La rabbia contadina dei tedeschi

Ormai da mesi un’ondata di scioperi senza precedenti sconvolge la Germania in conseguenza della crisi economica prodotta dalla crisi del sistema economico tedesco, basato sul basso costo dell’energia, garantito dagli accordi stipulati con la Russia e venuti meno per effetto della guerra in Ucraina. L’aumento spropositato dei costi energetici ha costretto il governo tedesco a sovvenzionare massicciamente sia i consumi energetici dell’industria che quelli dei privati cittadini, a riaprire alcune centrali a carbone, nel tentativo di ridurre l’impatto del maggior costo dell’energia sulla produzione e sui salari. Di queste scelte ha risentito il bilancio e la produzione industriale e agricola e il paese è di fatto è entrato in recessione, con conseguenze catastrofiche sul bilancio pubblico che, a causa dei vincoli adottati dalla Germania per effetto dello shock subito dalla forte inflazione dopo la fine della prima guerra mondiale – che distrusse l’economia del paese e apri la strada al nazismo – non può operare in perdita, ma deve necessariamente raggiungere il pareggio di bilancio.
Di fronte alle necessità della guerra e ancor prima a causa del Covid e delle spese necessarie per contenerlo sia dal punto di vista epidemico che per gli effetti economici che l’epidemia ha prodotto sulle capacità produttive del paese era stato in verità escogitato un escamotage prevedendo che fosse possibile spendere in deficit per esigenze improvvise ed eccezionali. Il passo successivo era stato quello di dichiarare sia il covid che la guerra eventi eccezionali; quindi era stato possibile effettuare spese in deficit di bilancio. Ciò ha permesso di reperire le risorse necessarie a fronteggiare il covid ma ancor più destinare cospicue risorse (circa 100 milioni di €) per la fornitura di armi all’Ucraina, per pagare le spese di funzionamento ordinario di uno stato in fallimento, addossandosi il costo del bilancio ucraino. Ancora altre risorse sono state necessarie per gestire il flusso di profughi ucraini ed accoglierli ,ma ora i nodi vengono al pettine.
Senonché il paese è impegnato, per effetto delle politiche green adottate dall’Unione europea a portare a termine la conversione energetica del sistema produttivo, eliminando le centrali nucleari, dismettendo le centrali ad energia fossile e riducendo drasticamente le emissioni di anidride carbonica e per portare a termine questo programma occorrono risorse notevoli che il bilancio federale attualmente non possiede. Tuttavia il risultato delle politiche di transizione energetica in Germania sembra esserci tanto che l’anno scorso le emissioni di gas a effetto serra sono diminuite di oltre il 20 per cento, toccando il livello più basso dai primi anni Cinquanta del secolo scorso, ma la flessione è venuta per la maggior parte dalla riduzione della produzione industriale, e non dalla sua riconversione alle energie rinnovabili. Solo il 15 per cento di tutta la riduzione di emissioni viene da innovazioni tecnologiche come l’utilizzo di energie rinnovabili. Le aziende tedesche stanno semplicemente trasferendo all’estero – dove non sono in vigore obiettivi ambiziosi di riduzione delle emissioni come quelli tedeschi – le loro produzioni, oppure riducono le attività.
La Basf, che costituisce il più grande gruppo chimico del mondo, ha annunciato tagli permanenti al personale nella sua sede centrale di Ludwigshafen a causa degli alti prezzi dell’energia. Mentre il prodotto interno lordo tedesco è diminuito dello 0,3 per cento, quello rappresentato da attività energivore come l’industria della chimica e dell’acciaio è precipitato dell’11 per cento. Un dato positivo sarebbe costituito dal fatto che l’elettricità prodotta da fonti alternative ha superato il 50 per cento del totale, ma il governo sembra non capire quanto sia critica la situazione che il settore manifatturiero tedesco sta affrontando.
La Corte costituzionale di Karlsruhe ha bocciato con sentenza l’istituzione di fondi speciali fuori bilancio per il finanziamento delle politiche ambientali e ha stabilito che l’articolo della Costituzione che dal 2009 proibisce la spesa in deficit al di sopra lo 0,35 per cento del Pil annuo, risultava violato dall’escamotage con cui il governo intendeva
finanziare le sue politiche. L’unica deroga possibile al “freno del debito” costituzionalizzato è rappresentata dalla dichiarazione di uno stato di emergenza, a cui si è già fatto ricorso – come si è detto – per gli stanziamenti di sostegno a privati e imprese in occasione della pandemia da Covid e per gli aiuti all’Ucraina attaccata dalla Russia, ma la Corte ha sentenziato che le politiche a favore della transizione energetica non possono essere qualificate come provvedimenti causati da un’emergenza. Così al governo non è rimasta altra strada che quella di ricorrere a un aumento delle tasse che ha colpito in particolare il settore dell’agricoltura e quindi i contadini i quali sono entrati in sciopero insieme a tutte le altre categorie di lavoratori i cui salari subiscono la morsa dell’inflazione.

