2. Gli effetti della concertazione

Dagli anni Novanta il patto di desistenza tra capitale e sindacati resse alla crisi della prima Repubblica e fece da suggello al sostegno dei governi dell’alternanza con Berlusconi e all’alleanza sostanziale tra destra e sinistra, alternativamente al governo. Del resto i partiti tradizionali non c’erano più, distrutti da “mani pulite”.
Il ceto politico era stato sostituito da un’oligarchia che si autoriproduceva nei rispettivi schieramenti, riducendosi a gruppi di potere in lotta per dividersi le spoglie del paese e gestire la sconfitta del nemico di classe: i lavoratori.
La politica di contenimento salariale doveva redistribuire il reddito, concentrando progressivamente la ricchezza nelle mani di pochi ed erodendo sempre più il potere d’acquisto dei salari e con questi la capacità politica dei proletari. La precarizzazione del mondo del lavoro, con l’ampliamento delle fasce di non garantiti, aveva il duplice effetto di indebolire le rappresentanze sindacali, incapaci di assumere la difesa dei lavoratori precarizzati e distruggere le capacità organizzative e di reazione collettiva dei nuovi poveri.

Oligarchia
I meccanismi di riproduzione dell’oligarchia sono stati analizzati da Robert Michels, (Colonia, 9 gennaio 1876 – Roma, 3 maggio 1936), un sociologo e politologo tedesco naturalizzato italiano che studiò il comportamento politico delle élites intellettuali e contribuì a definire la teoria dell’elitismo. Nel suo saggio La democrazia e la legge ferrea dell’oligarchia: saggio sociologico, Roma, Cooperativa Tipografica Manuzio,
1910, Michels sostiene che maggioranza e opposizione fanno finta di lottare:ma il loro scopo è farsi rieleggere e perpetuarsi al potere, autoriproducendosi. Esiste dunque una ‘’legge ferrea dell’oligarchia’’ alla quale può porre rimedio solo un leader carismatico.
Come si vede mentre l’analisi della degenerazione del sistema politico parlamentare viene ripresa dal Movimento 5 stelle, la soluzione è quella rappresentata dall’attuale capo del governo.
Michels, muovendo da queste posizioni, aderì al fascismo.

Così la concertazione che ha governato la politica italiana fino a ieri ha prodotto i suoi immensi danni e ha portato alla degenerazione del movimento sindacale, ha ridotto le sue componenti di classe all’emarginazione e alla sconfitta, sta producendo un accelerato smantellamento delle conquiste del precedente ciclo di lotte, in materia di scuola, sanità, servizi, l’affievolimento quando non la soppressione dei diritti, licenziamenti, fame, disperazione tra le fasce più deboli delle lavoratrici e dei lavoratori. Di contro ha contribuito a concentrare la ricchezza nelle mani di un numero sempre più ristretto di soggetti.
Il fallimento della concertazione era tuttavia inevitabile poiché gli interessi di capitale e lavoro sono strutturalmente antagonisti e perché la globalizzazione dei mercati e degli investimenti ha aggiunto nuove armi al repertorio degli imprenditori e del capitale finanziario che, attraverso la delocalizzazione delle imprese e degli investimenti, possono operare sul salario e quindi sulle condizioni dell’offerta di lavoro. Inoltre
l’introduzione della moneta unica europea (euro) rende impossibile l’utilizzo di progressive svalutazioni per rilanciare le esportazioni. Da questo insieme di motivi e non solo dalle bolle speculative internazionali viene la crisi profonda del sistema produttivo e dell’occupazione.
La mancanza di una strategia sindacale di attacco e di difesa sul campo da parte dei lavoratori, l’incapacità di produrre alleanze a livello anche internazionale, in grado di contrastare le strategie del capitale, hanno prodotto la crisi profonda sia dei lavoratori sia del sindacato. .La fine della solidarietà internazionale è avvenuta in un quadro che al contrario ha visto crescere la capacità del capitale di spostare a piacimento lo
scontro da un sistema economico all’altro, da un territorio all’altro.
Ciò è accaduto benché fenomeni come la delocalizzazione produttiva e la globalizzazione dei mercati fossero stati descritti e previsti come parte della strategia del capitale già da Adam Smith ne La ricchezza delle nazioni del 177; quindi il fenomeno era tutt’altro che nuovo e sconosciuto mentre erano certamente inesistenti i
mezzi per contrastarlo e soprattutto le strategie per combatterlo.

