Ma perché si interviene in Libia?

Sembra una domanda retorica, la cui risposta sarebbe stata data dai grandi organi di informazione: per il petrolio, ovvio! Ma a ben guardare la risposta tanto ovvio non è, e vale la pena rifletterci un po’ di più. Le enormi spese che Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti vanno sostenendo in questa impresa, oltre all’assunzione delle incognite di un eventuale dopo-Gheddafi non sono giustificate dal ruolo primario assertivamente attribuito al petrolio, giacché chiunque abbia il potere in Libia necessariamente dovrà vendere il petrolio all’estero, perché è grazie agli inerenti introiti che la popolazione gode del più alto reddito pro capite nel mondo arabo dopo l’Arabia Saudita, dispone di sistemi scolastico e sanitario migliori di quelli dei vicini e di una bassa pressione fiscale. Ma quand’anche – e per assurdo – qualche pazzo al comando volesse tenerselo, sarebbero fatti suoi, in quanto secondo gli esperti la produzione libica non sarebbe tale da incidere in modo rilevante sui prezzi di mercato.
Le motivazioni quindi, appaiono oscure: escludendo il petrolio, viene meno anche la conseguenza di voler legare a sé i ribelli libici con il vincolo della gratitudine per l’aiuto materiale ricevuto ai fini del successivo ottenimento di proficue concessioni energetiche; sempre ammesso che si abbatta Gheddafi (ma si nota che gli occidentali di riconoscenza non ne hanno riscossa molta né in Afghanistan con Karzai, né in Iraq con gli sciiti (anzi!), né in Kossovo con l’Uck).
In alternativa ci si può chiedere se si sia voluto rilanciare la Nato, la cui immagine è effettivamente appannata per le recenti imprese bellico/pseudoumanitarie tutte prive di successi, ma solo di morti e distruzioni.
Può anche essere, ma sembra un po’ poco. Pensare allora alla spartizione di un proficuo business per la ricostruzione di costose infrastrutture distrutte dai bombardamenti? Può essere anche questo, ma altresì per tale ipotesi l’uscita di scena del raís è indispensabile.
Qui va posta un’ulteriore domanda: c’è davvero questa intenzione? Non sembra che muoversi nei limiti della risoluzione del Consiglio di Sicurezza sia la cosa militarmente più idonea per farlo. Tant’è che dopo tanti bombardamenti i ribelli sono di nuovo alle corde. La Lega Araba è contraria ad armarli, le potenze imperialiste ancora non li armano e i paesi arabi nemmeno, e gli stessi governi interventisti hanno fatto il possibile per chiudere al raís la via della ritirata. Si ricordi che Ben Ali e Mubarak hanno “mollato” non solo al vacillare dei pilastri del loro dominio, ma anche avendo garanzie che non gli sarebbe stato presentato il conto delle malefatte compiute. Con Gheddafi tanto si è detto e fatto da far aprire su di lui addirittura un procedimento penale internazionale. E ora si cerca il paese che potrebbe accoglierlo!
Le domande che si affacciano non sono certo finite: esiste un piano d’azione per la fase successiva ai bombardamenti? cosa faranno le potenze imperialistiche se Gheddafi – fra una controffensiva e l’altra – effettivamente fosse in procinto di prendere Bengasi? Uno specifico intervento aereo/navale dall’effetto di bloccare i governativi presso i confini della Cirenaica vorrebbe dire divisione della Libia in due entità.
