Il dibattito sui Consigli di Fabbrica in Italia nel 1920

Nella crisi complessiva del sistema capitalistico seguita in Europa alla prima guerra mondiale, il movimento dei Consigli si sviluppa poderosamente e contemporaneamente in molti paesi. Il tipo di classe operaia artefice di questa stagione è quella di “mestiere”. Questa semplice constatazione ha due grosse conseguenze. La prima è che il Consiglio diviene, per sua natura, lo strumento di controllo complessivo sull’intero ciclo produttivo, grazie alla sommatoria che in esso può avvenire delle conoscenze dei singoli spezzoni di lavorazione da parte dei singoli operai; è per questo che automaticamente il Consiglio si pone quale organo di “autogestione”, passando attraverso le mediazioni del “controllo” sulla produzione e dell’eventuale abbandono (volontario o coatto) dell’azienda da parte del padrone o dell’espropriazione o occupazione di essa.
L’autogestione è quindi lo sbocco pressoché obbligato e diretto dell’azione dei Consigli dal momento in cui essi, differenziandosi dalle precedenti tipologie di organizzazione operaia aziendale, abbandonano il semplice terreno della contrattazione giornaliera in fabbrica. È la forma organizzativa stessa che conduce i CdF sulla strada dell’allargamento progressivo delle proprie competenze, in una visione espansiva del proprio ruolo sul terreno sindacale e politico, proprio perché, rovesciando i termini, questa nuova strutturazione per “commissari di reparto” è frutto di una crescita delle esigenze della classe operaia, che non possono più limitarsi alla gestione economica aziendale degli accordi col padronato.
La seconda conseguenza è che l’operaio delegato, il “commissario di reparto”, entra nel CdF già fornito di un ragguardevole bagaglio politico: sono le avanguardie di fabbrica quelle che costituiscono i Consigli, perché esse riscuotono la fiducia dei lavoratori; ma proprio perché avanguardie storiche sono anche portatrici di radicate posizioni ideologiche. Se questo favorisce il confronto sui temi concreti, concorrendo alla creazione di un’unità reale, sulle cose da fare ha però altri riflessi. Il CdF assomma in sé funzioni sindacali e funzioni politiche contemporaneamente. Se questo, da un lato, nel momento dell’incalzare degli eventi e della lotta di classe accelera la presa di coscienza rivoluzionaria in senso autogestionario, ponendo subito il Consiglio come
frammento elementare della nuova struttura sociale post-rivoluzionaria, dall’altra rende ibridi i rapporti tra esso e le strutture storiche preesistenti e consolidate della classe: il sindacato ed il partito.
Il sindacato, ancora organizzato per mestieri, ed il partito affondano profondamente nella coscienza operaia quali strumenti di identificazione sia nella propria qualità di forza lavoro professionalizzata da un lato, sia, dall’altro, in quella di cittadini della nuova società. E’ sintomatico che i CdF, strutture cellulari della società comunista, nella consapevolezza dei protagonisti più attenti, non divengano mai strutture base di organismi antagonisti ai sindacati; vi è, semmai, collateralità e distinzione dei compiti, anche se poi i compiti del sindacato restano quanto mai vaghi e incerti[1]. Analogamente per quanto riguarda il partito, nei confronti del quale permane una delega, non totale e quindi in grado di giustificare tentennamenti e distacchi, ma pur sempre una
delega.
È così che il ruolo dei CdF, in teoria, riassuntivo, non si dispiega mai in senso tutto sindacale e tutto politico, e dalla tendenziale assunzione al proprio interno dei compiti complessi inerenti all’intera costruzione e gestione sociale, ripiega nel confinamento aziendale, delegando ad altri la conduzione più generale della lotta e della società. Qui forse sta uno dei germi del fallimento cui va incontro il movimento dei CdF, sia laddove la rivoluzione è sconfitta dalla reazione, sia dove, inizialmente trionfante, rapidamente ricade sotto una nuova forma di espropriazione, senza ovviamente voler negare altre e forse più importanti cause: la stanchezza di un decennio di dure lotte, con l’intervento bellico che ha fortemente provato soprattutto le classi subalterne; l’inadeguatezza delle direzioni riformiste e la scarsa capacità politica di quelle minoritarie rivoluzionarie; il
crescere politico ed organizzativo dell’antagonista di classe, che avvia strutture proprie di coordinamento dell’azione e nuovi strumenti di gestione economica della crisi e dell’organizzazione del lavoro, che ne sono il supporto ideologico; ed infine il ruolo che può aver giocato il tradizionale attaccamento dell’operaio di mestiere al proprio lavoro, che se da un lato volge orgogliosamente verso l’autogestione, dall’altro scivola mestamente nella cogestione.
