ALLE RADICI DELLA JIHAD. LA NOSTRA RISPOSTA

La scelta jihadista di molti giovani figli di immigrati in Europa di seconda e di terza generazione e di giovani convertiti all’islam ha indotto molti a interrogarsi sulle ragioni di questa scelta. Le cause del fenomeno, a parere di molti, risiedono nel fallimento delle politiche di integrazione; per altri sono il frutto dell’emarginazione sociale ed economica dei migranti (che è poi la stessa cosa); per altri ancora questi giovani scelgono l’islam perché sul mercato della rivolta radicale non c’è altro e perciò cercano uno sbocco
alla loro rivolta generazionale. Il loro nichilismo e il loro orgoglio sono profondamente interconnessi. I jihadisti dunque sono più nichilisti che utopisti. Non sono insomma l’espressione di una radicalizzazione della popolazione musulmana, ma il prodotto di una rivolta generazionale né più né meno di come lo erano i loro coetanei delle rivolte giovanili degli anni sessanta-settanta o al più le frange terroristiche presenti in Europa sul finire del secolo scorso.
Si tratterebbe insomma di un ribellismo, di una rivolta giovanile endemica, quasi genetica che ritorna e ora, in un mondo privo di ideologie, si dirige verso l’islam salafita, poiché esso rifiuta il concetto di cultura, of – fre una regola che permette a costoro di ricostruirsi da sé. Costoro non vogliono la cultura subalterna dei genitori e nemmeno una cultura “occidentale”, che per loro è il simbolo del dominio coloniale, della sottomissione storica dei loro popoli di origine. Alla guerra di classe hanno sostituito quella fra le culture, le società, i modi di essere, realizzando l’islamizzazione nel radicalismo nichilista.
Questa chiave di lettura del fenomeno è del tutto insufficiente in quanto adotta categorie sociologiche pure importanti, ma deprivate dal sostegno di un’analisi strutturale, senza la quale non si comprende la dimensione mondiale del fenomeno e non si capisce perché le adesioni alla jihad islamica provengono da tutto il mondo e non lasciano indenne nessuna società. Esse si verificano certamente in misura maggiore in alcune
aree e sono qui aiutate da fattori specifici e contingenti, ma bisogna guardare ai luoghi dove cercano di farsi Stato, di divenire sistema alternativo e reale di organizzazione della vita sociale, per cogliere le cause più profonde; altrimenti si continua a pensare che si tratta di un fenomeno passeggero e transitorio, di una forma di ribellione che si esaurirà con il divenire vecchi o almeno di”mezza età” di una generazione.

Alle radici del radicalismo islamico

Il radicalismo islamico, il wahabismo e il salafismo, in particolare, sono teorie politiche che possiedono una visione complessiva del mondo e offrono una visione compiuta della struttura sociale che usa come supporto la religione islamica e sui suoi dogmi e credenze costruisce una narrazione che ha come fine quello di guadagnare consensi a una forma ben definita di rapporti sociali, di visione della vita, di concezione della
ricchezza e del potere. Queste teorie politiche sono nate insieme all’affermazione del colonialismo predatore delle risorse petrolifere e non solo dei paesi islamici che hanno fatto credere che se le popolazioni autoctone dei paesi islamici, e in particolare quelli dotati di risorse petrolifere, avessero potuto possedere e gestire direttamente le loro ricchezze sarebbero stati autosufficienti e anzi in grado di imporsi su tutte le aree del
pianeta dove è presente l’islam e espandere ulteriormente le sue conquiste.
Questa strategia parte dall’assunto che il fulcro di ogni attività è l’energia e che questa si identifica con il petrolio e che su questa dominanza si costruisce l’economia. Ebbene se è ancora vero che in questa fase l’energia petrolifera è dominante, ci si avvia inevitabilmente verso almeno un bilanciamento sulla spinta dei problemi climatici e dello sviluppo tecnologico. Inoltre la differenziazioni delle fonti di approvvigionamento e
il proliferare dei produttori, detentori di petrolio, mette progressivamente in crisi la funzione dominante di alcune aree strategiche, come il medio e estremo oriente, nelle quali si addensa oggi lo scontro in corso. Non è un caso che le componenti dell’integralismo politico e ideologico islamico stanno spostando il loro raggio di
azione in Africa o cercano di guadagnare consensi nell’Asia centrale fino a lambire alcune province della Cina come lo Xinjiang.
In questo quadro certamente più complesso diviene coerente la diffusione generale degli attacchi terroristici, come braccio armato di una teoria politica di visione dei rapporti sociali e produttivi che ha orizzonti ben più ampi e complessi.

