UN PAESE SOMMERSO

Mentre il paese va sott’acqua il Governo galleggia e vara una finanziaria che penalizza i pensionati, non prevede nulla per i giovani, aumenta l’IVA sui prodotti destinati all’infanzia, lascia che a pagare le tasse siano esclusivamente i lavoratori a reddito fisso. In quanto alla riduzione del cuneo fiscale – peraltro limitata a un solo anno – non ci stancheremo di ripetere che è priva di coperture e viene fatta in debito e incidendo sui contributi previdenziali: in altre parole è un giro di cassa a spese dei lavoratori. Ne consegue che, da un lato crea debito futuro che si riversa in minore risorse per la previdenza sociale, dall’altro riduce inevitabilmente le risorse destinate a servizi e quindi intacca il salario indiretto dei lavoratori. In altre parole, l’abile ragionier Giorgetti fa il gioco delle tre carte: con una mano da maggior salario diretto in busta paga e con l’altra riduce i servizi, decurtando i finanziamenti alla spesa sociale o lasciandola immutata, facendo si che sia l’inflazione a fare il resto. Ben si comprende il meccanismo se solo si guarda alle risorse per la sanità, formalmente aumentate di 3 miliardi, ma in realtà diminuite, se si tiene conto del rapporto della spesa con il Pil e dell’inflazione.
A fronte di una legge finanziaria così fatta era logico aspettarsi che l’opposizione scendesse in piazza per criticarla, ma anche che formulasse proposte alternative su dove reperire le risorse. La contestazione alle intenzioni della premier di tassare i super profitti delle banche, a fronte del venir meno del provvedimento, ha trasformato in sterile
polemica verbale la proposta omettendo di dire che ad essere tassati non dovevano essere solo i profitti dalle banche, ma anche quelli della farmaceutica, delle assicurazioni, delle industrie energetiche che hanno approfittato della congiuntura
economica per accumulare profitti astronomici. La paura di provvedimenti che avrebbero colpito le varie lobbie ha impedito all’opposizione di proporre in Parlamento una legge in tal senso, lasciando che forse la maggioranza a prendersi la responsabilità di bocciarla di fronte al paese. Quando poi al fisco si omette di ricordare che una proposta di legge che consentisse di incrociare i dati impossesso delle diverse banche dati permetterebbe una tassazione più adeguata oculata e una decisa lotta agli evasori. Anche in questo caso la bocciatura da parte della maggioranza avrebbe chiarito all’opinione pubblica, in modo inequivocabile, dove stanno le risorse e dove non si vogliono reperire.

Non basta, ma grazie alla politica di distrazione di massa messa in atto dal governo, i problemi di messa a terra del PNRR sono completamente scomparsi dai radar della politica, pur sapendo che c’è un forte ritardo che vanificherà il rispetto degli impegni assunti. Questo mentre il paese è al collasso per quanto riguarda il dissesto idrogeologico, il contrasto ai cambiamenti climatici, e mille altri problemi.

La mobilitazione sindacale

A fronte di questa situazione, con un forte ritardo, il sindacato sembra essersi mobilitato, o almeno lo ha fatto la Cgil e l’Uil, mentre la Cisl svolge la solita funzione di stampella e fiancheggiatrice dei governi in carica; i lavoratori sono stati chiamati allo sciopero generale. Se non che, il ministro delle infrastrutture, che si è visto scippare dalla premier il cavallo di battaglia dei migranti con la proposta di spedirli in Albania, che è in affanno sull’attuazione sull’autonomia differenziata, scavalcato dall’urgenza della riforma del premierato, si è inventato il nemico, individuandolo nel sindacato, decretando la precettazione dello sciopero, proclamato per il 17 di novembre.
Forte del parere della Commissione di garanzia, nominata dai presidenti di Camera e Senato – quindi tutt’altro che indipendente nei suoi giudizi – il ministro “precetto la qualunque” contava di piegare il sindacato e far fallire la mobilitazione. Ne è nata nata una campagna mediatica contraria dei tanti giornali asserviti al governo e dell’informazione televisiva che a reti unificate controllate dal Governo ha tuonato contro la mobilitazione con il solo effetto di far sapere a tutti, perfino ai lavoratori che c’era lo sciopero.
I risultato di questa campagna mediatica si è visto: piazze piene ovunque e discussione sui motivi dello sciopero, con una mobilitazione che continuerà per tutto l’arco dei prossimi giorni. E tuttavia, a nostro avviso non basta perché contro questo governo che gode di una larga maggioranza in Parlamento occorre una mobilitazione sociale capillare e diffusa, occorre costruire un clima di disobbedienza sociale permanente che induca alla partecipazione, alla discussione, al confronto, infondendo fiducia nella forza della gente comune, di ogni lavoratrice e lavoratore.