Riguardo a una tale ipotesi ci si chiede a chi converrebbe davvero. Mandare truppe di terra? Per il momento l’Onu l’ha vietato. Inoltre, siamo sicuri che l’appoggio ai ribelli è supportato da un’effettiva conoscenza? Sta di fatto che su di essi circolano le voci più disparate, e poi vi è un altro aspetto: anche i ribelli libici possono finire con l’essere una novità rispetto al precedente quadro globale, pur non venendo da un altro pianeta i membri del Consiglio rivoluzionario (anzi sono persone che facevano parte del regime); tuttavia accade abbastanza sovente in politica che gli ex collaboratori – una volta autonomi pratichino linee d’azione diverse o opposte da quelle per cui avevano lavorato sotto l’egida di un leader (si pensi al passaggio del potere a Sadat, che operò in senso contrario alla linea nasseriana da lui mai contestata prima). Ma finora le novità non sono politicamente tutte positive per le potenze occidentali; per quanto da noi non se ne parli. Invece sulla stampa turca si è rimarcato che oggi europei e statunitensi trovano difficoltà a negoziare con i nuovi vertici tunisini ed egiziani, e la cosa non migliora in rapporto alle popolazioni locali, non dimentiche degli ancora recenti rapporti di amicizia fra i loro deposti tiranni e l’Occidente. Rimane quindi aperta la domanda iniziale.
Tuttavia un’ipotesi alternativa può essere avanzata. Vediamo prima gli elementi alla base dell’ipotesi, che poi verrà formulata:
1. gli eventi tunisini ed egiziani – una sorpresa per gli imperialisti occidentali – si sono svolti in tempi relativamente brevi a opera di soggetti attivi locali: in Tunisia il potere di Ben ‘Alī si è sgretolato appena è stata evidente l’incapacità della polizia a fare fronte alla piazza, e l’esercito – per quanto non sia una rilevante forza armata – ha abbandonato il dittatore; anche in Egitto è stata la presa di posizione dei militari a costringere a cedere Mubārak;
2. al di là del bel discorso fatto a suo tempo da Obama al Cairo, sta di fatto che l’Occidente ha dovuto ingoiare un rospo pieno di incognite, non avendo avuto la possibilità di mettere le mani sugli eventi in modo da pilotarli; quello stesso Occidente che chiude gli occhi sul Bahrain e l’Oman, che per ora reputa controproducente infilarsi nel pasticcio yemenita, ma che invece interviene in Libia;
3. in Libia la rivolta è diventata guerra civile e appena i ribelli si sono trovati alle corde c’è stato l’intervento aggressivo di Francia e Gran Bretagna – per quanto non sottolineato dai mass-media il ruolo degli Usa è secondario, come inconfutabilmente dimostra il fatto che gli aerei operativi contro postazioni, mezzi e uomini di Gheddafi sono in pratica quelli francesi e britannici (ecco anche perché le cose vanno per le lunghe);
4. il programma da poco predisposto dal Consiglio rivoluzionario di Bengasi per la nuova Libia risulta improntato ai princìpi di una regolare democrazia nazionale borghese ma non scevra di orgoglio nazionale;
5. il forzato abbandono degli imperi coloniali ha dimostrato ancora una volta che il lupo perde solo il pelo, e infatti Francia e Gran Bretagna hanno conosciuto le stagioni del neo-colonialismo;
6. tutto questo fa sospettare che in realtà almeno in Libia – un bel cuneo fra Tunisia, Algeria ed Egitto – se si riesce a eliminare quella scheggia impazzita che è Gheddafi, Francia e Gran Bretagna vogliano imporre politicamente il loro peso, per evitare effetti “sovversivi” nel caso (ancora una volta) che qualcuno voglia prendere sul serio i princìpi di libertà e democrazia rappresentativa, e comunque possa affiancarsi a tunisini ed egiziani nel ruolo di interlocutore scomodo. È infatti consistente il rischio che le
agitazioni del mondo arabo (dal Marocco al Golfo Persico) portino a una mappatura politica di quell’area in buona parte diversa da quella che ha consentito di lucrare su tanti intrecci negoziali, non sempre puliti. Col dominio politico anche gli interessi economici sono assicurati, e nell’area nordafricana Francia e Gran Bretagna hanno interessi di rispetto; forse più degli Stati Uniti. Inoltre nella nostra ipotesi si inquadra perfettamente – e si motiva – l’eventualità che dietro la rivolta cirenaica ci sia
stato un “attizzamento” francese. E allora vengono meno anche le possibili iniziali ironie sulla cattiva organizzazione della rivolta: era invece opportuno che così fosse, altrimenti come sarebbero potuti arrivare i salvatori d’Occidente?

Pierfrancesco Zarcone