Globalizzazione e decentramento produttivo
Già Adam Smith ne La ricchezza delle nazioni del 1776, opera in cinque volumi, descrive il processo di globalizzazione sostenendo che il progressivo allargamento della sfera delle relazioni sociali arriva progressivamente a coincidere con l’intero pianeta. Interrelazione globale significa anche interdipendenza globale, per cui sostanziali modifiche che avvengono in una parte del pianeta nell’organizzazione del lavoro e
nell’economia hanno, a causa di questa interdipendenza, ripercussioni anche in ogni angolo del pianeta, in tempi relativamente brevi. Il decentramento produttivo è un fenomeno tipico dello sviluppo dell’accumulazione e risponde alla necessità dell’imprenditore di trovare le migliori condizioni per lo sviluppo della propria attività
spostandosi nel mercato del lavoro globalizzato. Questi fenomeni erano conosciuti e analizzati fin dal 1700!
L’attuale fenomeno definito globalizzazione viene presentato come nuovo perché molto più evidente grazie ai sistemi di comunicazione più rapidi, ma non rappresenta nulla di nuovo né nei processi di finanziarizzazione del capitale né nei fenomeni di delocalizzazione e decentramento produttivo.

Restringendo le nostre riflessioni all’Italia, in questi anni i sindacati non sono riusciti nemmeno a produrre accordi sugli investimenti, piani d’intervento per le infrastrutture e quant’altro potesse sostenere il livello stesso di industrializzazione e le capacità produttive del sistema paese, si sono dimostrati incapaci di contrastare la
perdita del potere d’acquisto dei salari, hanno offerto sacrifici, senza capire che il mutamento delle ragioni di scambio e della divisione internazionale del lavoro richiedevano una profonda revisione della loro strategia e una politica di lotta sul salario. Le organizzazioni sindacali hanno così assecondato l’impresa sul contenimento
dei costi di produzione attraverso il salario, invece che attraverso l’innovazione, in nome di una unità degli interessi del paese mai esistita e che avrebbe richiesto una rimodulazione e riformulazione delle politiche economiche e sociali. La cerniera di questa politica è stato il blocco sostanziale dei contratti voluto dai padroni ma subito dal sindacato.

La fine della concertazione

In questa situazione dovremmo salutare la fine della concertazione come una buona notizia, soprattutto noi che l’abbiamo criticata fin dall’EUR, considerandola nociva per gli interessi dei lavoratori ( Ai compagni su capitalismo ristrutturazione e lotta di classe, Firenze, CP editrice 1975, in www.ucadi.org.)
La sua fine dovrebbe teoricamente restituisce alle parti sociali la loro funzione e il loro ruolo, ma non siamo così sciocchi da non vedere che la sua fine avviene in un contesto di rapporti di forza tra capitale e lavoro assai mutato e che la strategia del padronato ha fini diversi.
L’obiettivo è di portare fino in fondo la sconfitta di lavoratori, privandoli di ogni strumento di organizzazione, per quanto debole esso sia, riducendo il suo rapporto con il datore di lavoro ad un livello esclusivamente individuale, in modo che il lavoratore sia sempre e comunque il soggetto debole del rapporto. Si spiega così la ristrutturazione dei contratti, la deregulation totale delle relazioni industriali e di lavoro, la crisi del contratto nazionale, la stessa trasformazione dell’apprendistato, la distruzione progressiva del sistema pensionistico. Per il padronato e il governo va incrementato il lavoro autonomo, le partite IVA, il lavoro a progetto ed ogni forma di precariato, in modo da rendere i diritti sempre più flebili e demolire ancora di più la rete di solidarietà sociale.
In questa strategia è incluso l’attacco a tutte le posizioni garantite, a cominciare dalle pensioni; indebolendo la tutela dei pensionati si vuole da un lato cancellare ogni ricordo di possibili garanzie e dall’altro trasferire parte del loro reddito all’interno del nucleo familiare, a sostegno dei membri disoccupati o licenziati.
L’obiettivo è di rendere più profonda la sconfitta dei lavoratori in modo da porre fine per molto tempo a ogni loro resistenza e eliminare ogni possibile occasione che possa produrre organizzazione e aggregazione sociale.
Contemporaneamente si porta l’attacco all’esercizio dei diritti sindacali soprattutto là dove ancora il sindacato resiste su posizioni di classe; il caso FIAT-FIOM da questo punto di vista è emblematico: da un lato si espelle il sindacato dalla fabbrica, dall’altro si sospende la produzione, trasferendola in altri territori in modo da indebolire strutturalmente ogni aggregazione sul territorio e distruggere con i licenziamenti la struttura organizzativa dei lavoratori.
Si tratta, come si vede, di un intervento strutturale, destinato a durare nel tempo, che adotta lo slogan efficace della modernizzazione sostenendo che essa deve dispiegare i suoi effetti anche a livello politico istituzionale per poter raggiungere risultati.

