Nel fango

Due ore di pioggia alluvionale sono bastate per sommergere di acqua e fango la piana che da Prato e Campi Bisenzio giunge fino a Pistoia, inondando un terreno reso impermeabile dall’eccessiva edificazione, nel quale i fiumi e i torrenti che lo percorrono, sono stati incassati in condotte forzate dal restringimento e dalla sottrazione degli alvei, delle zone di rispetto dei corsi d’acqua, da una politica edilizia e urbanistica che, pur di guadagnare zone edificabili ha travalicato ogni norma a tutela del territorio, facendolo diventare la terza area con il più alto consumo di suolo in Italia.
A tracimare sono stati l’Ombrone Pistoiese a Quarrata, i torrenti Furba, Bardena, Stella, Bure, Fermulla, oltre al Bisenzio. Calenzano, che dispone di bacini di composizione si è salvato ma sia a Prato come a Campi Bisenzio e a Quarrata i fiumi sono esondati: gli argini hanno sostanzialmente tenuto, ma il letto dei fiumi, sostanzialmente intubati e
stretti nel loro alveo, non sono stati in grado di contenere l’afflusso di acqua. Eppure, i soggetti gestori del territorio di cui stiamo parlando avrebbero dovuto imparare qualcosa dall’alluvione che nel 1966 ha colpito Firenze e la stessa area del bacino dell’Arno. Invece, se possibile, la situazione è peggiorata e si è continuato a costruire imperterriti e cementificare e ancora si vuole andare in questa direzione, realizzando l’allargamento della pista dell’aeroporto di Firenze che già tanto ha contribuito a impermeabilizzare il territorio di quest’area. Se il progetto venisse realizzato per compiacere la cricca dei gestori ai 100 esistenti se ne aggiungerebbero altri 140a, e tutto questo malgrado la poca distanza e le maggiori garanzie di sicurezza offerte dall’aeroporto di Pisa.
Di fronte all’evento catastrofico si è parlato ancora una volta di una tempesta assolutamente imprevedibile, ma non è vero che i danni dipendono solo dall’eccezionalità dell’evento perché si è fatto di tutto per aumentare i rischi, facendo esattamente tutto il contrario di quello che la logica, l’adozione di precauzioni necessarie, i piani di bacino, prevedono per questo tipo di aree: il tutto, in violazione delle leggi, delle promesse dei politici di ogni colore, che hanno assistito inerti e anzi hanno facilitato la crescita dell’inquinamento e dell’impermeabilizzazione del suolo.
Disastrose sono state le scelte in materia di localizzazione dei servizi pubblici, come quelle relative alla concessione di aree per insediamenti industriali, prova ne sia che ad andare sott’acqua non sono stati solo gli ospedali, ma gran parte dei laboratori tessili e delle fabbriche del distretto che costituiscono uno dei punti di diamante del tessile in
Italia. A non aver capito quali sarebbero stati gli effetti dei mutamenti climatici intervenuti non sono stati solo la Regione, la città metropolitana, le amministrazioni comunali, ma anche il consorzio Arno, che rapina dalle tasche degli abitanti della piana una tangente che redistribuisce con criteri clientelari e senza tenere conto che rischi idraulici/idrogeologici non sono più solo quelli di 30 anni fa, che le sue prospezioni di rischio non sono più adeguati alle situazioni attuali, ostinandosi a negare o comunque a disconoscere gli effetti del cambiamento climatico, il che imporrebbe una rivisitazione
dei calcoli probabilistici con “l’ampliamento del “delta” per i T.R. (tempi di ritorno) decennali, trentennali e duecentennali Q(Tr200), con divagazione naturale dei fiumi e torrenti entro i propri alvei naturali, e limitrofi ambiti di rispetto, ovviamente con l’aggiunta di appropriate casse di espansione” come da tempo richiedono i Comitati
ambientalisti dei cittadini della piana che è il 2 novembre hanno diffuso a proposito un comunicato stampa, avvertendo che il peggio e ancora da venire se si procederà allargamento dell’aeroporto e al “previsto interramento di via dell’Osmannoro con un transito giornaliero di oltre 30.000 veicoli, proprio in prossimità del Fosso Reale, che ovviamente risentirà delle due barriere cementificate (la Pista e la Duna Antirumore. fronte Polo ed alta ben 12 metri) non potranno che essere il preludio a nuovi disastri.”

