Siamo tutti/e clandestini/e

«Badanti». Un termine inesistente nel secolo scorso, divenuto apparentemente insostituibile. Ci hanno abituati col tempo ad usare l’espressione «badante» per designare donne che si occupano dei problemi di famiglie con vecchi o persone con disabilità, ai quali la distruzione del sistema sanitario pubblico e dello stato sociale in generale non garantiscono più un’adeguata assistenza.
Con quella parola si designano in genere donne dell’area «liberata» nel 1989 dal comunismo, dove oggi non ci sono più le strutture di garanzie sociali da parte di regimi che, bene o male, garantivano di vivere meglio di oggi. Così donne laureate, diplomate, anche di una certa età, si ritrovano nei loro paesi senza lavoro, con difficoltà economiche familiari che risolvono venendo a lavorare in Occidente, con salari di fame
rispetto alle qualifiche di cui disporrebbero.
Ma sono «badanti»; la parola stessa designa individui di altri tempi, personale di servizio dedito a tempo pieno ad altre persone. Un lavoro che le italiane non farebbero, si disse quando si decise di definire questa usanza; come a ribadire che se le donne italiane credevano di essersi liberate da quel ruolo di «badare» agli altri componenti della famiglia a loro assegnato per secoli da chiesa e potere maschile, non si illudessero troppo perché era il loro destino, come si poteva vedere dal fatto che altre donne erano disposte a «badare». C’è da dire che la crisi sta costringendo anche molte italiane a questo lavoro, visto il livello di disoccupazione che, al solito, colpisce di più donne e giovani.
Il fatto che anche l’ultima sanatoria ha privilegiato queste figure deve farci riflettere sul fatto che l’averle confinate in uno stato di inferiorità, sancita dalla definizione semantica, le rende diverse da altri migranti, non possibili elementi di pericolosità e sovvertimento sociale come altri migranti, proprio per la docilità, determinata dai modi e tempi del lavoro, a tempo pieno, in situazione di totale subalternità, come le donne di «una volta»
D’altronde è quello che tanti uomini italiani vogliono ancora (o sempre più?) dalle donne, se guardiamo anche l’alto numero di donne provenienti dalle stesse aree che sposano, salvo poi scoprire in molti casi che l’apparenza inganna…
Sta succedendo un processo simile con il termine «clandestini». Con il termine clandestini si definiscono i migranti che giungono nella penisola senza permesso di soggiorno o che, per varie ragioni, lo perdono.
Il termine «clandestini», rispetto al più corretto termine «migranti» definisce un individuo ancora più invisibile di un migrante che lavora di solito alle prime esperienze con lavori che lo occultano dal punto di vista dei diritti sia individuali che civili. «Clandestino» significa che non dovrebbe esserci, nessuno deve occuparsi di lui perché è un danno per tutti, infrange la legge che lo accusa semplicemente di esistere.
Invece nell’ultimo mese i «clandestini» si sono visti, qualche migliaio sono approdati sulle coste di Lampedusa, qualche centinaio solo stati resi ancor più invisibili dal mare che li ha inghiottiti; solo pochi sono riemersi e da morti non erano più «clandestini», ma semplici cadaveri, da esibire per dimostrare che c’erano, avevano cercato di essere «clandestini».
I «clandestini», vivi o morti sono ed erano donne – anche incinte – bambine e bambini, uomini, tutti giovani. Cosa hanno ed avevano di diverso dalle nostre donne, bambine, bambini, uomini? Solo il fatto che erano stati costretti, per vari motivi, a una partenza sapendo di rischiare la morte, ad attraversare quel mare che per tanti è stato e poteva diventare morte, solo per la speranza della vita.
Viene da domandarsi cosa sono diventati molti italiane ed italiani, molte europee ed europei per sentirsi diversi da quegli individui, che hanno in comune con noi non solo l’essenza dell’umanità, ma secoli di vita in comune, di scambi, prima che la Chiesa cattolica e le strutture del capitalismo ci dividessero fra le due sponde del Mediterraneo fra società civilizzata e società da colonizzare e civilizzare.
