L’UNIVERSITA’ DESTRUTTURATA

La crisi pandemica ha accelerato processi già in atto nell’Università rendendoli acuti soprattutto per quanto riguarda l’adozione di attività svolte da remoto. Questo fenomeno si presenta particolarmente preoccupante nell’attività di insegnamento, specialmente se facciamo riferimento al settore della formazione universitaria dove esso ha assunto la forma del massiccio ricorso all’e-learning.
Ora tra i provvedimenti adottati per far fronte alla crisi pandemica quelli che riguardano l’Università appaiono particolarmente oscuri, generici e inconsistenti, forse anche perché il settore soffriva già prima di una profonda crisi.
Eppure, si tratta di un settore strategico per l’economia e il progresso sociale del paese, che come e forse più della sanità, ha visto un calo sistematico degli investimenti, benché questo avesse delle conseguenze profonde sulla ricerca, l’innovazione, la formazione sia professionale che sociale della popolazione giovane del paese.
La sistematica diminuzione di borse di studio e del diritto allo studio più in generale hanno portato non solo a una espansione dei servizi forniti da remoto, perché meno onerosi ma anche alla nascita di ”università telematiche” che offrono i loro servizi per il conseguimento di titoli di studio a distanza, funzionali al mercato del lavoro soprattutto nella pubblica amministrazione dove il titolo di studio è indispensabile per le progressioni di carriera. Questo non esclude che vi siano corsi di formazione on line di qualità, ma allora qual è il fondamento della differenza e soprattutto verso quale futuro si avvia la formazione universitaria?

La formazione attraverso la didattica

Per orientarsi bisogna innanzi tutto fare chiarezza e distinguere tra uso degli strumenti informatici e della rete per fare didattica e formazione a distanza. La diffusione per ragioni emergenziali – l’impossibilità di ritrovarsi in aula – delle lezioni in video conferenza ha creato la convinzione in molti (troppi) che basti fruire della lezione del cattedratico –
meglio se illustre – per vedere soddisfatto il bisogno di fruire di un insegnamento sostitutivo della lezione frontale in aula, con il risultato che il rapporto didattico si risolve nell’esposizione nozionistica che spesso, a causa dei supporti informatici (slide o altro) utilizzati, diviene schematica e priva di apporti critici. Tutto questo esisteva già prima e l’università più avvedute hanno investito in piattaforme che permettessero forme di interazione e comunicazione tra studenti fruitori e discenti durante le lezioni. I risultati di questi investimenti che presupponevano l’elaborazione di una metodologia didattica dell’apprendimento sono stati spesso vanificati dall’utilizzo di programmi di connessione standard messi a punto dai giganti della comunicazione sul web che ben poco consentono in quanto a partecipazione interattiva degli studenti.
Ma c’è da aggiungere che la creazione di corsi e lezioni standard unici affidati al grande luminare non solo concorre a produrre il pensiero unico, ma rende impossibile qualsiasi interattività tra coloro che sono partecipi della lezione. Che dire poi dell’atomizzazione del corpo studentesco con la conseguente scomparsa dell’apprendimento critico,
nonché degli esami on line in una situazione quello del colloquio d’esame è forse uno dei pochi rari momenti di interlocuzione reale e fisica tra docenti e discenti.
Il governo annunzia più aule per permettere i distanziamenti, barriere in plexiglass, in una situazione di già evidente carenza delle strutture senza rendersi conto che la moltiplicazione delle aule dovrebbe portare con sé la moltiplicazione dei corsi e dei docenti mentre la tendenza è quella della riduzione del corpo docente.

