La DaDattica.

La chiusura delle scuole per l’infuriare del Sars-Cov-2 (Covid19) ha visto il sorgere di un nuovo acronimo: DaD (Didattica a Distanza), che indica la necessaria prosecuzione dell’attività formativa delle scuole attraverso piattaforme informatiche. Come tutte le novità, anche questa ha trovato i suoi estimatori, diremmo i laudatores temporis futuri, cioè
coloro che, invece di rimpiangere una età dell’oro mai esistita, vedono in ogni innovazione un progresso a prescindere.
Quelli di cui parliamo possiedono un’ulteriore specificità: vedono nell’evolversi degli strumenti digitali, non solo validi strumenti di miglioramento nella risoluzione dei problemi (come essi in realtà sono), ma la panacea di ogni male. Questa funzione salvifica della tecnologia digitale viene asserita di per sé e sfugge a qualsiasi analisi critica; con la costante ripetizione della dilagante banalità si parla di “nativi digitali”. Tutte queste diffuse credenze sono contraddette da approfondite ricerche riportate in un libro di un noto neuroscienziato tedesco, Manfred Spitzer, dal titolo significativo, Demenza digitale, e dall’ancor più significativo sottotitolo, “Come la nuova tecnologia ci rende stupidi”[1]. C’è di più; coloro che vedono qualcosa di positivo nella DaD guardano al mezzo e non alla sostanza; scambiano la novità mediatica con il contenuto, cioè le lezioni. Un’ora di lezione non è certo migliore se trasmessa via rete, anziché fatta in presenza: il medium attraverso cui viene impartita non aggiunge nulla al suo contenuto, semmai depotenzia la capacità trasmissiva e la possibilità che chi la impartisce ha di coinvolgere chi ascolta.
In effetti basta un attimo di riflessione per convincersi. L’esistenza di potenti, potentissime riserve di memoria esterna alla nostra ci spinge a non stimolarla, ostacolandone la crescita. La rapidità e l’esattezza con cui le macchine fanno i calcoli più astrusi, ci esime dallo sforzare il nostro cervello ed induce in una cieca fiducia dei risultati ottenuti,
anche se è facile dimostrare che i limiti insiti nello strumento adoperato (limiti sempre esistenti, anche se via via sempre meno evidenti) comportano delle correzioni che solo il ragionamento può apportare. Nel libro summenzionato gli esempi, suffragati da esperimenti, sono doviziosamente riportati; anche il mito dei cosiddetti “nativi digitali” viene sfatato: in effetti, mai si è visto un/a neonato/a venire alla luce già in possesso di una tastiera, per cui se si vuol dire che le nuove generazioni acquistano precocemente e con minor sforzo competenze digitali, ciò è sotto gli occhi di chiunque, ma ciò non dà adito a dedurne maggiori facoltà intellettive; anzi tale maggior dimestichezza può addirittura, come dimostra Spitzer, tradursi in uno svantaggio.                                                           Tornando alla magnificata DaD (da pochi per la verità) ciò di cui generalmente i suoi seguaci parlano a poco a che vedere con essa. Si fa spesso riferimento alla vetustà del sistema formativo italiano, all’impianto gentiliano di esso, alla refrattarietà dei nostri docenti verso le innovazioni e alla loro ostilità verso la tecnologia, ai passi in avanti fatti in tal
senso in altri paesi. Tutti argomenti di cui è certo è proficuo discutere, ma che poco o nulla hanno a che spartire con la Didattica a Distanza. Un conto è discettare sulla vocazione umanistica del nostro sistema scolastico a discapito di una più moderna formazione scientifica, un altro è misurarsi con una lezione fatta da una casa ad altre case; chi non capisce questa differenza non sa l’ABC della didattica. Sulla valenza dell’impianto formativo della scuola italiana sarà opportuno tornare, perché anche su questo grava una montagna di luoghi comuni e di banalità ripetute come un mantra. È la didattica
il focus del nostro ragionamento, ed a questo scopo le critiche alla scuola ed ai docenti, giustificate o no, risultano fuori tema.
