Cahiers de doléances e coazioni a ripetere

Per decretare finito il “comunismo” e con quello ogni speranza di modifica dell’assetto sociale ed economico sono bastati un Papa, un muro, un Presidente del’URSS ubriaco (non che Gorbaciov fosse particolarmente lucido, visto che, unico caso nella storia, ha decretato la fine di un impero e di un sistema con in mano una coppia di due. Vai a sapere a chi fosse rivolto il bluff) e stabilire che era tutto sbagliato: il materialismo, il comunismo, il socialismo.
Tutto.
Sparso sale in gran quantità e distribuite laute prebende a chi si pentiva nel ‘92 (per dirla con De André) ci si avviava verso le magnifiche sorti e progressive della fine della storia.
Quella nuova e pervasivissima ideologia delle classi dominanti, in gran spolvero fino dagli anni ‘80 del secolo scorso parve avere la strada spianata.
E in effetti la ebbe.
Tuttavia la persistenza di tale costruzione è impressionante. La devastante crisi che perdura dal 2008 [1] non ha smosso, se non nella parte in cui si sono letteralmente spesi miliardi nel salvataggio delle banche, la fiducia nelle sorti del mercato come deus ex-machina e religione intoccabile della condizione umana.
Nessuno, a questo giro, ha parlato di fine della storia, e di abbattimento del toro di fronte a Wall Street (anche, bisogna dire, la reazione degli USA fu assai diversa di quella europea, perlomeno dal punto di vista della consapevolezza di tenere un po’ più “laschi” i cordoni della borsa, non certo dal punto di vista della giustizia sociale).
Per venire ai nostri tempi più recenti, quelli della pandemia e degli effetti potenzialmente letali sull’economia mondiale, vediamo che ancora una volta, e ancora una volta nell’Unione europea non solo si bypassano evidenze che, per dire, un secolo fa sarebbero apparse lampanti.
Ad esempio l’ovvia constatazione che senza una vera monetizzazione della crisi il precipizio per milioni persone sarà certo.
Non solo, dunque, si fa finta che la “nonna” sia sempre viva, ma si riprendono letteralmente in mano le sue ricette.
Per uscire dalla metafora e tornare alla realtà basta vedere cosa sta succedendo nel nostro paese.
Ovvero, l’anello più debole dell’Unione Europea.
Non come la Grecia, ma sotto osservazione da molti anni.
Quella che non fa i compiti come detta il vangelo ordoliberista, ma che del “vincolo esterno” ha fatto una religione per mettere a bada i suoi “istinti mediterranei” (raramente una nazione ha adottato un lessico razzista nei propri confronti come l’Italia).
Dopo il cambio di passo adottato nel 1981 con la separazione fra Tesoro e Banca d’Italia (e conseguente aumento del debito pubblico, non più garantito dallo Stato) il percorso che il nostro paese ha seguito è stato quello di un pedissequo e anche abbastanza ottuso itinerario di fede che ha pochi confronti con gli altri paesi, tra l’altro con la consapevolezza che fosse una strada assai pericolosa.[2]
Pare quasi che la stessa adesione ottusa e trinariciuta che buona parte della sinistra aveva dato al socialismo reale si sia spostata verso un altro “sole dell’avvenire” impossibile da affrontare se non sotto quello della “vera fede”.
Così dopo l’esaltazione acritica dei governi “tecnici” (un ossimoro privo di significato) dei primi anni ‘90, arriviamo alla presa del potere direttamente da parte del capitale con Monti (nato, sarebbe sempre da ricordare, dopo un ultimatum di Draghi al governo Berlusconi).
Oggi, dopo 3 mesi di chiusura totale e di gestione della pandemia piuttosto scaltra da parte di Conte, i cui compagni di viaggio sono quelli che, appena 2 anni fa (un’era geologica) lo prendevamo a pesci in faccia, arriviamo alle “ricette della nonna” lanciate e discusse a porte chiuse in un convegno secretato e blindato.
Uno strano modo di “discutere” del futuro del nostro paese.
Ma il documento che qui ci interessa è quello prodotto dal manager Colao (il cui testo è scaricabile da qui:
https://st3.idealista.it/news/archivie/2020-06/piano_colao_download.pdf).
Leggendolo, pare davvero che gli ultimi 30 anni siano stati congelati. Sembra di essere nel film “Il giorno della Marmotta”.
Siamo sempre qui: un documento ben presentato (il “Packaging” è fondamentale, al di là del contenuto) e contiene sempre le stesse frasi degli ultimi 30 anni: modernizzazione, digitalizzazione. Snellezza, mercato. A dire la verità contiene anche una significativa (nero su bianco) richiesta di specie di immunità penale per il covid-19 nei confronti degli
“imprenditori” (ormai non esiste più nessuna altra figura a cui riferirsi nel panorama mediatico. La classe operaia, i lavoratori dipendenti sono contorno: o piagnoni che hanno perso il lavoro, o fannulloni del pubblico impiego. Gli imprenditori sono invece benefattori).
A me questo documento, e le “ricette della nonna” che contiene danno un senso davvero di sorpassato, di vecchio, di obsoleto.
Questo iato fra il mondo reale e questa rappresentazione sempre più infedele potrebbe essere declinata con il “cambio di paradigma” del quale ci parlava Kuhn quais 60 anni fa. [3]
Non è dato di sapere se questa contraddizione potrà allargarsi e come. E, soprattutto, se in questa breccia (sempre ammesso che sia veramente esistente) qualche proposta diversa potrà entrare o se, invece, la risposta sarà peggiore della ricetta.
Mi limito a segnalare questo disturbo, che a me pare evidente (ma potrebbe anche non esserlo) come segnale di una impossibilità a rappresentare e proporre soluzioni diverse.
Uscire dalla bottiglia come avrebbe potuto scrivere Wittgenstein.
E, nella storia, questi empasse, non sempre ma a volte, sono stati forieri di cambiamenti inattesi.
Per cui la denominazione “Stati generali” utilizzata per la rassegna di Villa Pamphili potrebbe anche non essere del tutto errata.
Andrea Bellucci

[1] Vedi il recente lavoro di A. Tooze, “ Lo schianto. 2008-2018. Come un decennio di crisi economica ha cambiato il mondo”,Mondadori, 218.
[2] Vedi l’illuminante e sconcertante dichiarazione di Giuliano Amato https://www.youtube.com/watch?v=2culAA6_wwY.
[3] T. Kuhn, “La struttura delle rivoluzioni scientifiche”, Einaudi, 2009 (1962).