Una questione di metodo: insubordinazione

Al riguardo è bene chiarire una volta per tutte alcune questioni di metodo e di merito: è da così tanto tempo che i lavoratori non sono chiamato allo sciopero generale che probabilmente ne hanno perso la memoria. La dirigenza sindacale, consapevole di questa situazione e delle oggettive difficoltà di mobilitazione, dovute al fatto che uno sciopero costa, hanno cercato attraverso le modalità di sciopero di costruire una mobilitazione duratura, articolata, efficace, che invogliasse a una larga partecipazione. Da qui le modalità con le quali questo sciopero è stato proclamato, plasmandolo su
giorni differenziati per comparti e per territori: modalità atipiche, ma legittime, alle quali la controparte e la stessa Commissione di garanzia non sono abituate, avendo l’abitudine di doversi confrontare con mobilitazioni stanche e rituali, oppure indotte ad ignorare gli scioperi frutto della mobilitazione da parte i piccoli sindacati, rispetto alle quali omettono di emanare provvedimenti di censura o di precettazione, per non legittimarli sia pure in modo indiretto. In questa situazione è stato gioco forza, che anche a fronte delle sollecitazioni provenienti dal governo, che il servil-garante
propendesse per la precettazione.
Il sindacato ha annunciato che avverso al provvedimento farà ricorso davanti alla magistratura, ma ben si comprende che una sentenza avrebbe comunque efficacia a futura memoria. Sarebbe più opportuno che il sindacato attingesse alla cultura operaia e ricordasse che in previsione della mobilitazione il sindacato prepara i lavoratori e le
lavoratrici alla lotta, indicendo lo stato di agitazione, che deve essere regolarmente comunicato alle controparti. Il sindacato ha tutto il diritto di rivolgersi ai lavoratori, chiedendo loro di svolgere il loro lavoro con scrupolo e diligenza, nel rigoroso rispetto delle norme e dei regolamenti che sanciscono le procedure da applicare nella prestazione lavorativa.
Ciò significa che è compito del sindacato dare ai lavoratori e alle lavoratrici precise indicazioni sulle modalità con le quali verrà effettuata ogni singola prestazione. Perché si comprenda a cosa ci riferiamo facciamo qualche esempio: per quanto riguarda i trasporti il personale ferroviario dovrà aver cura di controllare attentamente la tenuta e capacità di chiusura delle porte dei vagoni, lo stato di pulizia degli stessi, la tenuta tecnica di tutte le attrezzature, di effettuare i controlli e le verifiche sul funzionamento degli impianti, dopodiché se vi sono delle anomalie o dei malfunzionamenti dovrà segnalarle immediatamente ai dirigenti e ai passeggeri, prospettando la necessità, ove ricorrano le condizioni d’interrompere o ritardare il servizio per eseguire i controlli; così dicasi per gli autobus della rete urbana ed extra urbana, per i treni pendolari che cadono a pezzi e per ogni altro tipo di trasporto.
Analoghi comportamenti possono essere assunti in ogni settore, a cominciare dagli uffici della pubblica amministrazione, per i quali il rispetto delle procedure sarà estremamente scrupoloso, la modulistica andrà attentamente compilata, le attività saranno limitate a quelle previste nel mansionario, eccetera. In altre parole. Lo stato di agitazione consente di amministrare ad un costo sensibilmente basso la mobilitazione dei lavoratori per lanciare un messaggio alla controparte e ai dirigenti.
Per mettere in atto questa strategia di lotta occorre tuttavia che il sindacato sia ben radicato sul posto di lavoro, che conosca attraverso i suoi militanti e attivisti, in modo più che perfetto, l’organizzazione del lavoro, il che d’altra parte costituisce il suo patrimonio e la sua ricchezza, occorre che disponga di un’organizzazione capillare, distribuita sul territorio, che in molti casi oggi manca e alla quale si può in qualche modo supplire, in una fase emergenziale, attraverso il ricorso alla creatività.
È importante che il sindacato sia in grado di collegarsi con ogni iscritto tramite una chat su whatsapp, predisponga elenchi di email alle quali inviare precisi suggerimenti e indicazioni sulla modalità di mobilitazione, sulle attività consentite o non consentite durante lo stato di agitazione, che predisponga informazioni giornaliere attraverso una
messaggistica intensa sui social, che fornisca indicazioni e sciolga eventuali dubbi che sorgono sul posto di lavoro, mettendo a disposizione attivisti in grado di fornire precisi suggerimenti e risposte.
Una mobilitazione non si inventa lanciando delle parole d’ordine, o facendo affidamento sulla pancia delle persone, ma costruendo faticosamente, lentamente, con perseveranza e metodo, una rete organizzativa capillare sui posti di lavoro che oggi si è dissolta, a fronte della parcellizzazione del lavoro, della delocalizzazione, del decentramento produttivo, dell’introduzione del lavoro da remoto, ma anche e soprattutto perché il sindacato ha dimenticato come fare il suo mestiere e soprattutto dimostra spesso di ignorare che è la singola mobilitazione di ogni lavoratore e lavoratrice che costituisce la sua forza.
D’altra parte, se tutto questo non fosse avvenuto la sinistra politica e sindacale non avrebbe perso, come ha perso, la conoscenza e il consenso della propria base, non si sarebbe così indebolita, lasciando le persone indifese ad affrontare, da singoli, il proprio datore di lavoro. L’individualismo non fa bene a lavoratrici e lavoratori. Superfluo dire che così preparato uno sciopero generale non può che riuscire e che i lavoratori e le lavoratrici sarebbero inutilmente precettati.