La fine della democrazia rappresentativa e delegata

Un progetto di questa ampiezza non può essere portato a termine e consolidato senza una riforma del sistema politico e della stessa democrazia delegata. Ecco quindi la necessità strategica delle modifiche istituzionali, nelle quali gioca un ruolo essenziale non solo la legge elettorale, la quale deve fare in modo di costruire un sistema oligarchico, sostanzialmente capace di autoriprodurre i ceti dirigenti, ma far si che si
restringa il più possibile la platea di coloro che partecipano alle elezioni.
L’obiettivo di una buona legge elettorale per l’attuale governo diventa quello di come fare in modo che la maggioranza degli eletti venga ottenuta grazie ad un numero minimo il più possibile di elettori. Questo risultato si raggiunge attraverso un sistema maggioritario e un premio di maggioranza a chi ottiene più voti, favorendo le coalizioni, introducendo soglie di sbarramento e quant’altro possa servire ad allontanare il numero
più alto possibile di persone dal voto. Sul piano istituzionale questo obiettivo si raggiunge abolendo la distinzione tra funzione amministrativa e funzione politica e di rappresentanza, violando la divisione dei poteri, attribuendo funzioni legislative a eletti a cariche amministrative come proposto nel nuovo Senato voluto dall’attuale premier, che ricorda tanto la Camera dei fasci e delle corporazioni (anch’essa tipica istituzione di un
sistema oligarchico). Ancora una volta si ripropone il “Piano di rinascita democratica” di Gelli e della P 2.

Piano di rinascita democratica
Il piano di rinascita democratica costituiva una parte essenziale del programma della loggia P2AGGIUNTA di Licio Gelli e prevedeva tra l’altro: la nascita di due partiti: uno di sinistra e uno di destra per semplificare il panorama politico; il controllo dei media; il piano prevedeva il controllo di quotidiani, la liberalizzazione delle televisioni,
l’abolizione monopolio RAI la convocazione di una Bicamerale che avrebbe dovuto procedere alle riforme costituzionali superando il bicameralismo attraverso la distinzione di competenza delle due camere; la riforma della Magistratura: con la separazione delle carriere di Pubblico Ministero, la parte accusatoria e magistrato giudicante, responsabilità del Consiglio Superiore della Magistratura nei confronti del parlamento, da operare mediante leggi costituzionali (punto I, IV e V degli obiettivi a medio e lungo termine); la riduzione del numero dei parlamentari; l’abolizione delle province; l’abolizione della validità legale dei titoli di studio.
Un disegno quindi di taglio accentratore e decisamente autoritario.
(Tratto dagli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2).

Come si vede il disegno è coerente e articolato e ciò che è grave non è tanto l’accordo-convergenza di organizzazioni come la CISL, da sempre ispirate dal corporativismo di stampo cattolico, ma le reazioni della CGIL che dovrebbe aver ben compreso il progetto e che, al di là dei flebili segni di dissenso, sostanzialmente lo
sostiene, a riprova dell’accettazione della sconfitta strategica che subisce, quando non ne è complice.
Ecco perché l’attuale Governo, con il suo programma, pone una pietra tombale sulle strategie, peraltro fallimentari del celebrato Enrico Berlinguer e di Luciano Lama – nel 1977 segretario della CGIL – che della svolta / degenerazione dell’EUR e della politica di unità nazionale furono i padri fondatori. In questo senso l’attuale leader del PD è il commissario fallimentare liquidatore definitivo di quella escrescenza della sinistra
italiana rappresentata dal PCI.