Un’ondata di scioperi senza precedenti

Le proteste che stanno bloccando la Germania avvengono in un paese che l’anno scorso ha conosciuto una recessione pari allo 0,3 per cento del Pil, mentre per il 2024 è previsto un rimbalzo non superiore all’1 per cento, a essere ottimisti. In questa situazione l’obiettivo di diventare un Paese “climaticamente neutrale” danneggia l’economia di Berlino ed è incompatibile con i costi della guerra. n governo, per far quadrare i conti si è trovato nella necessità di operare tagli draconiani per 17 miliardi di euro nelle diverse voci di bilancio per non compromettere quelle relative alla transizione
energetica e ha avuto la malaugurata idea di intervenire sui sussidi ai produttori agricoli, già in difficoltà per l’aumento dei prezzi dell’energia e per i costi di applicazione dei regolamenti ecologici, per le spese necessarie a garantire il benessere animale che si sono accumulati negli ultimi anni. Di conseguenza sono stati aboliti i sussidi per il gasolio usato per la mobilità e il lavoro rurale (pari a 2.900 euro per azienda agricola) e l’esenzione dal bollo di circolazione per i trattori e le macchine agricole.
Così la protesta si è allargata alle diverse categorie, gli scioperi dei ferrovieri hanno bloccato i trasporti pubblici, mentre i lavoratori metalmeccanici e gli impiegati del settore pubblico, compresi gli insegnanti, erano già scesi in piazza a dicembre. Nelle ultime settimane, diversi settori, dalla metallurgia ai trasporti, fino all’istruzione, gli infermieri hanno inscenato proteste a causa della crescita stentata dell’economia e dei salari e dell’aumento dei prezzi. Ma non basta: Il Mittelstand, la classe media, protesta e le conseguenze si fanno sentire. La Germania è costruita sul Mittelstand: piccole e
piccolissime imprese, che si tratti di un imbianchino, di un installatore di impianti di riscaldamento, di un muratore, di un agricoltore, di un’azienda agricola, qualsiasi cosa sia, la prosperità e il benessere si basano su queste migliaia di imprese.
Perciò la protesta cresce di ora in ora, senza distinzioni tra Land.

I trattori occupano Berlino

Così il 13 gennaio i manifestanti si sono accampati vicino nei pressi della Porta temperatura sotto lo zero, birra e vin brulè. Migliaia di trattori dopo aver bloccato le autostrade e le principali città tedesche contro il taglio dei sussidi per l’agricoltura. bloccandole e arrivando ad occupare la Porta di Brandeburgo come segno di protesta contro i tagli annunciati dal governo al termine dei sette giorni di blocchi e mobilitazioni; agli agricoltori si è aggiunto lo sciopero dei trasporti ferroviari che fra mercoledì e venerdì ha tenuto fermi nelle stazioni di tutto il paese l’80 per cento dei treni e la
mobilitazione continua.

Trattori davanti alla Porta di Brandeburgo, a Berlino, per le proteste degli agricoltori tedeschi

Trattori davanti alla Porta di Brandeburgo, a Berlino, per le proteste degli agricoltori tedeschi Le manifestazioni hanno spinto il governo a ritirare parzialmente le riduzioni, promettendo di ripristinare uno sconto sulle tasse automobilistiche e di eliminare gradualmente un sussidio per il diesel nell’arco di diversi anni anziché immediatamente. Ma gli agricoltori sostengono che si tratta di una misura insufficiente e chiedono al governo una retromarcia totale sui tagli annunciati.
Le manifestazioni degli agricoltori, avendo come bersaglio inevitabile il governo, hanno attirato anche manifestanti di estrema destra, facendo temere che gli estremisti stiano cercando di cavalcare la protesta. L’AfD, partito di estrema destra, sta godendo di un’impennata di popolarità, con percentuali tra il 21 e il 23% a livello nazionale in termini di intenzioni di voto e oltre il 30% in alcune zone dell’ex Germania dell’Est. È un dato di fatto che la destra ha ben compreso la contraddizione scaturita dall’appoggio incondizionato del governo all’intervento in Ucraina e non a caso si pronuncia contro questa scelta che costituisce una causa oggettiva delle difficoltà economiche che il governo avrebbe modo di affrontare con strategie diverse e soprattutto con maggiore disponibilità economiche se solo guardasse agli interessi oggettivi del paese.
Gli agricoltori non fanno mistero della loro opposizione alla guerra e all’ingresso dell’Ucraina nell’Unione perché ricordano bene la concorrenza indebita dei prodotti cerealicoli ucraini sul mercato europeo che ha colpito i loro profitti, lasciando invenduto parte del raccolto di grano e mais, ma anche di altri cereali. Ben conoscendo i meccanismi della politica agricola comune e vivendo di lauti sussidi comunitari gli agricoltori tedeschi sanno bene che un eventuale ingresso dell’Ucraina nell’Unione finirebbe per assorbire la gran parte delle risorse comunitarie destinate al settore
agricolo, e ciò a causa dei meccanismi di riequilibrio del mercato agricolo e di gestione delle eccedenze che caratterizzano gli accordi comunitari e la gestione del mercato agricolo. La destra fascista e nazista, non ha caso, è contraria alla guerra in Ucraina, e all’invio di armi e specula su questa contraddizione inserendo un cuneo potente negli umori dell’elettorato, e creando le premesse per la crisi sempre più probabile del governo rosso-verde e la crescita del suo consenso elettorale che intende sfruttare espellendo i migranti. Contro questa ipotesi e contro la destra domenica 21 sono scesi in piazza in tutta la Germania un milione e mezzo di persone. Tuttavia il paese scivola verso la recessione tecnica e il governo è sommerso dallo scandalo dei trucchi di bilancio ai quali ha fatto ricorso per mascherare il fatto che stava operando in deficit; in
questa situazione ammettere gli eccessivi e insostenibili costi della guerra diviene inevitabile.

G. L.