I PICCOLI PETER PAN GIALLOVERDI E LA MANOVRA CHE NON C’È

Affrontare l’argomento della nota di aggiornamento al DEF è francamente disorientante: le cifre (per altro non ufficialmente comunicate) ballano un frenetico tip-tap; marce e retromarce si alternano con frequenza inaudita; i protagonisti si smentiscono a vicenda; nulla ha valore oltre le 24 ore. Non resta che azzardare alcune ipotesi, tenendosi il più possibile sulle generali.
La prima notazione riguarda il deficit previsto per il triennio; inizialmente previsto al 2,4% fisso per tre anni, alla prima sfuriata dei mercati è stata innescata una poco decorosa parziale marcia indietro: 2,4% nel 2018, 2,1% nel 2020 e 1,8% nel 2021. Ora fare politica ha delle regole; non ci si può lamentare che gli altri (Europa, Troika, mercati, etc.) sono cattivi, perché è scontato che ognuno fa il proprio gioco e quando un attore avvia una mossa deve prevedere almeno quale sarà la contromossa dell’avversario e quindi quale potrebbe essere la mossa successiva; quando si inizia una guerra bisogna valutare le forze del “nemico” e comprendere se le nostre siano in grado di contrastarle. Certo che la Francia e la Germania fanno ed hanno fatto col deficit quello che hanno voluto, ma forse occorre considerare che il loro peso politico (nel caso della Francia non certo quello economico) nell’Unione non è pari a quello dell’Italia. Sarebbe necessario fare alleanze e qui cade l’asino (senza offesa per i simpatici mammiferi).
Di Maio (botolo ringhioso più che non conceda sua possa) ha recentemente detto sprezzantemente che fra sei mesi questa Europa, sottinteso con i suoi burocrati, non ci sarò più. Il riferimento è evidentemente alle prossime elezioni europee in calendari la primavera del 2019. Ora è chiaro che l’ondata “sovranista” rischia di mutare radicalmente gli equilibri dell’Unione, ma sono sicuri i cinquestelle che la nuova configurazione politica che assumerà il vecchio continente sia confacente alle proprie aspettative? La sponda provvisoria e spuria dell’Ukip di Farage è scomparsa, sia per il forte ridimensionamento subito, sia per la posizione dentro-fuori della Gran Bretagna. Già il movimento, pur contando una rappresentanza parlamentare doppia rispetto all’alleato leghista, sconta palesi difficoltà in patria; cose ne sarà nel mare magno di un parlamento europeo a forte presenza degli alleati naturali di Salvini?
Ma poi, qual è l’Europa che i “sovranisti” propongono? Esiste la possibilità di una politica comune tra di loro? È chiaro che l’ipotesi di una “internazionale sovranista”, oltre ad essere un ossimoro ideologico, nasce solo dalla comune opposizione alle ingerenze dell’Unione nelle politiche nazionali; l’idea di una diversa politica economica non sfiora neppure le menti della nuova e crescente destra europea. Quello cui si va incontro è uno smantellamento delle regole (giuste le poche, quelle sui diritti civili, sbagliale le più, quelle economiche); quindi perderemmo i benefici, per vedere ribaltare le politiche di austerità nella gestione interna dei singoli Stati, non più come scelta imposta, ma come volontà delle borghesie nazionali. Su quello che sta succedendo nei paesi del gruppo di Visegràd è già stato ampiamente analizzato nei numeri precedenti. Dalla padella nella brace!
Ma torniamo alla fantomatica manovra del “governo del cambiamento”. Non si sa ancora l’entità delle risorse disponibili, non si sa la loro allocazione, non si sanno le modalità ed i tempi dell’entrata in funzione delle misure adottate. Delle cose, però, sono certe. I soldi stanziati per il reddito di cittadinanza non sono sufficienti a coprire nella quantità prevista; i beneficiari della modifica della legge sulle pensioni superano di poco l’1% dei lavoratori. Nell’un caso come nell’altro le ristrettezze economiche, pure nell’allargamento del deficit strappato a Tria (un trionfo platealmente manifestato dal balcone di Palazzo Chigi), ha imposto la fissazione di paletti atti a restringere il numero di coloro cui sono rivolte le misure. Così la legge Fornero non è stata né abolita né radicalmente modificata, ma si è introdotto un correttivo, ovviamente benefico, ma che allevia di poco il disagio di chi aspetta l’andata in quiescenza. Nel frattempo il M5Stelle annaspa nel cercare delle soluzioni che rendano controllabile l’erogazione del debito (con proposte talvolta ridicole, tal altra prefiguranti una sorta di “Stato etico” ed infine alcune che entrano pesantemente nella conduzione di vita dei beneficiari, senza considerare gli scivoloni relativi all’indicazione dei negozi dove spendere il fantomatico assegno).
Ci ripromettiamo di tornare sull’argomento quando le palle saranno finalmente ferme ed il complesso dell’intervento nella legge di stabilità sarà finalmente analizzabile in dettaglio e si potrà formare un giudizio più sicuro.