Sono due decenni almeno (ah, D’Alema, tu incominciasti!) che spendiamo soldi su soldi non solo per armarci per la difesa (!?!?), ma per bombardare a destra e a manca, prima per gli interessi della Germania che ci ha regalato alcune piccole enclaves nei Balcani dove esercitare il nostro neocolonialismo. Poi per il ruolo internazionale dell’Italia che sta non a caso in un patto Atlantico, e vuole garantirsi le vie delle risorse energetiche libere da concorrenti (vedi Afghanistan e Iraq), ora per partecipare alla spartizione delle terre «liberate» del Nord Africa, visto che il petrolio e il gas naturale continuano ad essere le risorse energetiche prevalenti.
Non solo, ma, mentre il mondo più «avanzato» converte le sue necessità energetiche adottando nuove strategie, il governo taglia risorse alla ricerca e al finanziamento per l’installazione di risorse energetiche pulite …. servono soldi per garantire l’intervento armato in Libia, per dare il «nostro contributo» alla liberazione di quel popolo che abbiamo ammazzato, sotto il fascismo direttamente, dopo, attraverso Gheddafi, che ha
pensato a sistemare anche chi provava a fuggire da quella gabbia verso l’Occidente.
Appena partiti i bombardamenti è partita in parallelo da parte del governo la campagna mediateca sull’uso e l’abuso dei «clandestini» per motivi di politica interna. Dopo aver annunciato che sarebbero arrivati orde di «clandestini» (centinaia di migliaia, qualcuno ha osato la parola milioni, senza sapere che la Libia ha solo sei milioni e mezzo di abitanti), Maroni e il governo non sono stati in grado, o meglio non hanno voluto,
amministrare arrivi inferiori ai trentamila individui.
I «clandestini» ammassati a Lampedua, in attesa di decisioni europee – che non servivano, vista la dimensione del flusso-, sono diventati visibili. Serviva far vedere qualche migliaia di giovani dormire all’aperto, sporcare tutto, scappare se rinchiusi in centri di accoglienza mentre i poliziotti accanto alle pantere parlavano fra di loro (così qualcuno poteva farsi venire il pensiero: dategli la benzina o per la macchina, o per bruciarli tutti), scappare nascondendosi alle stazioni, lungo strade minori per arrivare in un posto dove essere parti di una comunità di connazionali, essere accolti, poter sperare in un mondo migliore.
Quando ci fu la «crisi» del Kossovo, ne arrivarono più di settantamila, furono assistiti da clandestini e come tali non mostrati, perché non serviva, anzi era dannoso esporli, magari poi se ne poteva riportare una parte indietro a lavorare da schiavi alle nostre industrie che si sarebbero trsferite là, così si faceva calare la cresta ai lavoratori e ai sindacati….
Ora la presenza di «clandestini», accompagnata dalla mistificazione dell’esistenza di milioni di persone disposte a invadere le nostre coste è servita a creare il senso di insicurezza dei cittadini, che nella realtà deriva solo da una crisi sempre più forte, con una disoccupazione giovanile che sfiora il 30%. Ma tant’è con quella paura si ottundono un pò di cervelli, che non si faranno più fuorviare dall’ antimilitarismo, saranno pronti
per l’intervento in Libia che forse dovrà estendersi e sarà lungo, o per altri interventi prossimi venturi che alimentano una delle industrie più fiorenti in Italia: quella delle armi.
Poi, guarda che bella coincidenza, aprile era un mese strategico per le mire del Presidente del Consiglio e della sua banda: leggi ad personam, processi, blindabili sia come possibilità di partecipazione di voci dissidenti che come spazi per informazione e discussione. Ci sono cose più urgenti: i marziani stanno invadendo le nostre terre. Qualcuno, leggi Speroni (ma è stata solo la punta di un iceberg) è giunto a dire
«spariamogli» ai clandestini, intanto sono gli stessi ai quali stiamo sparando giù in Africa. Come al tempo delle Crociate: mori e saraceni tutti infilzati, riaprite le camere di tortura, pardon i Cie, arruolate i gesuiti, pardon la Protezione civile.
E infatti dopo settimane di tentennamenti ad usum propaganda, la soluzione che il governo ha trovato è stata di far tornare «clandestini» quella massa di giovani che sennò…. c’è anche chi li intervista e scopre che sono giovani come gli italiani, senza lavoro, ma con ancora una speranza, cambiare qualcosa. Tanto per cominciare hanno inviato una parte cospicua di «clandestini» alla Puglia, così il governatore di sinistra impara qualcosa, le regioni del Nord nulla perché loro hanno già tanti immigrati. Qui la ragione vacilla di fronte a quello che ci hanno propinato: molti degli immigrati delle regioni del Nord e nord ovest sono in maggioranza già cittadini italiani, molti di seconda e terza generazione!
