Il governo Meloni ha vinto le elezioni nell’ormai lontano 2023 con tre riforme nel suo programma: il premierato l’autonomia differenziata la riforma della giustizia. Mentre le prime due sembrano per ora essersi arenate in attesa di tempi migliori quella della giustizia sembra giunta al suo epilogo. Ora che i suoi contorni cominciano ad essere più chiari diventa evidente come essa sia in buona sostanza la riforma dell’ingiustizia.
Preceduta ed introdotta dalla riforma Cartabia che ha disarticolato il sistema giudiziario italiano, distruggendo il processo e la certezza della pena, la gestione della giustizia affidata a Nordio è degenerata, con il concorso fattivo del duo Salvini-Piantedosi. La riduzione dei tempi del processo che faceva parte degli obiettivi della riforma, l’informatizzazione delle procedure, sono miseramente fallite e mentre il primo obiettivo sta avendo come solo risultato quello di far decadere i processi dopo la sentenza di primo grado per impossibilità di rispettare i tempi di celebrazione del processo di appello, l’incapacità di realizzare un programma di informatizzazione delle procedure ha creato il caos negli uffici giudiziari, facendo crescere l’inefficienza già grande di strutture fatiscenti e con personale insufficiente.
Intanto sul piano più generale, il governo procede con la riforma spot della separazione delle carriere, inventandosi un secondo Consiglio superiore della magistratura, questa volta per pubblici ministeri, in omaggio alla distinzione delle carriere tra giudici e pubblici accusatori. Una volta compiuto questo passo di rilevanza costituzionale il governo avrà finalmente mano libera per procedere al passo successivo, ovvero, quello di porre il pubblico ministero sotto il ferro controllo dell’esecutivo, in modo da stabilire di anno in anno una elencazione dei reati da perseguire prioritariamente e con procedura di urgenza, eliminando l’obbligo dell’azione penale e quindi rafforzando la discrezionalità del pubblico ministero posto alle dipendenze del Governo. Si realizzerà così finalmente il sogno berlusconiano di una giustizia domestica che punisce i reati sgraditi all’esecutivo e chiude un occhio su quelli di pertinenza delle élite momentaneamente al potere.
Ma i guai più grossi sono venuti dall’attività legislativa dell’esecutivo il quale ha adottato una politica di proliferazione dei reati, saturando le carceri già super affollate e insufficienti per poi affermare con il ministro della Giustizia che la responsabilità di tutto ciò risiede in coloro che delinquono e nei giudici che condannano. Le carceri sono sempre più affollate di tossicodipendenti e disadattati sociali, colpiti da provvedimenti di polizia che lasciano impuniti i reati dei colletti bianchi. Affidate a personale insufficiente e mal pagato, le carceri sono di fatto nelle mani dei detenuti responsabili dei reati maggiori che dall’interno degli istituti dirigono le loro attività criminali all’esterno, mentre lo Stato che li custodisce non è in grado di garantire la loro incolumità, posto che i più deboli di coloro che si trovano costretti nel circuito carcerario ricorrono al suicidio come unica soluzione per sfuggire alla loro condizione miserabile e disperata.
Ad aggravare la situazione contribuiscono i continui provvedimenti del Governo che inventa nuovi reati e innalza pene fino allo scandalo di approvare un decreto che prevede nuovi reati che viola le più alimentari libertà. In particolare quest’ultimo provvedimento dall’iter travagliato, tanto da aver suscitato le perplessità della Presidenza della Repubblica per manifesta incostituzionalità, si caratterizza per l’intento – a dire del Governo – di dare risposta alle richieste delle donne e degli uomini in divisa e perciò rafforza l’impunità delle forze di polizia e i suoi poteri.
Un testo di 34 articoli consiglia ma non obbliga, le pubbliche amministrazioni, i gestori di servizi di pubblica utilità, le università, le società controllate e partecipate e gli enti di ricerca a collaborare con i Servizi di sicurezza e a stipulare convenzioni che obbligano a cedere informazioni e dati anche in deroga alle normative in materia di privacy. A proposito delle condotte di resistenza (anche passiva) nelle carceri: viene chiarito che il reato di “rivolta” si considera commesso solo in presenza di violazioni di ordini impartiti «per il mantenimento dell’ordine e della sicurezza» e non per qualsiasi tipo di ordine. La norma riguarda anche i casi di rivolta nei Centri per il rimpatrio dei migranti, mentre viene esclusa la configurabilità del reato nei Centri di accoglienza.
Per quanto riguarda le proteste contro opere pubbliche di rilevanza nazionale (dal Ponte sullo stretto ad altre infrastrutture), prima del rilievo del Quirinale, la norma prevedeva l’applicazione dell’aggravante rimettendosi alla discrezionalità del Governo su quali opere meritano la protezione. Adesso, l’aggravante è limitata alle infrastrutture
destinate all’erogazione di energia, dei servizi di trasporto, di telecomunicazioni o altri servizi pubblici. È stata inoltreinterrotta una norma che aggrava le pene in materia di occupazione abusiva di immobili.
Dal nuovo testo del decreto si è pensato di espungere il divieto di acquistare sim card telefoniche a stranieri senza permesso di soggiorno: ora i migranti che sbarcano in Italia potranno acquistare una scheda telefonica esibendo il documento d’identità. È stata abolita la norma odiosa che prevedeva il carcere per le donne incinte, arrestate per
borseggio: verrà disposta la loro custodia cautelare presso un istituto di custodia attenuata e non in carcere per quelle che sono condannate ad una pena inferiore ad un anno: il giudice potrà valutare le preminenti esigenze del minore anche in presenza di una condotta grave della madre. Ma il segno distintivo del provvedimento è dato da quanto si dispone a riguardo delle forze di polizia e della loro tutela; il Governo si rifiuta di disporre che ogni poliziotto venga dotato di numero identificativo ben visibile e apre all’uso di bodycam anche se non vengono stabiliti i tempi entro i quali i reparti utilizzeranno questo supporto. In compenso agenti e militari indagati o imputati per fatti di servizio potranno lavorare, mentre lo Stato sosterrà le loro spese legali fino a 10mila euro per ogni fase del procedimento: l’«immunità» o scudo penale proposto dalla Lega è sembrata inaccettabile perfino agli altri due partiti della maggioranza e soprattutto sgradito al Colle.
G.C.