La religione come strumento

E’ per i motivi su esposti che individuare le cause dello scontro in atto e delle guerre in corso in uno scontro tra civiltà, e quindi tra religioni, è folle, riduttivo e fuorviante e può venire in mente solo a Samuel P.
Huntington (1), consulente del Pentagono, alla sua volgarizzatrice Oriana Fallaci, al suo epigono attuale Angelo Panebianco per citarne uno tra i più molesti: utili idioti, sostenitori della guerra asimmetrica con l’islam Nella teorizzazione politica wahabita e salafita la religione è il veicolo attraverso il quale fare penetrare e diffondere la loro teoria politica e a ciò provvede un immenso apparato di “predicatori” addestrati soprattutto dal governo dell’Arabia Saudita e sparsi per il mondo, a predicare le loro teorie politiche. Sono essi i soldati di uno scontro politico che è prima di tutto all’interno dell’islam e ha come obiettivo l’egemonia su tutto il mondo islamico.
Facilitati dall’ignoranza di tutto ciò che riguarda l’islam, tipico dei governi occidentali, costoro si sono ben inseriti nelle comunità migranti. Una prova è costituita dall’appalto dato dal Belgio, di fatto, all’Arabia Saudita per fornire gli imam nelle moschee belghe e questo malgrado che il paese avesse consentito e facilitato la nascita di una rappresentanza elettiva dell’islam del paese che vedeva al suo vertice anche delle donne, innescando un processo di secolarizzazione all’interno dell’islam.
L’errore è stato quello di considerare l’entità islamica come unitaria perché all’interno di questo ambito son potuti prevalere in molti casi coloro che disponevano di maggiori risorse finanziarie, soffocando il pluralismo, anche organizzativo, che deve sempre prevalere all’interno delle comunità religiose.
Sono questi i frutti del razzismo culturale, di considerare gli appartenenti alla cultura musulmana e alla tradizione islamica come tutti religiosi e di un solo “tipo” di religiosità, come se fosse possibile che un miliardo e trecento milioni di musulmani nel mondo possano pensarla in un solo modo !
E’ quanto sta facendo il ministero degli interni italiano che spinge affinché i musulmani in Italia vengano rappresentati da una sola organizzazione. Non vi è dubbio che così facendo si consente a coloro che ricevono il sostegno dei governi arabi e musulmani di proiettare la loro egemonia su coloro che si sono insediati nel nostro come in altri paesi, di condizionare e influenzare i convertiti., mantenendo e rafforzando un legame identitario e di comunità nel quale far prevalere la loro propaganda.

