La scoppola

Mentre l’affluenza alle urne continua a calare, come era prevedibile e previsto in nessuna delle grandi città al voto il candidati a sindaci hanno vinto al primo turno. Ma c’è un fatto nuovo, non si è verificato il testa a testa tra il candidato di centro sinistra e quello di centro destra, cui eravamo abituati da oltre un ventennio, da quando il sistema elettorale proporzionale è stato abbandonato, sacrificando  la rappresentatività degli eletti alla mitizzata “governabilità”. Il panorama degli sfidanti al ballottaggio è variegato. Ciò dimostra che l’invocato bipartitismo si sta sgretolando. Il dato ha un aspetto positivo ed uno un po’ meno. Quello che fornisce speranze è che la cappa calata sulla politica italiana è finita e con essa il ricatto delle due forze egemoni che costringeva molti a votare il meno peggio. Di converso il tappo che è saltato ha partorito una protesta priva di un’alternativa ideologica. L’ideologia è parola demonizzata, in quanto presentata come uno schermo che rende non visibile la realtà, ma che è in realtà l’unico strumento in grado di fornire la possibilità di leggerla.

Se si eccettua Milano, che merita un discorso a parte, in tutti i casi il candidato del partito di maggioranza sembra aver esaurito il bacino di voti di cui disponeva e quindi vede in bilico la propria elezione, perché è l’antagonista che può raccogliere gli orfani del primo turno: così a Torino e a Bologna; in quest’ultima città si è registrato un risultato del sindaco uscente talmente deludente, da non aver precedenti e il voto per una lista civica a realmente a sinistra al PD ha totalizzato il 7%. Tornando a Milano, dove si è riproposto il divario bipartitico, l’anomalia sta tutta nell’unità ormai inusuale di tutto il centro destra, ed è quest’ultimo schieramento che ha la possibilità di ottenere i voti andati al Movimento Cinque Stelle.

Se iniziamo ad analizzare gli schieramenti, le considerazioni possono fornire spunti interessanti per i prossimi sviluppi politici. Il centro destra sta virando decisamente a destra, seguendo una tendenza che sta sviluppandosi ovunque: si pensi all’Austria, alla Gran Bretagna, alla Francia, agli USA e così via. Il partito di Berlusconi è ormai in disfacimento. A Torino il candidato, Osvaldo Napoli, ha ottenuto un misero 4,5%, più o meno quanto il candidato di Sinistra Italiana, Giorgio Airaudo. A Roma l’appoggio fornito a Alfio Marchini, ha partorito un risultato fallimentare. L’emorragia di consensi è ormai inarrestabile. I voti stanno confluendo verso Lega Nord e Fratelli d’Italia e questo pone ormai in cantina il problema della futura leadership dello schieramento, di modo che il modello Milano potrebbe riproporsi solo con il definitivo farsi da parte del condannato Berlusconi.

Il M5S sta sicuramente ottenendo dei successi annunciati, ma non presi in seria considerazione dai cosiddetti esperti. Non è tanto il dato di Roma (ed è evidente che lasciare la capitale al Movimento apre la speranza per il PD di un fallimento amministrativo, non improbabile, con la conseguente rimonta alle prossime elezioni), ampiamente previsto, quanto quello di Torino, che pone in serio pericolo la rielezione di Piero Fassino, l’uoma simbolo dell’alleanza degli ex Fiat e della nomenclatura PD. Sta di fatto che le liste del Movimento crescono ovunque e l’ombra delle politiche si profila all’orizzonte foscamente per il PD renziano, che si è incuneato nella legge elettorale con la sicumera tipica del personaggio: l’aver puntato sul premio di maggioranza alla lista e non alla coalizione, rischia ora di rivelarsi un boomerang molto pericoloso.

L’assente permanente degli appuntamenti elettorali è la sinistra, anche se quasi ovunque la nuova coalizione, Sinistra Italiana, raggiunge dei risultati tra il 4% e il 5%, più di quanto non abbia collezionato nelle ultime elezioni politiche, ma sempre troppo poco per costituire una massa critica tale da riaggregare un popolo disperso, rifluito in gran parte verso l’astensione. Pesano i personalismi che pullulano nella formazione, ma pesa soprattutto la perdita di una prospettiva di reale alternativa percepibile da parte dell’elettorato. Il fallimento della Politica, con la P maiuscola, quella dei grandi partiti, il senso di ripulsa che suscitano i continui scandali e la perenne gestione della “cosa pubblica” volta agli interessi personali, non generano una reazione legata a una visione diversa, ma solo disaffezione o protesta senza prospettiva: non basta l’onestà invocata dal M5S, occorre una visione volta a ribaltare gli assetti sociali, che generano ineluttabilmente il malcostume. Ma la politica comporta impegno in prima persona ed è sicuramente meno oneroso depositare nell’urna un voto “contro” una volta ogni tanto.