Il sacco di Firenze

Quanto è avvenuto oggi ha origini lontane: bisogna andare con la memoria agli inizi degli anni ’90, quando un gruppo affaristico imprenditoriale di “comunisti” (?) e democristiani prese d’assalto la città di Firenze, orientando la sua espansione verso la piana, con alla testa il gruppo Fiat Fondiaria.
Ad avversare allora il progetto, che appena si intuiva, un piccolo sindacato di classe dell’Università l’SNU-CGIL, che anche se inconsapevolmente, forse, ha combattuto la battaglia contro la speculazione edilizia che utilizzava l’Università, ma fu sconfitto, lasciato solo di fronte ad avversari troppo grandi e forti, col solo sostegno della Camera del Lavoro di Firenze.
Un’attenta analisi della politica edilizia dell’Università e della città venne prodotta e capillarmente diffusa. Vi fu una temporanea battuta d’arresto nel progetto che tuttavia ben presto ripartì individuando in un giovane e spregiudicato politico di provenienza cattolica che eletto Presidente della Provincia scalo il Comune e contemporaneamente il Partito fino a divenirne il segretario per poi approdare alla Presidenza del Consiglio.
La scelta di far espandere la città nella piana portò alla crisi dell’allora PCI cittadino e  alle dimissioni della sua intera dirigenza, richiese l’intervento dell’allora segretario nazionale del partito che bloccò il progetto per breve tempo, ma si concluse con la vittoria degli speculatori. Al tempo stesso il “sacco di Firenze” fece da trampolino di lancio per la rapida ascesa di un avventuriero edonista che, pur essendo rimasto vittima del suo egocentrismo, è riuscito ad assicurare il successo dell’operazione della quale si subiscono ancora collettivamente gli effetti su tutto il territorio.
Nuovi equilibri politici si formarono in città e venne realizzato l’intervento di delocalizzazione dell’Università a Novoli e nella piana di Sesto; gli studenti vennero esternalizzati come gli abitanti della città, espulsi dal centro storico.
Contestualmente si provvide allargamento dell’aeroporto, estendendo l’impossibile pista, stretta in una valle a già fortissima edificazione edilizia. Da allora la speculazione a Firenze e nella piana ha fatto passi da gigante: la costruzione della tranvia, l’eradicamento del verde cittadino, lo sconvolgimento del suo assetto urbanistico e viario attuale, sono i frutti immondi di quella scelta che ha attirato e attira capitali speculativi in città, di entità tale che bisogna forse risalire alla distruzione delle mura e all’investimento dei piemontesi nella Firenze degli anni postunitari per trovare una
speculazione di una tale entità.
Accanto alla trasformazione urbanistica della città fu gioco forza che si sviluppasse un mutamento profondo nel suo assetto economico e sociale, che vede la trasformazione dei centri storici in fast food e in Hospice alberghieri per turisti (ricchi) che è la Firenze di oggi. Tanto si potrebbe dire delle altre numerose speculazioni nelle quali la città è
attualmente coinvolta, come quelli che riguardano l’area della Leopolda, le Cascine, l’ex Manifattura tabacchi, la ristrutturazione dell’area di San Salvi, e tuttavia è nei profitti, frutto di queste imprese, che risiede la forza economica di un noto attore della politica italiana, Matteo Renzi, che da Presidente della Provincia prima, da Sindaco poi, e ancora da segretario del PD e da premier ha tratto da tutto questo il massimo del profitto e ponendo le radici delle sue fortune personali e politiche. Accanto e intorno a lui una cordata di manutengoli che ora è riuscita ad agganciare capitali provenienti dal mercato internazionale per continuare e se possibile intensificare la speculazione: tutto questo mentre il sottosuolo di Firenze, dall’equilibrio delicatissimo, viene traforato per la costruzione del passante ferroviario, con disastri possibili sulla tenuta statica del territorio e pericoli per le falde acquifere.
Oggi. il sacco della piana continua, portando con sé gli interessi di piccoli imprenditori che hanno occupato le aree che costeggiano fiumi e torrenti, costruendovi i loro capannoni, con uno sviluppo edilizio forsennato, che ha sparpagliato nella piana gli abitanti della città metropolitana, affinché Firenze potesse trasformarsi nel ricettacolo di
alberghi e attività turistiche che lasciano la città vuota di notte, offerta al passeggio dei turisti, ma dove i fiorentini non abitano più. Non c’è dunque da meravigliarsi se oggi la natura si vendica, ricordando che i fiumi e i torrenti hanno diritto di scorrere, che l’acqua ha bisogno di cadere e che, se il loro corso viene irregimentato e ristretto, l’acqua, un modo per scorrere, lo deve trovare. La lotta dei comitati ambientalisti della piana, benché sia generosa e abbia condotto battaglie coraggiose e realizzato micro interventi di recupero ambientale che hanno migliorato la qualità della vita e sono state di un qualche ostacolo allo strapotere degli speculatori, non è riuscita ad infrangere il muro di connivenze a sostegno della speculazione edilizia, territoriale e ambientale.

