Myanmar e Diritti Umani

Stupisce il mondo la repressione militare in Myanmar, contrastata a livello popolare da un intero popolo, con un’azione di resistenza assolutamente pacifista, come nella tradizione buddista. A simbolo di questa resistenza da parte di una opposizione estremamente composita dal punto di vista politico è stata indicata Aung San Suu Kyi, già premio nobel per la pace, ma persecutrice dei Rohingya, personaggio ambiguo dunque come l’attuale leader etiopico Sahle-Uork Zeudé, anche lui Nobel per la Pace. È evidente, che questa è una delle specialità degli insigniti con questo titolo che, come Obama, lo ha ottenuto all’indomani del bombardamento della Siria o il Nobel Henry Kissinger, specialista in colpi di stato e guerre.
Il primo febbraio 2021 l’esercito birmano, chiamato Tatmadaw, che accorpa tutte le forze militarizzate del paese, polizia e dogana comprese, e possiede e gestisce le attività industriali del paese che sono tutte nazionalizzate, ha ripreso il potere che ha gestito quasi ininterrottamente dal 1961. La proprietà della terra è invece consentita ai privati, esclusi gli appartenenti alla componente Rohingya della popolazione del paese,
concentrati nello Stato Rakhine, che occupa la metà delle coste del Myanmar, partendo dai confini con il Bangladesh e procedendo verso sud.

I Rohingya e il fondamentalismo buddista

Come tutte le confessioni religiose quella buddista ha una struttura complessa. Al suo interno ci sono la componente pacifista e tollerante, ma molto diffusa è quella fondamentalista, che si identifica come, in altre religioni, con fenomeni culturali e politici, come il nazionalismo, l’identità etnica e con alla base ragioni di carattere economico. I Rohingya sono un gruppo di fede musulmana e fanno parte degli strati più poveri della
popolazione. Si tratta di un gruppo etnico di religione islamica che parla il rohingya.
Gli appartenenti a questa popolazione non vengono riconosciuti come cittadini birmani, ma sono considerati dei bengalesi musulmani, arrivati nel paese con la colonizzazione britannica. Il governo fel Myanmar non li riconosce come cittadini e nega loro la maggior parte dei diritti fondamentali. Non possono muoversi liberamente nel paese e vivono in campi sovraffollati situati un genere fuori dalla città di Sittwe, capoluogo del Rakhine. Negli ultimi mesi la situazione è peggiorata drammaticamente a causa di alcuni scontri con le forze armate. Dalla fine di agosto 2017, circa 866 mila Rohingya, vittime di violenza con centinaia di persone uccise, fra cui molti bambini. sono fuggiti in Bangladesh, aggravando ulteriormente la situazione nei campi di accoglienza nei quali l’acqua potabile e il cibo scarseggiano, la situazione igienica si è deteriorata. Migliaia di famiglie, compresi i bambini, dormono all’aperto, privi di tutto.
I Rohingya non hanno accesso agli stessi servizi dei cittadini buddhisti; non possono lasciare, senza permesso, i loro insediamenti del Rakhine; non possono possedere terreni e si stima che almeno il 55% dei Rohingya arrivati in Bangladesh siano bambini.

Uno Stato diviso

Il Myanmar è un Paese diviso amministrativamente in 14 Stati, 5 zone, 1 territorio dell’Unione, ma quel che è più grave è la divisione economica, sociale e produttiva. Inoltre il paese ospita la gran parte del cosiddetto triangolo d’oro, centro della produzione di oppio, eroina e metanfetamine, perciò il territorio è controllato da milizie di trafficanti che convivono con la presenza dell’esercito. Dopo la crisi del 2008 il Paese
si era parzialmente aperto; il controllo dei militari sulla società civile si era allentato e, grazie anche allo sviluppo turistico, era cresciuto un certo benessere. Ora però la crisi pandemica ha bloccato l’industria turistica e non solo, l’export è diminuito, e i militari hanno ritenuto di dover riprendere il controllo diretto del paese, con il sostegno internazionale della Cina che per questioni geostrategiche utilizza il paese come sbocco per la sua presenza nel golfo del Bengala e come luogo di produzione di merci a basso costo.
Anche se i media internazionali intestano ad Aung San Suu Kyi l’opposizione, la situazione e dunque ben diversa. Le forze dell’opposizione all’esercito si sono coalizzate contro i militari e ad oggi si contano 700 morti, migliaia di feriti e di arrestati. Vittime delle violenze sono soprattutto le donne – picchiate e stuprate: i militari controllano solidamente il potere, incuranti delle proteste di una società civile in sviluppo che è la vera opposizione. Le sue componenti di sinistra hanno, per il momento, rinviato a dopo la sconfitta dei militari il regolamento dei conti con la Presidente eletta, essa stessa macchiatasi di violazione dei diritti umani a danno
dei letteralmente poveri Rohingya. La loro battaglia si combatte su due fronti e potrà essere vinta, sempre che riescano a liberarsi dal ruolo politico dei fondamentalisti buddisti e nazionalisti.