Il reclutamento docenti e la ricerca

Le condizioni della docenza erano già tragiche prima della crisi. Mentre il corpo docente si assottigliava a livello apicale per il pensionamento dei docenti ordinari e associati cresceva lo squilibrio tra fasce apicali e la base di ricercatori e assegnisti di ricerca Chiamati a fare il lavoro al posto dei docenti di prima e seconda fascia non inquarati nel loro ruolo a causa del ridotto budget. Per ogni pensionamento si recupera solo parte del budget necessario a bandire una nuova cattedra e pertanto il numero di docenti si riduce fisiologicamente Questo meccanismo non permetteva e non permette lo scorrimento degli associati e al tempo stesso quello dei ricercatori ad associato prova ne sia l’altissima percentuale di
coloro che benché abbiano conseguito l’idoneità nazionale per concorso all’insegnamento nella fascia superiore continuano a prestare la loro attività nelle fasce inferiori, sono quindi sottopagati e bloccati nella progressione di carriera e hanno scarse prospettive di vedersi inquadrati nella qualifica della quale sono in possesso. Disastroso al tempo stesso il
problema del reclutamento e non solo per il ridursi dei corsi di dottorato, propedeutici alla carriera universitaria, ma anche per l’assenza di posti di ricercatore. Continua ad essere alimentata la fascia dei precari annuali attraverso gli assegni di ricerca che servono a fornire tappabuchi e sostituti dei docenti delle fasce superiori.
Questa situazione di precarietà ed incertezza del personale che fa ricerca da un lato produce la fuga di chi vuol fare didattica e ricerca fuori dal paese – la crisi covid ci ha permesso di constatare quando sia numericamente e qualitativamente vasta la diaspora di ricercatori italiani di ogni livello – con conseguente impoverimento della ricerca in
Italia. Basti pensare che il sistema di formazione italiano produce a spese della collettività formazione di ricercatori, spendendo più di 500 mila euro per la formazione di ogni giovane che formatosi in Italia si sposta poi all’estero per lavoro. Né il sistema di reclutamento consente l’elasticità necessaria e funzionale per permettere in rientro in Italia di chi
se reca all’estero per fare ricerca.
Occorre riflettere sul fatto che il successo dei laureati italiani all’estero, la facilità con cui si inseriscono in aziende ed enti di ricerca di altri paesi, è testimonianza che l’Università italiana è in grado tutt’ora di fornire una preparazione di qualità, nonostante i fieri colpi che le sono stato inferti negli ultimi trenta anni, a partire dallo sciagurato intervento del ministro Berlinguer, ne discendono alcune considerazioni. La prima è che l’Italia spende molto per la formazione di quadri culturalmente preparati ed altre nazioni nel mondo si trovano a sfruttare senza costi le loro competenze. Ma la domanda successiva sorge spontanea: perché i migliori laureati emigrano, lasciando in patria coloro che non vogliono recidere le proprie radici, quando il paese è tra quelli europei con il più basso numero di laureati?
Perché paesi che hanno un tasso di formazione superiore trovano il modo di assumere anche coloro che vengono dall’estero ed i pochi che si laureano qui non trovano posto? La risposta è semplice: non si investe nella ricerca e il capitalismo italiano cerca di fare le nozze con i fichi secchi, offrendo posti di lavoro sottopagati; tutte e due le cose
evidenziano la miopia delle classi dirigenti di questo paese.
Siamo insomma all’interno di un sistema chiuso che non potrà che essere peggiorato dall’introduzione massiccia della cosiddetta formazione a distanza che per alcuni sembra essere la panacea di tutti i mali. Servono perciò consistenti investimenti per l’aumento degli organici di chi fa didattica e ricerca e nel settore del diritto allo studio si può cominciare con il trovare le risorse occorrenti per pagare gli specializzandi in medicina e gli infermieri per tutto il periodo di specializzazione, iniziativa che concorrerebbe non poco a risolvere uno degli importanti problemi del sistema sanitario e della formazione, insieme.

Per una formazione universitaria libera e partecipata

Per uscire da questa situazione sarebbe necessario un intervento capace di potenziare innanzi tutto il diritto allo studio consentendo ai giovani di acquisire una formazione generale di base solida e capace di consentire una efficace e valida riconversione verso una gamma di prestazioni di lavoro che deve fare i conti con una richiesta di capacità professionali in rapida evoluzione e di grande versatilità. È l’ora di finirla di correre dietro alle richieste di lauree “professionalizzanti” come domanda la Confindustria, proseguendo con una posizione di autentica retroguardia economica stancamente ripetuta, rendendosi conto che il mercato del lavoro e l’organizzazione della società richiede cultura di base e formazione permanente.
Per fare questo occorre che la formazione universitaria fornisca strumenti culturali complessivi, funga da ascensore sociale verso professioni e mestieri nell’ottica di recupero delle differenze di classe per fare della cultura, dell’arte e della scienza non solo conoscenze che si acquisiscono liberamente, ma che concorrono a rimuovere quelle
differenze di classe e di status sociale che rendono di fatto diseguali gli appartenenti a una società.
Gianni Cimbalo