazioni dell’intero continente e la Russia poiché gli interessi economici come quelli geostrategici dell’intera area consiglierebbero una collaborazione ed integrazione piuttosto che un confronto competitivo sulla spinta dei fattori oggettivi che caratterizzano la distribuzione delle risorse e dei popoli sul territorio. I reciproci vantaggi scaturenti da una collaborazione e integrazione fra le due parti della piattaforma euroasiatica sono troppi, e a nostro avviso più che sufficienti, per giustificare una collaborazione, rifuggendo il confronto competitivo ed armato.
L’irredentismo baltico
La condivisione del progetto di costruzione di un’Unione di Stati tra loro confederati che si danno istituzioni comuni era stata accettata anche da noi comunisti anarchici nella consapevolezza che benché si trattasse di una costruzione capitalistica, pilotata dalle élite, essa aveva almeno il vantaggio di minimizzare le possibilità di guerre future, almeno fra gli Stati d’Europa. La storia del continente infatti annovera conflitti devastanti che dopo l’esperienza della seconda guerra mondiale la gran parte dei popoli europei non voleva si ripetessero. Ciò ha fatto sì che l’idea di dar vita ad un’Unione, inizialmente fra gli Stati che con maggiore litigiosità si erano combattuti, valesse il prezzo da pagare,
costituito dalla messa in sordina della rivoluzione proletaria, almeno fino a quando non si fosse dato vita a delle democrazie borghesi all’interno delle quali permettere alla lotta di classe di crescere e svilupparsi. Prevaleva una strategia gradualista che portava nel 1968 all’esplosione generalizzata delle contraddizioni di sistema.
Abbiamo combattuto come generazione e siamo stati sconfitti sul piano politico e progettuale: ci siamo dovuti rendere conto che il capitalismo si evolve e programma, si trasforma in capitale finanziario, raffina i suoi strumenti di sfruttamento, sia pure fra crisi cicliche, riassesta il proprio sistema, inventa nuovi rapporti di relazione. Da qui il fenomeno della globalizzazione, del decentramento produttivo, dello smantellamento delle centrali di sapere operaio e proletario, la disarticolazione dell’organizzazione politica di classe, la sconfitta.
Nulla viene risparmiato ai vinti e il capitale ha scatenato anche in Europa la guerra, iniziando in modo subdolo e lavorando sulle contraddizioni fra i popoli, sull’odio etnico e religioso, e soprattutto facendo leva sugli interessi economici, riprendendo da dove la guerra aveva interrotto il proprio lavoro, e cioè dal massacro dei popoli slavi, come
abbiamo visto con le guerre in Jugoslavia e la lotta fratricida dei popoli balcanici. Tutto il vecchio armamentario di odi storici, di risentimenti, il desiderio di rivincita per gli sconfitti, accompagnato e sostenuto dal mito di una narrazione che ha fatto dei carnefici le vittime ha fatto da supporto, da substrato per la rinascita di antichi conflitti che vengono di fatto giornalmente riscoperti e riproposti.
Anche il risentimento dei baltici per le persecuzioni subite durante la dominazione sovietica fa da alimento e sostegno per coltivare un odio profondo che bypassa le convenienze e gli interessi alla ricerca della rivincita, della vendetta, sotto il dominio crescente della paura. Tutto questo senza accorgersi di essere strumento di interessi di altri e che il benessere comune esigerebbe il rispetto delle minoranze, l’accettazione delle differenze, la convivenza nella diversità perché il bene supremo della pace che può essere garantita solo da un’azione preventiva volta a disinnescare le ragioni di
risentimento e di conflitto piuttosto che ad alimentarne e a crearne di nuove e sempre più forti.
La migliore garanzia contro la violenza e la guerra la migliore strategia per disinnescare il conflitto è quella di prevenirla promuovendo all’interno dello spazio europeo le condizioni di uguale diritti e doveri per tutti, prescindendo dalle differenze etniche, linguistiche, religiose, esperienziali, in modo da consentire di godere della pace come bene comune. Tutto questo può essere realizzato solo a condizione di compiere passi graduali, in modo da consentire ai popoli di amalgamarsi, alle istituzioni di fondersi, acquisendo caratteristiche omogenee di ricostruzione del rispetto di libertà formali alle quali deve accompagnarsi il massimo di uguaglianza e di benessere economico possibile. Alla luce di quest’ultima considerazione l’idea di consentire un rapido accesso di altri paesi all’Unione europea, soprattutto a cominciare dall’Ucraina è quanto mai foriera di ulteriori elementi di instabilità dell’edificio comune che si vorrebbe costruire.
La Redazione