I trentamila individui giunti nell’ultimo mese in Italia sono un effetto secondario, come si usa dire, delle rivolte e della guerra in alcune aree del Nord Africa. La Tunisia, ancora in fase di transizione rispetto ai recenti avvenimenti, ha accolto duecentosettantamila persone fuggite dalla Libia, dopo l’inizio delle rivolte e dei bombardamenti, persone in maggior parte di altre nazionalità che chiedono di rientrare ai loro paesi, duecentomila ne ha accolti l’Egitto. Il governo italiano non è riuscito a gestire meno di trentamila persone, giocando sulla loro pelle una sporca azione di propaganda, che bisogna cercare di capire e demistificare.
Basta pensare che da una simile emergenza/non emergenza siamo usciti con la Protezione Civile che allestiva campi di accoglienza in ex basi militari, in CIE, in veri e propri campi di concentramento, poi con l’accordo con la Tunisia che prevede il respingimento totale e generalizzato a partire dalla data dell’accordo.
Tutto nella più totale illegalità rispetto alle leggi interne; se c’è la crisi, la guerra, in base alla legge Bossi-Fini (ma l’hanno letta, o hanno fatto come Gasparri!) si potevano dare permessi speciali, ma si sono dati solo dopo settimane di esposizione mediatica dei «clandestini». In base alle leggi internazionali, poi, ogni persona che arriva deve essere considerata come individuo, si deve accogliere e ascoltare perché molti sono transfughi da situazioni di discriminazioni, di guerre endemiche provocate dall’Occidente, possono essere portatori del diritto di asilo, avere diritto a trasformarsi da «clandestini» a profughi.
Troppo complicato rispetto all’obiettivo, con questi «cavilli giuridici» i «clandestini» devono essere considerate persone, addirittura portatori di diritti; il governo ha solo bisogno di «comparse» come nei reality, che facciano passare un messaggio: serve l’intervento militare per tenerli laggiù, serve la Protezione civile per controllarli qui in strutture ben chiuse; intanto prepariamoli questi campi, che possono servire anche per chi rispetto alle politiche governative continua a richiamarsi agli ideali comunisti e brigatisti, magari solo perché vorrebbe protestare nei dintorni del Parlamento o del Palazzo di Giustizia, luoghi privati per il Premier e i suoi accoliti, quando decidono di frequentarli.
Ad onor del vero una regione e il suo Presidente si sono levati con voce ferma a reclamare il rispetto dei diritti dei migranti giunti in Italia nell’ultimo periodo dal Nord Africa. Il governo voleva preparare per l’occasione una bella struttura che prefigurasse il CIE, che la regione “rossa” si ostina a non volere. Dopo un braccio di ferro fra governo e Presidente della Regione, con cittadini che protestavano per giorni contro l’apertura della struttura individuata per l’operazione, la Toscana ha fatto l’accoglienza richiesta dalle autorità centrali, ma con ministrutture sparse sul territorio, rendendo più umana la residenza e i rapporti fra chi vive in quei luoghi in attesa del riconoscimento dei suoi diritti e chi in quei luoghi sta da più tempo per nascita o arrivo successivo. E’ stata anche l’area nella quale si sono rilasciati per primi i permessi temporanei previsti dall’art. 15 della legge Bosssi Fini, che poi, dopo l’accordo con la Tunisia, si è cominciato a rilasciare, con una parallela messa in scena di scontri veri o fittizi con l’Europa, realmente nauseabondi per il livello a cui abbiamo visto scendere qualche Sarkozy e molti leghisti.
Nel frattempo il carico di annegati nel canale di Sicilia ha visto crescere il numero, che ormai a detta di tutti sono almeno ventimila negli ultimi quindici anni. Ma quelli poco interessano al governo, erano «clandestini», e sono anche scomparsi. Solo le madri, i padri, le sorelle, i fratelli, figli e figlie possono ricordali come persone amate; amate e rispettate dalle due parti del mare, se vogliamo continuare a essere uomini e
donne. Altrimenti ci sarà solo la barbarie e, come ci insegnava Levi, il rischio di dover poi dire «se questo è un uomo».

Adriana Dadà