Il campanello d’allarme suonato agli orecchi del piccolo padre valdarnotto è squillato forte e chiaro. Le liste del partito hanno ottenuto i peggiori risultati di sempre, ovunque. Il premier si ascrive la vittoria al primo turno a Cagliari, ma quel sindaco è l’unico superstite delle alleanze a sinistra del PD. Sono soprattutto i candidati che egli ha imposto con mezzi truccati a segnare i risultati più deficitari. Giachetti a Roma ha sofferto per arrivare al ballottaggio e non ha alcuna possibilità di venire eletto. Sala a Milano ha preso un misero 0,6% in più di Parisi ed ora sarà costretto a inseguire quest’ultimo al ballottaggio che non si presenta certo come una passeggiata. Valente a Napoli non è entrata neppure nel ballottaggio, nonostante l’appoggio alla luce del sole dei verdiniani di ALA (ma chi poteva credere che essi portassero voti reali oltre quelli preziosi di cui dispongono in Parlamento?), rivelandosi il peggior cavallo su cui il partito potesse puntare. L’intero assetto dato al partito dal gruppo ristretto delle teste non pensanti che circondano lo spocchiosetto “sotuttoio”, vacilla sotto i colpi di un insuccesso devastante. È facile ritenere che dopo i ballottaggi ci saranno movimenti interni al PD, visto che il galletto dalle uova d’oro non è più in grado di garantire successi e posti. Già l’avvertimento del referendum sulle trivelle aveva prospettato l’esistenza di problemi sulla tenuta dell’affabulazione renziana, tanto che il nostro eroe si era affrettato a circoscrivere il voto del 5 giugno a puramente amministrativo, svelando i timori che lo circondavano, ma la realtà dei risultati è al di là delle meno rosee previsioni: difficoltà a Torino, Sala al palo a Milano, il sindaco Merola sotto il 40% a Bologna, la lista del partito sotto il 20% a Roma, una perdita secca in voti assoluti che va dagli 80 mila a Roma, ai 50 mila di Bologna, ai 57 mila di Torino..

I tempi del 40,8% delle europee 2014 sono ormai molto lontani e il referendum istituzionale di autunno si prospetta molto diverso da una trionfale cavalcata. Mai il partito è stato messo così male e ora gli è necessario risalire la china, il che è un’impresa ardua. Qualcuno ricorderà anche che l’arrogante D’Alema si dimise da Presidente del Consiglio dei Ministri all’indomani della sconfitta subita alle regionali del 2000.

Un’ultima considerazione riguarda Napoli. A botta calda, dopo i primi exit poll, i rappresentanti di destra e di sinistra, i primi arrivati a un ballottaggio senza storia ed i secondi addirittura esclusi, hanno dichiarato trionfanti che per la prima volta un sindaco uscente non viene rieletto al primo turno, citando Bassolino e Iervolino. Gli avventurieri dell’intervista hanno dimenticato che De Magistris ha ottenuto una percentuale che è la più alta tra i sindaci ricandidati e che l’ha ottenuta senza alcun partito alle spalle, senza cioè gli apparati che sorreggevano Iervolino e Bassolino e non gli è passato neppure per l’anticamera del cervello che le possibilità di batterlo al ballottaggio sono praticamente inesistenti.

I ballottaggi di domenica 19 faranno definitiva chiarezza sul panorama politico prossimo venturo. Resta comunque il fatto che la dissoluzione o la crisi dei tradizionali raggruppamenti, quelli che hanno dominato la scena degli ultimi 25 anni, di quella cioè che viene impropriamente detta “seconda repubblica”, non apre una nuova stagione di impegno politico in prima persona delle masse popolari, dei giovani, degli studenti, ma si configura come una delega acritica a personaggi nuovi, che hanno l’unico vantaggio di non appartenere a quei raggruppamenti e che non garantiscono una effettiva inversione di tendenza che apra alla speranza, a un assetto sociale egualitario. In assenza di questa prospettiva ogni cambiamento risulterà effimero ed inefficace.

Saverio Crapar