I soccorsi mancati

Ciò detto, brevemente, sulle cause, a fronte del disastro e dell’improvvisa esondazione, è mancato l’aiuto e il soccorso della protezione civile nazionale lasciando alle sole forze del territorio e soprattutto ai volontari l’onere dell’intervento. Gli abitanti di Prato e Campi Bisenzio hanno dovuto rimboccarsi le maniche e spalare fango e detriti, come del resto hanno dovuto fare gli abitanti dell’Emilia-Romagna.
A dimostrare l’importanza della presenza di una fabbrica nel territorio, con gli operai e le operaie schierarti su posizioni di classe, il sito della GKN e i suoi operai ed operaie sono stati uno dei centri nevralgici del soccorso dato dai volontari. Qui si sono raccolte scope e pale, qui si organizzavano le squadre, qui si coordinavano i soccorsi con l’afflusso di giovani abitanti della piana e di chiunque volesse trovare un punto di riferimento per agire ed aiutare: le maggiori difficoltà sono venute dall’impossibilità di smaltire l’acqua accumulatasi a fronte d un terreno impermeabilizzato che non assorbe nulla e con le condotte intasate e insufficienti. Prima che nei paesi coperti dall’acqua arrivassero un numero risibile dei militari a dare una mano è stato necessario attendere sei giorni e i numeri dell’intervento ci dicono di quanto marginale sia stato il loro l’aiuto.
In questo vuoto istituzionale occorre poi dire che un altro punto di riferimento per l’organizzazione dei soccorsi diretti soprattutto alle persone e ai beni delle circa 9,000 famiglie di immigrati cinesi che vivono a Prato e nelle zone limitrofe. Queste persone si sono rivolte a “Ramunion Italia” – una struttura sul tipo della protezione civile, alla quale
sono iscritti sia cinesi che italiani – che dipende dal governo cinese, anche perché i cinesi non sono in molti a conoscere la lingua e quindi in grado di inviare la richiesta d’aiuto al 112. La associazione ha inviato i propri SOS su WeChat – il social media simile a WhatsApp usato in Cina – che da lì ha dato disposizioni in Italia per l’invio di cibo, acqua e interventi di salvataggio con i gommoni; è presumibile che, posto che i cinesi conoscono poco la lingua, non sono esperti nell’espletamento di pratiche burocratiche, ma sono dotati di spirito di comunità e solidarietà, avverrà con l’arrivo dei
ristori. C’è da scommettere che sovvenzioni, finanziamenti a tasso agevolato e aiuti per ricostruire i laboratori distrutti, le scorte, i magazzini allagati e perfino per fornire sostegno ai tanti lavoratori a nero che operano in queste aziende, verranno prima ed esclusivamente da Pechino, piuttosto che dal governo italiano, accelerando in tal modo il subentro dei cinesi e dei loro soci nelle attività del tessile con l’assorbimento delle aziende da ricostruire.
In quanto ai ristori c’è da scommettere che gli aiuti tarderanno a venire, come in Emilia Romagna e nelle altre aree alluvionate anche perché, diciamocelo, ”molte amministrazioni sono rosse”, ma per quanto, ancora?

R. P.