Contro le operazioni di distrazione di massa

Affrontare la controparte con questi metodi di lotta significa spostare il confronto dalla comunicazione mediatica al terreno concreto, sulla sostanza dei problemi del lavoro povero, dell’indigenza, della precarietà, tanto che il 10% della popolazione è strutturalmente povero. Lasciamo al Governo e alla destra la scelta di focalizzare il dibattito sulla delocalizzazione improbabile dei migranti in Albania, ricordando i costi enormi che questa scelta comporta; lasciamo che proponga riforme come l’autonomia differenziata, che distrugge solidarietà e uguaglianza; che proponga il premierato nel
tentativo di distruggere l’equilibrio dei poteri per cancellare la Repubblica nata dalla resistenza, ma attreziamoci alla lotta.
Su l’Albania faranno la fine di Sunak, sconfessato dalla Suprema Corte del suo paese; sulle riforme istituzionali il popolo italiano, quando sarà chiamato a pronunciarsi, boccerà l’autonomia differenziata e il premierato perché sapremo renderlo consapevole che non vi è più convenienza, nella situazione economica attuale, con la Germania in recessione, nell’attuazione dell’autonomia differenziata di alcune macroregioni; che il premierato è pasticciato e confuso e di nessuna utilità per la governabilità del paese
E tuttavia una risposta va data anche sul terreno valoriale dove questo governo è riuscito a portare a termine un’operazione di sciacallaggio, speculando sul dolore di due genitori e di una bambina, dalla morte certa e inevitabile, ad opera di una ministra dall’animo immondo, di un avvocato opportunista, attivista pro live, e dell’intero governo, mentre non fa nulla per migliaia di bambini, ai quali nega la cittadinanza perché figli di immigrati.

La Redazione