La scuola non è un puro e semplice luogo di trasmissione di conoscenze ed il docente non è un conferenziere che svolge la propria “lectio magistralis”. Se questo fosse, basterebbe costituire un banca dati di lezioni videoregistrate a cui i discenti potrebbero attingere a tempi e modi dettati dalle proprie voglie e propensioni. Già negli anni ottanta alcuni sciagurati, di cui non ricordo i nomi ed è meglio non ricordarli, avevano proposto di far uso di “teacher machine”, ancora una volta all’insegna della modernità. Tra l’altro tra questo e l’abolizione della classe, dei docenti, della scuola intera saremmo ad un passo. Se qualche paese si avventura per questa oscura via, nulla ci deve spingere ad imitarlo. D’altronde il panorama dei sistemi formativi del mondo non presenta picchi di eccellenza da invidiare. Le tanto propagandate analisi internazionali degli apprendimenti, che vanno sotto il nome di OCSE-PISA, dovrebbero essere sottoposte al vaglio della critica; risulta strano infatti che mentre la scuola italiana si colloca in media poco al di sotto della linea mediana, altri sistemi scolastici ottengano brillanti risultati, nonostante poi il loro “prodotto finito” lasci a desiderare molto di più dei laureati italiani, che trovano grande apprezzamento nelle università di tutto il mondo!
Si diceva che la scuola non è solo il luogo della trasmissione di nozioni, per il quale scopo DaD, parco di lezioni videoregistrate, teacher machine, funzionerebbero altrettanto bene. In prima istanza essa rappresenta il primo incontro con i coetanei, che non siano gli amici di famiglia; il che significa incontrarsi con esperienze e culture diverse, farsi quindi
un’idea di un mondo non monolitico, ma attraversato da caratteri e abitudini varie e diversificate; i bambini non sono più rinchiusi in un circuito privo di interferenze, ma interagiscono in un ambito più ampio dove, tra l’altro nascono le prime amicizie non teleguidate.                                                                                                                                In secondo luogo, i bambini escono dalla mentalità ristretta per la quale tutto ciò che li circonda sia di propria pertinenza. Si socializza nella consapevolezza che esistono spazi e cose comuni; esistono pure cose degli altri che vanno rispettate, come pure gli altri vanno rispettati se si vuole a propria volta esserlo. A questo compito la scuola è votata,
cercando di contrastare gli episodi di bullismo. In altre parole, la scuola è un posto dove si educa e non solo si insegna, e quindi dove si formano i caratteri. È un compito difficile, soprattutto ove si tenga conto dei limiti strutturali che essa incontra; essa si fa carico di risolvere (o almeno attutire) le storture che le provengono dall’esterno ed occorre dire che
non molto di frequente purtroppo le riesce.
In terzo luogo, apprendere non consiste semplicemente nel mettere a mente un numero il più elevato possibile di informazioni. Il sapere è un sistema organizzato, una rete in cui le nozioni si impigliano se giustamente collocate; quindi presuppone un metodo, la predisposizione adatta per cercare e sistematizzare ciò che ci interessa. Le nozioni servono                                                                                                                                  ché non fa scienza,                                                                                                                 sanza lo ritenere, l’avere inteso [2]                                                                                      ma per “ritenere” occorre aver capito, ed un metodo difficilmente si forma da solo e per acquisirlo occorre una guida, che sia un docente o un confronto collettivo, che sia un magister o frutto di una cooperazione di gruppo.
È per tutto ciò che la DaD può essere un male necessario in una situazione emergenziale, ma non certo una modalità da perseguire in tempi normali. Essa ricaccerebbe ogni studente nel chiuso della propria solitudine domestica, come se già potenti fattori sociali e tecnologici, non spingessero già fortemente in tale direzione, discostandolo dalla fonte viva e proficua del contatto, della promiscuità, del confronto.
Appena un cenno ai limiti fisici e psicologici di cui non si tiene sufficientemente conto. Gli alunni con handicap risultano fortemente penalizzati e lasciati a sé stessi. Non tutte le famiglie hanno strumenti informatici o non ne hanno a sufficienza per i figli o sono raggiungibili dalla rete; non tutte le dimore hanno spazzi adatti allo studio o biblioteche
sufficientemente fornite. I/le docenti hanno disagio ad insegnare ad un video pieno di pallini con delle lettere e le loro possibilità comunicative ne risentono. Infine la didattica individualizzata, così tanto sponsorizzata e così difficile da realizzare nelle classi numerose, diviene con la DaD del tutto irrealizzabile.

Saverio Craparo

[1] SPITZER MANFRED, Demenza digitale, Corbaccio, Milano 2013.                                   [2] ALIGHIERI DANTE, Commedia, III, V, 41-42