Cronache del Biennio Rosso

La fine della I guerra mondiale aveva lasciato sul terreno più di 10 milioni di morti, oltre alle decine di migliaia di feriti gravi e invalidi. L’Europa era completamente devastata e l’Italia era uno dei paesi dove il massacro era stato più profondo, perché più forte che altrove era stata l’opposizione alla guerra, tanto da dar luogo nel 1914 a una insurrezione popolare passata alla storia come la “Settimana Rossa”. Per il capitalismo e per le classi dominanti era necessario coinvolgere il paese nello scontro bellico perché solo in questo modo si potevano stroncare e distruggere quelle forze che lottavano per la rivoluzione sociale e per una profonda trasformazione del paese. Solo con il massacro di migliaia di proletari si poteva imprimere alla storia un nuovo
corso, rilanciare l’accumulazione capitalistica dopo la crisi del 1907-1909, grazie anche ai profitti di guerra, avviare un rimescolamento delle classi sociali che desse modo di affermarsi al nascente nazionalismo e ai movimenti di massa d’ispirazione nazionalista che si manifestavano in tutti i paesi d’Europa Malgrado ciò agli inizi del 1919 la grave crisi alimentare del paese lasciava spazio alle risorte (dopo la guerra) organizzazioni sindacali e in particolare a quelle dei metallurgici, ferrovieri, marittimi che poterono
riacquistare un ruolo centrale nella vita economica e sociale. Le Camere del Lavoro divennero a livello territoriale non solo organismi di coordinamento della lotta e dell’azione sindacale, ma anche luoghi di gestione del territorio, dove padroni e commercianti si recavano a fissare i prezzi di generi alimentari e merci, invece che
rivolgersi al Prefetto, rappresentante del Governo, preferendo la vigilanza operaia a quella degli sbirri. CGL (la I non c’era perché quello era ancora un sindacato internazionalista !) e Unione Sindacale Italiana (USI) si contendevano il ruolo di contenitori nei quali la classe operaia, quella contadina e tutti gli altri lavoratori
trovavano il modo di organizzarsi, forti anche del fatto che il Sindacato Ferrovieri e quello dei Lavoratori del Mare erano autonomi dalle due centrali sindacali nazionali.
C’erano anche i sindacati cattolici, la CSL e le affittanze collettive, le associazioni contadine cattoliche, le casse rurali, controllate dai clericali; le forze da esse organizzate quando si misureranno sul piano elettorale nelle elezioni del 1920 e raccoglieranno con il Partito Popolare Italiano, nato due anni prima, ben 99 Deputati
al primo colpo (in fondo il moderatismo italiano non è nuovo al questi fenomeni e Berlusconi ha illustri predecessori !). Si trattava di forze ben radicate nel paese che potevano disporre di quotidiani a livello nazionale e di una rete di circa 100 giornali locali, a riprova dell’importanza dell’informazione nel fare consenso. Erano queste, ora come allora le forze sulle quali la borghesia legalitaria puntava per contenere la crescente forza delle organizzazione operaie di classe ecco perché la CISL ha storicamente nel proprio DNA la collaborazione di classe.