Di fronte al movimento consiliare il marxismo, nel suo complesso, si presenta impreparato se si esclude la terna Lenin, Luxemburg, Gramsci, sui quali è opportuna una riflessione più specifica. E’ un fatto, comunque, che la parte maggioritaria dei marxisti di formazione secondo internazionalista è incapace di comprendere il fenomeno, quando non lo avversa decisamente e militarmente, come Scheidemann e Noske in Germania; e ciò non può che essere messo in relazione con la lunga pratica istituzionale e politica, che ha spostato l’interesse dei partiti socialdemocratici dal terreno della lotta economica giudicata secondaria, al terreno amministrativoelettorale.
È così evidente l’estraneità del marxismo al nuovo movimento dei lavoratori, che nuovi filoni di pensiero devono nascere al suo interno per adeguarsi alla sua realtà. Infatti Lenin trova non poca opposizione all’interno dello stesso partito bolscevico per fare accettare la parola d’ordine “tutto il potere ai Soviet!”
nell’aprile del 1917, a riprova del profondo ribaltamento di vedute che egli viene operando, senza voler entrare nel merito della strumentalità tutta tattica di questa nuova impostazione leninista, che ha comunque lontane origini nell’esperienza del 1905; è da rilevare, comunque, che sempre i bolscevichi parleranno di Soviet,
tendendo a trascurare volutamente i Comitati di Fabbrica.
Dove l’indirizzo teorico e strategico cambia notevolmente è nella sinistra marxista tedesca, cui può essere fatto risalire il filone consiliarista (Luxemburg, Leibkenecht, Pannekoek, Rühle, Gorter), che elabora sulla base dell’esperienza consiliare, una nuova impostazione politica che coniuga coerentemente il più sfrenato determinismo economico con la centralità rivoluzionaria dello spontaneismo delle masse, negando ogni ruolo al partito.
In Italia, in assenza di una corrente marxista rivoluzionaria che potesse seguire il percorso dei consiliaristi tedeschi, assenza dovuta al disfacimento della componente sindacalista rivoluzionaria operata dall’interventismo, la bandiera dei CdF fu alzata da Gramsci e dal gruppo raccolto attorno a “L’Ordine Nuovo” di Torino. Il Partito Socialista infatti è, nelle sue correnti storiche, nella sostanza estraneo alla tematica consiliare. Si va dalla netta contrapposizione dei riformisti (Turati, Treves) e dei dirigenti confederali
(D’Aragona, Buozzi) all’accettazione puramente verbale dei massimalisti (Serrati, Bombacci), che nel Congresso di Bologna dell’ottobre 1919 propongono e votano una mozione per la creazione dei Soviet in Italia, cui non verrà dato alcun seguito pratico.
La distinzione tra l’economicismo dei Consigli di Fabbrica, in contrapposizione agli organi politici che sono i Soviet, terreno naturale di lavoro del nascente Partito Comunista, è il tema centrale della polemica che la sinistra astensionista di Bordiga, buon conoscitore dei meccanismi della rivoluzione russa, intreccia dalle pagine del “Soviet” con il gruppo de “L’Ordine Nuovo”. Bordiga non esclude la validità dell’intervento nei CdF (ed alcuni esponenti astensionisti, come Parodi, saranno al centro dell’attività del movimento consiliare torinese), ma ne limita drasticamente la portata e gli sbocchi, negando sulla base dell’esperienza leninista e di una rigida ortodossia, la loro funzione di base della nuova organizzazione sociale post-rivoluzionaria.
Come già detto, l’unico assertore della centralità dei CdF sia nel compito di preparazione della rivoluzione, sia nel ruolo di ricostruzione della società comunista, è in campo marxista Antonio Gramsci.
Mentre, però, in alcune fasi della polemica i CdF hanno per Gramsci il ruolo totalizzante suddetto, in altri la tipica indeterminazione dei rapporti fra questi organismi di base ed i sindacati affiora, anzi proprio questa sarà il motivo della presa di distanza dal gruppo di Angelo Tasca, il quale vedeva un rapporto di subordinazione netta.
In contrapposizione Gramsci scivola su posizioni “anarchiche”, senza però operare il salto verso una nuova concezione del sindacato: in sostanza, il gruppo de “L’Ordine Nuovo”, pur criticando ferocemente le vecchie organizzazioni sindacali, perché rappresentanti del salariato e quindi dell’operaio come prodotto dell’ordine borghese, non elaborerà mai una nuova visione complessiva del sindacato, tanto è vero che nella stessa Torino i CdF non costituiranno mai una struttura di raccordo stabile in grado di contrapporre la propria volontà a quella confederale. C’è, è vero, un tentativo ci convocare una conferenza dei delegati di tutta Italia, firmata anche dal gruppo Libertario di Torino, ma esso cadrà nel vuoto.
Altra grave carenza del gruppo comunista torinese è quella del rapporto con il Partito, cui prima si disinteressa, poi in realtà delega la gestione politica complessiva degli eventi, in perfetta consonanza con le tesi della neonata Terza Internazionale. Questa delega arriva fino all’inazione nel settembre del 1920, quando Togliatti, interpellato quale segretario del PSI torinese, si rifiuta di prendersi la responsabilità di iniziare
l’insurrezione, come richiestogli dalla Direzione Nazionale, e Terracini, membro di quella Direzione, non si oppone all’abdicazione del Partito a dirigere la lotta iniziata con l’occupazione della fabbriche, in favore dei riformisti della CGdL.