Il nostro ruolo nelle comunità migranti

Fatte queste premesse tocca a noi offrire una reale alternativa. Non ci sono dubbi che la gran parte dei migranti abbiano, nel nostro come in altri paesi europei, una collocazione oggettiva in ruoli sociali emarginati e questo non solo a causa della loro condizione economica, Costoro hanno difficoltà linguistiche, di lavoro, nell’alloggio, a scuola, nella condizione giuridica delle donne, difficoltà nello svolgimento del loro ruolo
sociale e nel vestire, nell’utilizzazione del cibo, nel godimento delle festività e nel mantenimento delle tradizioni che essi considerano identitarie. Queste fasce di popolazione devono spesso contendersi territorio e risorse con le popolazioni autoctone, oppure con migranti di altre etnie e religioni, altrettanto disagiati e svantaggiati. A costoro dobbiamo proporre iniziative e sostegno, caratterizzati dall’unità, dalla solidarietà, del rispetto nel loro trattamento, ricordando che l’appartenenza religiosa è un fatto individuale e privato che appartiene alla sfera personale di ognuno. Il primo passo è infatti avversare la dimensione pubblica della religione.
Per questo motivo bisogna supportare le scuole nell’accogliere i bambini, non solo attraverso interventi sulla mensa affinché i cibi rispettino le loro abitudini alimentari, ma anche e soprattutto sostenendo il loro apprendimento con sussidi didattici, libri, stampati, coinvolgendo le mamme in un circuito virtuoso di assistenza ai figli e offrendosi per insegnare ad esse la lingua, per farle andare a scuola.
Occorre dar vita a gruppi di quartiere che si occupano dei bambini di migranti e cittadini autoctoni, mentre le loro mamme ritornano a scuola, abbattono muri e diffidenze, sostenuti anche da incontri dove si mangiano insieme i cibi di ognuno, in un giardino, una mensa scolastica, un circolo ricreativo, in un’occasione di festa.
Bisogna promuovere e valorizzare gli scambi di esperienze per quanto riguarda la conoscenza del paese d’origine, promuovere discussioni collettive nelle quali coinvolgere gli uomini e le donne, magari in una prima fase separatamente e poi tutti insieme, valorizzando il ruolo della coppia in quanto tale. L’ambito religioso non
deve essere il solo nel quale si discutono i problemi comuni (gli uomini tra loro nella sala di preghiera o nella moschea), ma si deve discutere anche nei locali della scuola di quartiere, fuori dalle lezioni, a partire dai problemi dei figli e coinvolgendo gli uomini e le donne. Questo risultato si raggiunge tenendo conto che la mentalità di partenza è che le discussioni e i confronti avvengono a base sessista e che è quindi uno degli ostacoli maggiori da superare e quello di un’effettiva uguaglianza tra uomini e donne.
Nel rapporto con le madri è importante sottolineare la loro responsabilità nell’educazione e nello studio del figlio, soprattutto quando questo frequenta la scuola media, per combattere la tendenza tradizionale ad attribuire la prevalenza sulla madre al figlio maschio che ha superato la pubertà.
La rinascita di luoghi di aggregazione territoriale deve cercare di impedire il formarsi di comunità separate ed è perciò che i gruppi religiosi di qualsiasi tendenza o orientamento che si offrono come luogo di incontro dei giovani vanno evitati, quando cercano l’assimilazione e la conversione, quando si presentano come un’alternativa alla famiglia, che invece va coinvolta in una gestione delle strutture comuni.
Bisogna ricordare che il migrante, proprio per il fatto di avere deciso di partire è spesso portatore di una cultura e di scelte altre,rispetto a quelle della società di origine; partire allontanarsi dal luogo di origine significa essere disponibile a rischiare, a rimettersi in discussione, essere portatore di una realtà e di un vissuto spesso in dissonanza con il luogo di origine. L’emarginazione nella società di arrivo, la non accoglienza respingono il migrante verso le strutture di comunità etnico-religiosa nelle quali egli trova o pensa di trovare protezione e vive questo ritorno alle origini come rivisitazione mitizzata di tradizioni e abitudini spesso non sue: quelle, esattamente quelle, dalle quali pensava di fuggire migrando.
Occorre rendersi conto che spesso la tradizione è mito, che noi ricostruiamo nel nostro immaginario per avere un approdo sicuro e trovare protezione e ristoro alle nostre paure. L’integrazione non è un minestrone di culture ed esperienze che genera un sapore indistinto, ma la permanenza della diversità che deve consentire la contaminazione, permettendo al tempo stesso di distinguere i vari sapori.
Stare insieme, collaborare, contaminarsi, deve significare anche lottare insieme per eguali diritti, sapersi dare degli obiettivi collettivi e condivisi da perseguire attraverso l’unità e la solidarietà. Significa non discriminare tra migranti e autoctoni, significa battersi per costruire l’unità di classe che è la sola che può battere il nemico di tutti: il padrone, il detentore della ricchezza e dei mezzi di produzione.
Solo offrendo alternative concrete e visibili si batte il terrorismo, anche quello jiahdista, ricordando che da sempre la proposta politica del comunismo anarchico rifugge dal nichilismo e sceglie la strada della costruzione di un progetto politico razionale per realizzare una società più libera ed eguale, contrassegnata dalla solidarietà.

[1] Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, 2000

Gianni Cimbalo