Iniziano le occupazioni delle terre e le lotte operaie

A rappresentare a livello istituzionale la sinistra era il Partito Socialista Italiano, scosso dagli eventi internazionali e frastornato dalla Rivoluzione Russa che all’epoca sembrava un successo a tutte le forze di sinistra. Esso era legato alla CGL da un patto d’azione che affidava la direzione delle vertenze politiche al PSI e di quelle economiche alla CGL. Queste forze di fronte alla crisi si dimostrarono incapaci di gestire il paese e
allora furono gli operai e i contadini a prendere l’iniziativa con scioperi e occupazioni, a cominciare dalle terre abbandonate e dal latifondo.
A sostenere le lotte un forte movimento anarchico, radicato e diffuso in tutto il paese, che distribuisce i propri militanti tra la CGL e l’USI, che ha costituito l’Unione dei Comunisti Anarchici d’Italia. La situazione economica e sociale è gravissima: il 24 agosto vengono occupate le terre dell’agro romano e le occupazioni proseguono in tutto il mese di settembre da Nord a Sud. Le occupazioni si diffondono nella valle padana come in Romagna e nel trapanese ben centomila braccianti occupano le terre di 15 feudi. Si formano i primi Soviet locali come espressione dell’autorganizzazione contadina e operaia sul territorio.
Ma è a Torino – città operaia per eccellenza – che si concentra l’iniziativa di lotta più nota anche grazie all’opera instancabile degli anarchici, fra i quali spiccano Maurizio Garino, Italo Garinei e Pietro Ferrero, dirigenti sindacali e militanti della lotta di classe, inseriti con ruoli diversi nelle lotte, ma portatori, tutti, di una prassi libertaria e anarchica nell’organizzazione operaia che portò alla formazione dei “Consigli di fabbrica”,
organismi insieme di azione rivoluzionaria e di gestione delle aziende.
Era avvenuto che il 1 novembre 1919 l’assemblea della Sezione torinese della FIOM aveva approvato l’ordine del giorno “Boero-Garino” «a grande maggioranza» che portò alla «costituzione dei Consigli operai di fabbrica, mediante l’elezione dei Commissari di reparto». Si costituì così un nuovo consiglio direttivo, provvisorio della sezione e Pietro Ferrero assunse le funzioni di segretario.
Il Convegno straordinario della FIOM di Firenze, convocato una settimana dopo (9/10 nov. 1919) su proposta di Boero e Garino stabilì che l’«esperimento dei Consigli di fabbrica» intesi come «la continuazione dell’opera delle Commissioni interne, coordinata con quella dell’organizzazione». avrebbe dato ai lavoratori gli strumenti per combattere il padronato. Questa decisione ottenne l’approvazione della direzione nazionale della CGL. Nello stesso mese si svolse in Congresso straorinario della Camera del Lavoro di Torino che affermava su proposta di Maurizio Garino nella sua deliberazione finale che i Consigli erano «ai fini dei principi comunistiantiautoritari,
organi assolutamente antistatali e possibili cellule della futura gestione della produzione agricola e industriale».
Intanto la situazione sociale si faceva sempre più grave e nel gennaio del 1920 venne indetto uno sciopero dei ferrovieri e dei postelegrafonici; i popolari si offrirono, attraverso la CSL di bloccarlo per dimostrare la loro forza, ma lo sciopero ebbe successo e si concluse con un verbale di accordo con la parte datoriale nel quale questa si impegnava a trasferire dall’impianto dove lavoravano coloro che non avevano
scioperato, onde impedire liti sul posto di lavoro tra le opposte fazioni! Si trattò di un risultato clamoroso che dimostrava l’inconsistenza dei popolari a livello di massa, e la loro incapacità a contrastare il grande movimento di lotta nel paese.

“L’infezione anarchica”

Seguirono mesi di manifestazioni e di scioperi in tutto il paese e con le agitazioni operaie e contadine si fecero sempre più forti le aspettative rivoluzionarie, tanto che Anna Kuliscioff scriveva a Turati da Milano di sentirsi stringere il cuore a vedere sui tram ogni mattina gli operai che si recavano al lavoro con il quotidiano anarchico “Umanità Nova” in tasca ( stampava 50.000 copie, tante per quel periodo)!
Il 13 Marzo del 1920 il Governo decide di introdurre l’ora legale in Italia. I Commissari di reparto delle Industrie meccaniche della Fiat chiedono che l’orario di lavoro continui secondo l’ora solare e il 22 Marzo gli operai spostano le lancette dell’orologio delle fabbriche contro la decisione della redazione. La Fiat per ritorsione licenzia tre operai appartenenti alla Commissione interna. Lo scontro si sposta allora sul riconoscimento dell’esistenza stessa delle Commissioni interne, viene proclamato lo sciopero che si estende anche ad altre fabbriche. Gli industriali reagiscono il 25 Marzo con l’occupazione militare delle fabbriche. Il 27 Marzo gli operai iniziano uno “sciopero bianco”. La situazione si esaspera con incidenti e scontri e il 13 Aprile viene proclamato lo sciopero generale, che il giorno dopo si estende a tutta la regione coinvolgendo quasi
500.000 lavoratori fra operai e contadini. Il Partito Socialista Italiano (Psi) e la Confederazione generale dei lavoratori (Cgl) prendono le distanze dalla mobilitazione per paura che sfugga al loro controllo e sia controllata dagli anarchici. Inizia una trattativa con gli imprenditori in seguito alla quale il 24 Aprile la direzione nazionale
della Federazione Italiana Operai Metalmeccanici (Fiom) firma un accordo con gli industriali che sconfessa le Commissioni interne, ponendo fine allo sciopero.
Ma non sempre il Governo può contare sull’esercito: ne è prova la rivolta dei Bersaglieri ad Ancona nel giugno del 1920 che si rifiutano di partire per occupare l’Albania e vengono bombardati dal mare dalla marina militare. Da terra era impossibile raggiungere la città perché i ferrovieri avevano bloccato la circolazione dei treni, mettendo in atto una strategia di grande efficacia. alla quale ricorreranno spesso. Intanto da Ancona la rivolta si estese in tutte le Marche, in Romagna e a Terni e benché lasciata isolata, viene schiacciata a fatica.
Lo scontro all’interno delle organizzazioni operaie tra riformisti e rivoluzionari è fortissimo e finalmente con l’intento di far ripartire la mobilitazione la FIOM rilancia le lotte per ottenere aumenti salariali e la riduzione dell’orario di lavoro. Avviene così che il 30 agosto 1920 la direzione dell’Alfa Romeo di Milano annunci la chiusura della fabbrica. Spontaneamente gli operai occupano lo stabilimento ed estendono la lotta
occupando altri 280 stabilimenti. Mezzo milione di lavoratori vengono coinvolti nella lotta; le occupazioni si concentrarono nel cosiddetto triangolo industriale: tra Milano, Genova e Torino, ma in realtà avvengono ovunque come a Suzzara, a Reggio Emilia mentre l’USI estende il movimento in Liguria dove dispone di una organizzazione radicata sul territorio. Per iniziativa di questa organizzazione sindacale il movimento assume il controllo politico del territorio.
E’ l’occupazione della Fiat che acquista un valore strategico e simbolico anche a causa del peso politico del suo proprietario Giovanni Agnelli. Così il Governo decide di inviare da Roma truppe verso il territorio piemontese, utilizzando il treno. Ma i convogli non riescono a superare i confini del Lazio perché i ferrovieri ne impediscono la circolazione. Allora alcuni reggimenti vengono fatti imbarcare a Civitavecchia sulle navi della marina, ma queste, giunte nel porto di Genova, per tre giorni non riescono ad attraccare perché non si trova nessuno che raccolga le cime per ancorarle. Una volta sbarcate, le truppe si dirigono a piedi a Torino e Giolitti – capo del Governo – può annunciare a Giovanni Agnelli che un reggimento di granatieri è pronto a prendere a
cannonate le officine occupate. Alla proposta Agnelli risponde con orrore osservando che non se ne parla nemmeno: la fabbrica è sua.