In sostanza, la concezione del ruolo dei CdF del gruppo de “L’Ordine Nuovo”, pur affascinante e per certi versi profetico, assomma i vizi di tutte le indecisioni a suo tempo individuate, costituendo un esempio emblematico delle confusioni teoriche che il marxismo attraversa se pretende di coniugare al suo interno gli strumenti di democrazia di base dei lavoratori, senza adagiarsi nello spontaneismo luxemburghista da un lato o
dall’altro sul giacobinismo leninista e bordighiano.
In contrapposizione alle tensioni teoriche che i CdF provocano in campo marxista, in campo libertario, e comunista anarchico in particolare, essi si inseriscono naturalmente, come nuovi e più adatti strumenti, sia di crescita della lotta di classe, sia come organismo elementare dell’autogestione post-rivoluzionaria. In tutti i paesi i Consigli vedono la rapida ed entusiastica partecipazione degli anarchici al loro interno e la loro naturale assunzione nel bagaglio politico delle organizzazioni quali elementi centrali e non certo secondari. I CdF, per natura organismi di autogestione delle lotte e della società, si inglobano senza difficoltà alcuna nelle teorie anarchiche dell’azione diretta e del comunismo autogestionario. Ma anche nella concezione degli anarchici esistono dei limiti: e questi non sono tanto quelli individuabili nell’enunciazione di Garino, che enfatizza il ruolo rivoluzionario dei CdF, ma mette in guardia sui pericoli di cogestione che essi presentano in fase di riflusso della lotta di classe, pericolo reale, visto quanto detto sul rapporto tra operaio di mestiere ed il proprio lavoro, ma che non si presenta solo nei CdF, quanto in tutte le organizzazioni di resistenza dei lavoratori.
I limiti reali, e che hanno pesato proprio nella situazione “prerivoluzionaria” del settembre 1920, risiedono nella sottovalutazione delle difficoltà di generalizzazione dei CdF quali strumenti specifici della classe operaia di mestiere e quindi della necessità di approntare strumenti collaterali, soprattutto per il movimento bracciantile, di modo da non farli esistere solo come momenti puramente solidaristici. D’altra parte l’operaio di
mestiere nella sua ambivalenza poteva sì costituire il fulcro dell’azione rivoluzionaria, ma poteva anche costituirsi come autentica “aristocrazia operaia”, ed in questo, e non nei CdF in quanto struttura, va individuato il pericolo di cogestione indicato dagli anarchici.
A questi limiti palesi c’è da aggiungere una concezione riduttiva del ruolo unitario dei CdF all’interno della classe, ruolo che se non viene negato esplicitamente, anzi a parole viene enfatizzato, non doveva essere realmente assunto con convinzione quale potente fattore di coesione: ne sono riprova le titubanze mostrate dagli anarchici nelle giornate cruciali dell’occupazione delle fabbriche, titubanze che li portarono a non prendere
l’iniziativa e ad attendere le decisioni del PSI e della CGdL.
Riassumendo si può affermare che le tre posizioni sopra esposte divergono in modo sostanziale. Per Bordiga i CdF sono puri strumenti di lotta, ma il fulcro deve essere fatto risalire ai Soviet, organismi politici eletti su base territoriale. Per il gruppo ordinovista essi rappresentano quel fulcro riservato ai Soviet dai bordighisti, ma senza quella caratura politica riservata pur sempre al partito. Per il gruppo anarchico “Barriera
di Milano” di Torino (di cui facevano parte sia Garino che Ferrero) i CdF rappresentavano sia il centro della lotta sia il centro dell’elaborazione politica, assommavano in sé la lotta sindacale e quella politica, quest’ultima non delegata ad altri, nella più pura tradizione comunista anarchica.

[1] A.GRAMSCI, Sindacati e Consigli, in “L’Ordine Nuovo” dell’11.10.1919, riportato in A. GRAMSCI, A. BORDIGA, Dibattito sui consigli di fabbrica, Samonà Savelli, Roma 1971, pp. 22-27.

Gli articoli di questo numero sono a cura della redazione di Crescita Politica.
Per approfondimenti rimandiamo al sito www.ucadi.org e ad una bibliografia essenziale qui di seguito: Adriana Dadà, Gli anarchici italiani fra guerra di classe e reazione, in Storia della società italiana, Milano, vol. XI, Milano, 1892.
Adriana Dadà, L’anarchismo in Italia: fra movimento e partito, Milano, 1984.
Pier Carlo Masini, Anarchici e comunisti nei consigli di fabbrica a Torino, 1951 [ristampa: Firenze, 1970].
Il sogno nelle mani. Torino 1909-1922. Passioni e lotte rivoluzionarie nei ricordi di Maurizio Garino, Milano, 2011.
Marco Revelli, Maurizio Garino: Storia di un anarchico, “Mezzosecolo”, luglio 1984.