La lezione di una lotta esemplare

Ancora una volta il Partito Socialista si tira indietro e dichiara che la lotta non è politica ma economica e che quindi spetta al sindacato aprire le trattative con il padronato per trovare l’accordo, tanto che viene messo a punto un progetto di gestione operaia di tipo consociativo nel quale i sindacati avrebbero dovuto giocare un ruolo essenziale ma che resterà sulla carta.
Gli anarchici giocarono un ruolo importante nelle vicende appena ricordate. Lo sbarco di Enrico Malatesta a Genova è un evento che i primi filmati dell’epoca riprendono con interesse. La folla immensa lo porta in trionfo per le vie della città ma la vera forza degli anarchici sta nel fatto che essi costituivano una consistente minoranza nella CGL – erano presenti soprattutto nella FIOM e nell’USI (Unione Sindacale Italiana) – ma purtroppo non disponevano di una loro organizzazione politica, capace di rilanciare le iniziative e le lotte, attraverso una strategia finalizzata allo scoppio della rivoluzione e alla disarticolazione del sistema politico capitalistico-borghese. L’organizzazione che essi si erano dati – l’Unione Anarchica Italiana (UAI) – era purtroppo una organizzazione di sintesi tra anarchici di opinioni e tendenze diverse e non era quindi in grado di esprimere una linea politica risoluta e univoca. Era stato un grosso errore passare dall’Unione Comunista Anarchica d’Italia politicamente meglio e più decisamente orientata a una organizzazione più vasta e unitaria, ma caratterizzata da mille anime, contraddittoria nella strategia e nell’azione.
Chi capì la lezione su opposti fronti furono, da una parte Benito Mussolini che all’indomani dell’abbandono delle fabbriche scrisse sul “Secolo d’Italia” che gli operai non avrebbero dimenticato il tradimento dei loro capi e che lui avrebbe fatto di tutto per colpirli, visto che erano ormai isolati e privi di sostegno di massa; dall’altra Luigi Fabbri che dette alle stampe la “Controrivoluzione preventiva”, sostenendo che l’insuccesso dell’azione rivoluzionaria, l’eccesso di mobilitazioni senza risultati, avrebbe deluso i proletari e al tempo stesso spaventato la borghesia e i borghesi che avrebbero appoggiato chi avrebbe cercato di punire l’orgoglio operaio e contadino. E fu effettivamente così.
Ancora oggi ricordare e riflettere su quelle lotte è utile per capire dove e come finalizzare e con quali strumenti la strategia di oggi e per rendersi conto che senza un progetto di gestione della società futura, senza un programma in positivo di gestione della società post rivoluzionaria non si va molto lontano. Bisogna avere le idee chiare soprattutto su come gestire la fase di transizione dalla società attuale a quella che vogliamo, altrimenti nella crisi inevitabile di regime si inseriscono le forze reazionarie, pronte a proporre una soluzione d’”ordine” al disordine creativo della sinistra rivoluzionaria.
E’ anche per questi motivi che malgrado la crisi profonda e devastante oggi la mobilitazione sociale stenta a decollare e subentra la sfiducia nelle prospettive a fronte dell’inconsistenza delle alternative.